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Home Page (a cura di Tiziana Selvaggi) . Anno II, n° 16 - Dicembre 2008

Zoom immagine Il disco di Nebra:
un libro d’azione
tra storia e mito

di Maria Paola Selvaggi
Con Inedition, in missione per svelare
l'origine e il futuro di un’antica stirpe


L’estate del 1999 segna l’inizio di un nuovo mistero per gli archeologi di tutto il mondo. Nella Germania orientale, presso la cittadina di Nebra, viene ritrovato un manufatto che sembra mettere in discussione l’idea, fino ad allora ritenuta valida, che la civiltà centro-settentrionale del continente europeo, nell’Età del bronzo, fosse rozza e brutale. Questa convinzione era basata sulla mancanza di reperti architettonicamente complessi e di residui di forme di scrittura, elementi che avrebbero potuto rivelare la presenza nella zona di una popolazione culturalmente sviluppata, e sul ritrovamento, invece, di segni evidenti di una propensione alla violenza ed alla guerra.

La scoperta di un piccolo disco in bronzo ed oro, risalente a più di 3600 anni fa, risulta, quindi, molto enigmatica. Il disco di Nebra, così chiamato proprio in relazione alla città che fu teatro del ritrovamento, è considerato la più antica rappresentazione del cielo: vi sono raffigurati il sole, la luna e le stelle, tra le quali è distinguibile il gruppo delle sette Pleiadi.

Ulteriori dubbi di carattere storico nascono, inoltre, dal legame che il disco sembra stabilire con la descrizione, riportata da Omero nell’Iliade, delle decorazioni astronomiche presenti sullo scudo di Achille e dal ritrovamento accanto ad esso di alcune spade di tipo miceneo.

Solo qualche anno dopo, nelle vicinanze del primo ritrovamento, presso la città di Goseck, venne scoperto quello che è stato definito il più antico osservatorio astronomico nella storia d’Europa, risalente a circa 7000 anni or sono, e che, secondo alcuni studiosi, sarebbe stato, per di più, un luogo di venerazione di culti preistorici, un edificio sacro in cui sarebbero avvenuti anche sacrifici umani, questo in relazione ai tumuli sepolcrali ritrovati.

Le due scoperte sembrano avere uno strettissimo legame e, per alcuni archeologi, potrebbero essere collegate ad una visione mitologica-cosmologica del mondo.

 

Il destino di un popolo scritto su un disco

Il mistero che sembra avvolgere i due siti risulta, indubbiamente, molto interessante, soprattutto per quelle persone capaci di leggerlo con grande fantasia. Forse per questo Giovanni Nebuloni è riuscito a farne la base del suo romanzo dal titolo molto eloquente, Il disco di Nebra (Inedition editrice, pp. 244, € 14.50).

Il racconto inizia la notte dell’ultimo dell’anno e procede nei tre giorni successivi, narrando le vicende legate al tentativo di recuperare il manufatto da parte dei discendenti del creatore del disco, una stirpe antica le cui origini affondano in un passato remoto.

La storia di questa stirpe ci viene spiegata proprio da uno dei suoi discendenti, Costas Moliviatis, che appartiene al ramo meridionale della stessa: «iniziata dalla cultura dei tumuli, la cultura Kurgan fiorita nel settimo millennio avanti Cristo, dalle steppe della Russia meridionale si era sdoppiata, salendo in parte allo stretto di Bering per raggiungere l’America Centrale e in gran parte scendendo a sud per fondare, nella Turchia orientale, la città di Catalhoyuk. Ovvero l’insediamento umano più antico da dove, un migliaio di anni dopo, la nutrita colonia suddivisasi ancora una volta, era partita per scoprire e sfruttare nuove terre. Una parte si era stabilita nell’Egeo spingendosi fino all’Egitto, l’altra invece si era fermata in Germania, a Goseck e dintorni». Per tale popolo il disco è un dono ricevuto da Dio, un dono tanto importante da arrivare anche ad uccidere per poterlo recuperare.

 

Un sogno per ricongiungere il doppio

Gli avvenimenti sono prefigurati in un sogno, inizialmente incomprensibile, fatto da Costas Moliviatis e dalla rappresentante dell’altro ramo principale della stirpe, Sonia Üttner, sogno che si chiude con una chiara profezia riguardante l’intero popolo: «Il Disco, summa  delle nostre conoscenze deve essere portato dove sai, con la prua della nave rivolta verso la culla del sole. Le due anime torneranno unite e il tempo sarà prospero».

Questa visione onirica sembra prevedere una possibile riunificazione delle due parti di uno stesso popolo, una rinascita, una ricostituzione dell’unità dalla dualità. Infatti, il tema della dualità, del doppio, dei gemelli, è spesso ripreso dai personaggi principali, perché, come Sonia Üttner dirà ad Isabella Doria, studentessa milanese, che diviene il personaggio centrale di questa vicenda: «I gemelli sono uno in due o due in uno. E sono ineludibili per la tua stirpe e, a ben vedere per l’umanità intera e per l’origine dell’uomo. […] Gli egiziani nostri amici hanno sempre avuto un occhio di riguardo per il doppio. La doppia sepoltura egizia, le doppie piramidi».

 

Un percorso per molte anime

La ricerca del disco è comunque l’elemento centrale della storia, tanto importante da coinvolgere non solo i membri effettivi della stirpe, ma anche persone inconsapevoli delle loro origini, prima fra tutte la già citata Isabella Doria, il suo fidanzato, Marco Tindari, il giovane ispettore della questura milanese, Francesco Dalessio, ed ancora il russo Ivan Ivanovich Buran e la sua donna, Ludmilla Yevgenyevna Denissienko.

Ognuno di questi personaggi svolge il proprio ruolo, spesso non chiaro, ai fini della missione; le loro vicende convergono, e si spiegano, nella risoluzione finale. Se, ad esempio, Isabella Doria è il personaggio essenziale per la rinascita della stirpe, Ivan Ivanovich Buran è una chiave importante, il suo cognome identifica anche «il Vento del Nord, il vento intenso e gelido della steppa asiatica […] alla base del mito pelasgico, greco antico, il mito della creazione che racconta di Eurinome, la dea di tutte le cose che, emersa nuda dal caos, separa il mare dal cielo e danza sulle onde sentendo un vento, il Vento del Nord, vorticarle attorno. Lo afferra e lo soffrega fra le mani dando origine al serpente Ofione che, eccitatosi, si accoppia incestuosamente con lei e depone l’Uovo universale attorno al quale si arrotola Ofione, dando origine all’universo». Questo vento per i membri della stirpe potrebbe essere «un padre o una madre, una cupola protettiva dei gemelli… Gemelli o Uovo cosmico, origine dell’umanità». Sonia Üttner spiegherà proprio ad Ivan Ivanovich Buran che alla nascita del genere umano o della vita biologica c’erano due entità, «per esempio, lo ying e lo yang indiani, o i nostri gemelli. E tu, Vento del Nord, sei paragonabile al lievito per i gemelli una volta che questi siano stati partoriti o fusi in un’unica torta. […] E per la stirpe sei assimilabile a un salvatore […] non sei un vento come lo si intende con la comune accezione del termine, tu sei, invece, la Volontà Indomabile di Esistere».

 

Nella lettura alla ricerca del mito

Le vicende narrate coinvolgono fortemente il lettore, tanto da inglobarlo, da farlo entrare nei personaggi, quasi a volerlo rendere protagonista della storia. La realtà raccontata diviene così insolita, enigmatica, fantasiosa; in essa si incontrano un presente tecnologico, moderno, ed un passato antico e mitologico. Del resto, come afferma Costas Moliviatis: «La mitologia entra dappertutto, essendo il fulcro delle religioni e dei nostri sogni».

Il lettore, di fronte ai tanti fili della trama, rimane inizialmente spiazzato, tuttavia si fa trascinare fluidamente verso la fine. Il risultato è un racconto complesso ed articolato, ricco di notizie storiche e mitologiche, ma anche estremamente piacevole ed affascinante.

 

Maria Paola Selvaggi

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 16, dicembre 2008)

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