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A. XIV, n. 156, settembre 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Il cristianesimo e i nostri
giorni tra lo smarrimento
e la riscoperta di un Dio
che è ormai “forestiero”

di Eliana Grande
Nuova importante tematica affrontata dalla Rubbettino editore.
Riscoprire Dio in una società che sembra non averne bisogno


Il 23 febbraio, alle ore 18:00, si è svolta presso la Sala convegni del Centro pastorale di Lamezia Terme la presentazione del libro di don Armando Matteo: Come Forestieri (Rubbettino, pp. 82, € 8,00, Prefazione di Gianfranco Ravasi).

Sono intervenuti Natale Colafati, anch’egli autore di numerosi saggi di carattere filosofico e teologico, Luigi Cantafora, vescovo di Lamezia Terme, e il giornalista Rai Rosario Carello.

 

Uomini di cultura si interrogano sul cristianesimo

È in veste di moderatore Antonio Cavallaro, direttore commerciale della Rubbettino, al quale va riconosciuto il merito di avere seguito con cura la realizzazione e la promozione di questo libro, inserendolo nella prestigiosa collana Problemi aperti.

Le riflessioni dei relatori muovono tutte da una domanda fondamentale: perché il cristianesimo è divenuto estraneo agli uomini e alle donne del nostro tempo?

È proprio nel tentativo di trovare una risposta a tale domanda che Matteo, docente di Teologia e assistente ecclesiastico della Fuci, ha scritto questo libro, nella convinzione che la Chiesa debba confrontarsi con un simile problema, e per farlo abbia bisogno di indagarne le cause e conoscere i cambiamenti culturali in atto.

Ciò non significa demonizzare la società attuale, come tiene a sottolineare Cantafora nel suo intervento introduttivo, ma essere consapevoli della reale situazione esistente, anche nei suoi aspetti più problematici, nelle sue “ombre”. Una volta acquisita tale coscienza, occorre interrogarsi su come si possa comunicare oggi il messaggio cristiano, parlare al cuore degli uomini e rendere interessante il cristianesimo nel mondo in cui viviamo, per fornire una risposta a quella domanda di senso che, nello smarrimento dei nostri tempi, si fa sempre più urgente.

Apprezzamento per il libro giunge anche da Colafati, che ne loda il linguaggio divulgativo, accessibile a tutti, perché «il popolo di Dio deve essere protagonista in prima persona della Chiesa, e non solo destinatario, ma anche portatore della “buona novella”».

 

Scienza e teologia

L’intervento di don Nicola offre alla riflessione diversi spunti di carattere filosofico: «la scienza e la tecnica sono diventate le nuove interlocutrici della teologia».

A suo parere, per capire la problematicità di questo dialogo è necessario tenere presente che, a grandi linee, la scienza non si interroga sulla natura di una cosa, né sul suo essere, ma solo su come essa funzioni. Una volta stabilitone e spiegatone il funzionamento, la scienza la considera “verosimile”, non “vera”. Ciò significa, continua Colafati, che «la scienza non punta alla verità» e conserva sempre un carattere di provvisorietà. Di conseguenza essa non può mantenere la promessa di felicità fatta all’uomo, non può rappresentare la soluzione ultima ai suoi problemi, né soddisfare le sue più profonde ed essenziali esigenze, prima tra tutte quella di verità.

Proseguendo nelle sue argomentazioni, e citando alcuni fra i maggiori protagonisti dell’attuale dibattito filosofico su tale questione, Colafati attribuisce alla scienza e alla tecnica la responsabilità di avere introdotto una profonda separazione tra l’essere e le cose.

La questione della separazione conduce ben presto a quella dell’alienazione, anch’essa rilevante nel contesto del problema antropologico attuale: «l’uomo di oggi non vive più nella natura né nella storia», dal momento che, nella loro concezione classica, questi concetti sono caratterizzati dal fatto di essere in tensione verso qualcosa, un senso, un fine. Non è possibile dire lo stesso della tecnica.

Ma quella che, forse, può essere considerata come la riflessione più preoccupata e preoccupante nel discorso di Colafati è la constatazione del fatto che l’uomo sembra avere perso il controllo della tecnica stessa: ormai è quest’ultima a dominare le persone e non viceversa. Don Nicola è supportato in questa considerazione anche da Matteo, che parla di una problematica compresenza, all’interno della società attuale, tra le enormi risorse a disposizione e l’altrettanto grande incompetenza e mancanza di buon senso e di discernimento nel gestirle.

L’unica via d’uscita ravvisabile da questo stato di cose è un’acquisizione collettiva di consapevolezza, da parte dell’umanità, di ciò che sta succedendo. Del fatto che, come scrive Matteo citando Houtepen, «Dio è diventato [...] l’illustre dimenticato dell’epoca attuale». Se, infatti, quella antica e medievale è stata un’epoca caratterizzata dal fatto di essere «con Dio», e quella moderna e illuministica ha voluto emanciparsi dal passato muovendosi, per così dire, «contro Dio», l’età in cui viviamo si autodefinisce semplicemente come «senza Dio».

 

Laici e chiesa insieme nello stesso cammino

A queste considerazioni si riallaccia Carello, che definisce, simpaticamente, il libro di Matteo “pericolosissimo”, ma solo se non lo si legge fino alla fine: don Armando parte da una tesi, quella dell’estraneità del cristianesimo rispetto alla società attuale, descrivendola, spiegandola e approfondendola così bene da convincere il lettore che, citando il libro testualmente, «Davvero il cristianesimo appare oggi spaesato, senza dimora». Salvo, poi, capovolgere la questione, ridando spazio alla speranza, per concludere che «la fede cristiana [...] ha ancora qualcosa da dire e da insegnare agli uomini e alle donne di oggi così come ha anche qualcosa da imparare da loro per far risuonare in modo rinnovato la parola che attesta la prossimità di Dio all’avventura umana. In particolare essa [...] è chiamata a farsi e a dare voce a tutto ciò che l’uomo postmoderno, nella frenesia del vivere, mette a tacere o semplicemente dimentica».

E sull’onda di questa speranza Carello conclude il suo intervento sottolineando l’importanza del laicato in questa che lui definisce una partita «che non è persa ma è tutta da giocare» e le cui sorti dipenderanno in larga misura proprio dai laici, e dal loro «coraggio di esserci», riuscendo anche ad andare controcorrente.

Come scrive ancora Matteo, «Dio è divenuto nella nostra epoca un affare di Chiesa».

Ebbene, «Nulla di più abissalmente distante dalle intenzioni di Gesù [...] Dio è infatti di tutti semplicemente perché è per tutti».

E continua ad aggirarsi, sebbene forestiero, per le strade degli uomini.

 

Eliana Grande

 

(www.bottegasciptamanent, anno III, n. 19, marzo 2009)

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