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Anno IV, n. 37, settembre 2010
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Dibattiti ed eventi (a cura di Giulia De Concilio)

Una violenta spaccatura
tra Nord e Sud dell’Italia
immaginata trent’anni fa
e, attualmente, profetica

di Paola Zagami
Un incontro in libreria con l’autore di un testo pubblicato nel 1985
e ora ristampato per gli spunti politico-sociali di interesse odierno


Il 23 marzo, al caffè letterario “Circolo Pickwick” di Messina, si è svolto un incontro con Andrea Genovese, autore di Mezzaluna con falcone e martello (Pungitopo editrice, pp. 128, € 15,00).

L’autore, di origine messinese ma trapiantato prima a Milano e poi a Lione, ha svolto attività politica e sindacale, e ha collaborato anche come giornalista a diverse testate, tra le quali il Corriere della sera.

Ha pubblicato alcune raccolte di poesie in dialetto messinese e in lingua francese, due romanzi e alcune opere teatrali. Dal 2005 è impegnato nella stesura di un ciclo narrativo autobiografico che include una trilogia “messinese”, per poi ripercorrere, nei libri successivi, i suoi altalenanti spostamenti da Palermo a Milano, fino alla Francia.

Diversamente dal resto della sua produzione letteraria, Mezzaluna con falcone e martello, stampato da Pungitopo già nel 1985 e ripubblicato recentemente, offre una visione molto cupa della realtà sociale e politica dell’Italia, prefigurando addirittura una guerra fratricida tra settentrionali e meridionali che, organizzati in eserciti, si fronteggiano sulla frontiera del Parco nazionale dell’Abruzzo.

Il protagonista e confuso testimone di questi eventi è Vanni, un giornalista “disorganico” rispetto alla comunità culturale che lo circonda, ma anche scarsamente persuaso dall’effettiva utilità di questo conflitto tra italiani.

 

Un’amara riflessione sulle deformazioni della politica

Andrea Genovese introduce il romanzo ai lettori intervenuti, rivelandone il contesto di origine che si aggira tra gli anni ’60-’80 nella Milano della Contestazione prima e delle Brigate rosse successivamente. In questo periodo di rivolgimenti, l’autore militava nel Partito comunista, in cui era forse mal sopportato per la sua difficoltà di aderire a posizioni estremiste.

Proprio attraverso la scrittura, si esprime il travaglio personale seguito alla consapevolezza che il Partito operaio «stava per dare l’ultimo soffio di verità». A ciò si è aggiunto il diffuso pregiudizio avvertito in questo ambiente nei confronti dei meridionali, “colpevoli” di non aver fatto la Resistenza e distintisi solo per le massicce assunzioni negli enti pubblici, con la conseguente messa in discussione del Risorgimento.

Da qui l’idea di una guerra di secessione armata tra Nord e Sud, rappresentata nella sua immaginaria crudeltà, solo nel suo approdo in Sicilia con l’impiccagione di alcuni notabili davanti al teatro Politeama di Palermo.

All’inquietudine dell’autore, spettatore trent’anni fa di una radicalizzazione del movimento operaio in più direzioni, si mescola lo scetticismo del protagonista Vanni che, nel suo racconto, lascia la guerra dietro le quinte.

Proprio nel periodo di stesura del romanzo la tanto agognata “unità risorgimentale” diventa qualcosa di fittizio in un’Italia, a tutt’oggi, tra i più corrotti paesi del mondo, in cui persiste il malaffare mafioso e un’ambigua sudditanza nei confronti del Vaticano.

Proprio questi innegabili limiti storici, secondo l’autore, hanno reso possibile alla Lega nord, e non solo, veicolare la convinzione per cui il Sud sia una sorta di palla al piede.

 

Una rappresentanza politica miope per un territorio dalla cultura impagabile

Quando gli si chiede con preoccupazione un’eventuale soluzione alla terribile “profezia” vagheggiata nel suo romanzo, Genovese si schermisce, sottolineando che la sua storia è pur sempre fiction, non totalmente votata all’amore come alcuni leader politici odierni, ma neanche completamente invasa dal pessimismo.

Sottolinea, inoltre, la presenza di personaggi positivi all’interno del testo, perlopiù donne, sensuali e intelligenti animatrici di quello che sembrerebbe essere un sogno del protagonista. Ulteriore conferma di un certo intuito storico è il personaggio della giornalista libica Zeudji, introdotto successivamente al bombardamento della casa del colonnello Gheddafi, che proprio con l’Italia si è preso la rivincita. Anche questa “eroina” simboleggia un elemento ormai primario nella società italiana: la sempre più diffusa religione islamica.

Ma le note dolenti arrivano quando la discussione si concentra sul Sud dell'Italia oggi politicamente emarginato, come dimostra anche la negazione dei finanziamenti alle università meridionali, perché scarsamente rappresentato.

Emblema del libro e dell’Italia meridionale è proprio la Sicilia, la cui gente ritrova nei propri geni la “mezzaluna araba” del titolo e che lotta per «gli uomini semplici, la povera gente, gli operai, i contadini e i popolani» con “falcone” anziché la falce e il martello. E il falcone è il simbolo di Federico II di Svevia, sovrano tirannico ma amante della poesia, oppostosi al Papa fautore delle Crociate e dunque scomunicato.

Le conclusioni di questo acceso dibattito che, da un romanzo prepotentemente attuale è arrivato ad una panoramica dell’Italia degli anni 2000, non sono rosee.

L’Italia, paese ricco di cultura in particolare nel Mezzogiorno, ha vissuto i suoi fasti nel Rinascimento per poi subire una grave involuzione che, passando per l’utopia del Risorgimento, ci ha consegnato arretratezza e corruzione.

 

Paola Zagami

(www.bottegascriptamanent.it, anno IV, n.32, aprile 2010)

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