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Home Page (a cura di Tiziana Selvaggi) . Anno III, n. 21, Maggio 2009

Zoom immagine Italiani, il mito
di brava gente.
Falso storico!

di Margherita Amatruda
Da Odradek: quando l’Italia
occupava e massacrava:
i Balcani negli anni 1940-43


Un paese che non conosce la propria storia è destinato a ripetere gli stessi errori.

La nostra editoria è piena di saggi che ricostruiscono gli eventi della Seconda guerra mondiale. Quelle che spesso mancano sono le opere di descrizione degli accadimenti storici che indeboliscano le certezze consolidate e che permettano al lettore di rivedere le proprie convinzioni per capire e conoscere i momenti che, nel corso del Secondo conflitto mondiale, videro la partecipazione dell’Italia nel ruolo di aggressore e di occupante.

Il saggio di Davide Conti, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della brava gente (1940-1943), pubblicato da Odradek (pp. 278, € 18,00), offre una ricostruzione storica molto dettagliata di quella che durante la Seconda guerra mondiale, e ancor prima, fu l’invasione italiana dei Balcani, la conseguente opera di “snazionalizzazione” effettuata dal regio esercito e dalle milizie fasciste, la repressione nei confronti dei partigiani e della popolazione e il successivo atteggiamento di generale rimozione dei fatti accaduti e dei crimini commessi nella perpetua e autoassolutoria riproposizione del mito degli “italiani brava gente”.

Gli italiani si distinsero, come sempre accade nelle guerre di conquista, per ferocia e sopraffazione. L’autore mira ad evidenziare le atrocità perpetrate contro la popolazione civile delle zone conquistate e contro i partigiani che operavano sul territorio. Si tenga presente come: «il mito del “buon italiano” non solo abbia nel passato assolto [...] il suo compito di rimozione e autoassoluzione degli italiani rispetto alle responsabilità della Seconda guerra mondiale e della guerra di aggressione coloniale, ma anche come mantenga ancora nel presente [...] una funzione di organizzazione del consenso rispetto alle politiche militari».

I dati e le citazioni che spesso l’autore propone come inciso nel corpo del testo, la ricchezza di note e la presenza di accurati indici fanno di questo saggio un’opera interessante e completa, destinata a un pubblico di lettori esperti e appassionati di storia.

 

«Palikuća»

Proprio l’intervista a un partigiano italiano, Rosario Bentivegna, apre e contemporaneamente racchiude il senso di questa opera. Bentivegna, unitosi come combattente alle brigate partigiane che operavano in Montenegro durante la Seconda guerra mondiale, racconta, nelle prime pagine, della diffidenza che, comunque, i montenegrini nutrivano nei confronti degli italiani: «Tanto da portare la popolazione civile a ribattezzare il soldato italiano palikuća cioè incendiario, bruciatetti».

Basta questo incipit crudo a far cogliere al lettore quella che è stata la vera natura dell’occupazione italiana dei Balcani, simile a quella di tutte le guerre di conquista. Tale occupazione si caratterizza per la medesima ferocia dimostrata dai nazisti in tutta Europa. L’unica cosa che differenziava i due eserciti era la migliore organizzazione della milizia tedesca nelle operazioni belliche e nella sistematica opera di “snazionalizzazione” e repressione che seguiva alla conquista dei territori.

 

Antefatto

Premessa per le invasioni militari dei Balcani della Seconda guerra mondiale fu la medesima opera di progressiva “snazionalizzazione” anche di Istria e Slovenia per mezzo del governo fascista a partire dagli anni Venti: «Nell’ottobre del 1925 un decreto legge vietò definitivamente l’uso della lingua slovena [...] mentre nel 1927 fu imposta l’italianizzazione di tutti i cognomi».

Si pensi poi all’appoggio, neanche tanto velato, fornito da Mussolini e dal regime fascista agli Ustascia croati [da ustaš, “insorto”, o “ribelle”, Ndr] fuoriusciti che risiedevano, si riorganizzavano e operavano in Italia o dall’Italia: «i contatti tra Ante Paveliç [leader nazionalista degli Ustascia, criminale di guerra, Ndr] e il regime fascista sono ormai accertati [...]. Paveliç venne sostenuto [...] in tutte le sue attività da Mussolini che vedeva nella sua azione uno strumento di disgregazione e indebolimento dello Stato jugoslavo funzionale alla politica di espansione italiana dei Balcani [...]. Lo Stato croato diverrà, una volta occupata la Jugoslavia [...] una spietata macchina di repressione antipartigiana e di pulizia etnica».

Perfino i tedeschi ebbero a lamentarsi della violenza delle truppe croate: «I massacri che le milizie croate operarono in danno della popolazione [...] furono tanto frequenti e feroci da spingere diplomatici, politici e militari nazisti presenti in loco a inviare in Germania resoconti di biasimo della condotta degli Ustascia», se questo non sembra paradossale.

 

La notte dei Balcani

Successivamente all’invasione italotedesca del Regno di Jugoslavia (supportata anche da divisioni ungheresi e bulgare) del 6 aprile 1941, all’Italia viene assegnata la Slovenia meridionale. È da questo punto che l’opera di Davide Conti diventa, nella ricostruzione storica degli eventi, un susseguirsi di dati relativi ai crimini commessi dall’esercito italiano di occupazione. Scrive l’autore: «la repressione del movimento partigiano divenne, dunque, il fattore centrale della politica d’occupazione italiana, in quanto coniugava in sé due elementi fondamentali della strategia fascista: da un lato il completo controllo economico della regione [...], dall’altro il programma di snazionalizzazione delle terre slave occupate, attraverso eliminazioni fisiche e deportazioni di civili fiancheggiatori o meno con i partigiani – e ancora – per colpire la resistenza jugoslava, le autorità italiane puntarono sulla deportazione di intere zone popolate da civili».

Tale logica di “fare terra bruciata” attorno ai resistenti jugoslavi che operavano nelle zone occupate dagli italiani, unita alla logica di “snazionalizzare” i territori sostituendo slavi con italiani, comportò la necessità di realizzare campi di concentramento in Italia. Al termine della guerra, gli internati raggiunsero la stima complessiva di circa centomila persone, tra militari e civili. Il campo più grande venne costruito in Toscana, a Renicci d’Anghiari, e poteva ospitare fino a novemila reclusi.

L’idea che campi di concentramento così vasti siano stati presenti sul nostro territorio è un dato, non molto noto, che sconcerta il lettore.

Le ricostruzioni relative a fucilazioni, “soppressioni” di prigionieri ammalati, rappresaglie e uccisioni varie misurano quella che è stata l’occupazione e sono un pugno nello stomaco di chi, degli eventi accaduti e che qui vengono ricostruiti, non sapeva nulla: «la favola del bono italiano deve cessare [...] per ogni camerata caduto paghino con la vita dieci ribelli». Erano questi i toni dei proclami.

Tale condotta ci rese, successivamente alla caduta del regime fascista e ancora per lunghi anni, invisi alle popolazioni locali: «Durante e dopo la guerra in Jugoslavia la parola italiano divenne sinonimo di fascista».

 

Al termine della guerra si prova a presentare il conto

I crimini di guerra, commessi in Jugoslavia, furono oggetto di inchiesta da parte italiana alla fine della guerra.

Il piano di “snazionalizzazione” che il regime di allora tentò di realizzare nei territori occupati divenne il primo capo d’accusa denunciato, davanti alla Commissione delle Nazioni Unite, dalla Commissione di Stato per l’accertamento dei crimini degli occupanti e dei collaborazionisti, voluta da Tito nella Jugoslavia “liberata”.

La strategia difensiva – riproposta anche per i misfatti commessi in Grecia, Montenegro, Albania e Africa – fu quella di addossare l’intera responsabilità al passato regime, dissociando da questo l’Italia postbellica e cercando di giustificare il comportamento dei militari nel senso del “dovere di obbedire agli ordini impartiti” e circoscrivendo ai singoli la responsabilità delle violenze: «una dissociazione politica e morale», insomma. A Norimberga o nel processo intentato al criminale nazista Adolf Eichmann nel 1961, l’atteggiamento degli imputati fu sostanzialmente simile.

 

La giustizia si piega alle ragioni politiche e volge lo sguardo altrove

Le mutate condizioni politiche in Europa, il gravitare della nostra nazione nell’orbita di quella che sarà poi l’Alleanza Atlantica, il clima di sostanziale “Preguerra fredda” che già si viveva, aiutò non poco le autorità italiane della rinnovata democrazia a respingere le pretese jugoslave sull’estradizione dei militari accusati di reati e dei criminali e collaborazionisti jugoslavi rifugiati sul nostro territorio.

La ragione politica prevalse, dunque, sulla giustizia.

La necessità e la strategia di non indebolire il nascente blocco anticomunista, in cui l’Italia rappresentava una pedina preziosa, agevolò il nuovo mondo libero a girare la testa verso un’altra direzione. I partiti “antifascisti” si opposero con forza alle estradizioni (eccezion fatta per il Pci), gli organi di stampa sostennero questa linea (eccetto l’Unità prima e l’Avanti poi). La cesura tra il nostro paese e il Fascismo doveva essere netta e l’eventuale giudizio sarebbe stato (e così non fu) della giustizia italiana. Nessuno dei nostri militari – secondo i dossier dell’Onu – venne mai processato dai tribunali internazionali che si occuparono di crimini di guerra e tantomeno da quelli locali dei paesi che subirono le occupazioni. Resta l’amaro.

Se è vero che la storia la scrivono i vincitori, quella italiana, uscita perdente ma paradossalmente anche vincente dalla Seconda guerra mondiale, risulta evidentemente scritta da più mani che, come spesso accade, mentre scrivevano volgevano gli occhi e il pensiero altrove.

Qualcuno scrisse o sostenne “l’opera civilizzatrice” del nostro esercito nelle colonie, molti difesero la differenza con la brutalità nazista, altri, infine, si spinsero a: «Controaccusare l’esercito di Tito di ferocia e spietatezza». Unici responsabili dei reati eventualmente commessi sarebbero stati Benito Mussolini e i fascisti; regio esercito e popolo italiano erano da considerarsi vittime anch’essi. Sembra veramente troppo.

Poi sui fatti calò il silenzio. Interrotto negli anni da qualche spirito libero – si pensi al documentario della Bbc «Fascist Legacy» [«L’eredità fascista», di cui si torna a parlare in questi giorni, Ndr], o agli studi di Angelo Del Boca e alla querelle che lo contrappose, negli anni passati, a Indro Montanelli – che al mito della “brava gente ad ogni costo” proprio non si adegua.

 

Margherita Amatruda

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 21, maggio 2009)

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