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A. XVIII, n. 199, aprile 2024
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Storia (a cura di La Redazione) . A. XVIII, n. 199, aprile 2024

Il Capitalismo
all’italiana: come
poterlo boicottare

di Alessandro Milito
La cultura imprenditoriale reazionaria
e autoassolutoria dietro i pregiudizi


Avvertenze
Quella che segue è una visione dichiaratamente parziale – e quindi anche di parte – di un fenomeno molto complesso. Pochi ambiti come quello del lavoro sono in grado di mettere in moto conflitti tanto accesi e passioni così contrastanti. Anzi, si potrebbe dire che il lavoro – la sua concezione e il valore da attribuirgli – sono il parametro che permette di capire molto di una persona, sia in ambito politico che nella sua vita privata.
Per questo motivo ci capiranno i lettori se per una volta metteremo da parte la tradizionale pacatezza per una precisa presa di posizione ispirata da una lettura casuale.



«Cercasi gente che abbia voglia di lavorare per davvero». Così recita un cartoncino su una vetrina di un bar in centro a Bologna: ecco un valido motivo per non scegliere più quel luogo per la propria colazione o il caffè quotidiano. E in generale ogni attività che propone con orgoglio questa visione del lavoro dipendente andrebbe boicottata dai consumatori: se è diritto dell’imprenditore proporsi come meglio crede al pubblico, quest’ultimo ha senz’altro la possibilità di scegliere.
Quel cartello si iscrive a una nota tradizione imprenditoriale italiana: quella vittimista. Un atteggiamento spesso accompagnato da una gestione patronale, paternalistica e reazionaria del lavoro, specie di quello giovanile.

Gli effetti della gerontocrazia
Tra gli effetti più evidenti della crescente crisi demografica – già discussa su Direfarescrivere a partire dalla disamina del testo La trappola delle culle. Perché non fare figli è un problema per l’Italia e come uscirne di Luca Cifoni e Diodato Pirone (Rubbettino, pp. 156, € 15,00): www.bottegaeditoriale.it/laculturaprobabilmente.asp?id=232 – rientra il progressivo invecchiamento della società e il suo irrigidimento su logiche gerontocratiche e nostalgiche verso una passata epoca d’oro, in verità mai realmente esistita.
Il confronto verso il presente è come sempre impietoso, specie se può accompagnarsi a una critica verso le nuove generazioni. Negli ultimi anni è cresciuta l’idea che numerose occasioni di impiego siano sempre più snobbate da giovani schizzinosi, bamboccioni e choosy, secondo l’infelice espressione resa celebre dall’allora ministra del Lavoro Elsa Fornero.
A sostegno di questa tesi ogni anno vengono riproposte le severe tabelle dei dati sui lavori stagionali e su altri impieghi idealmente poco prestigiosi ma raccontati come molto remunerativi: si tratta dei classici articoli sulla carenza di bagnini e camerieri nelle località estive e sul fornaio ormai introvabile, con annesso imprenditore che dichiara disperato di offrire cifre da capogiro senza ottenere alcuna risposta. Ed effettivamente un osservatore distratto potrebbe chiedersi perché sia così facile trovare lavoro e perché la disponibilità sia così scarsa: forse i giovani si aspettano di essere pagati senza fare nulla, magari con un bel sussidio statale come il Reddito di cittadinanza?

Questioni di reddito
Non si tratta solo di pensieri pigri o chiacchere da bar: ore su ore di talk show e intere schiere di colonne sui giornali hanno fatto rimbalzare a più riprese un’idea distorta del mondo del lavoro. Un mondo in cui un (ex) beneficio previdenziale di circa 500 euro mensili è considerato fortemente concorrenziale con l’impiego in un bar o un locale del centro città.
Perché, è bene ricordarlo, tra le principali critiche mosse – al sicuramente opinabile – Reddito di cittadinanza c’era il sospetto che esso potesse spingere masse di fannulloni, magari giovani, a rimanere a casa a spese dello Stato: «Signora mia è impossibile trovare chi abbia voglia di lavorare qui, prima qualcuno c’era ma adesso, si sa, con “il Reddito”…».
Uno stanco ritornello sin dall’inizio pressoché impossibile da contrastare: perché chi aveva imparato a recitarlo a memoria aveva già fatto una precisa scelta di campo, rifiutando qualsiasi altra immaginabile interpretazione.
E così, nel rumore di fondo della polemica da bar, ci si è dimenticati quasi subito di sottolineare quanto fossero generalmente bassi i salari e difficili le condizioni di impiego di chi, nei bar, ci lavora. Ma fortunatamente “il Reddito” è stato eliminato e il “problema” dei lavoratori introvabili sembra essere in via di “risoluzione” stando alle parole della ministra del Turismo Daniela Santanché: «Per i lavoratori stagionali c'è stato un incentivo gigantesco: abbiamo tolto il reddito di cittadinanza. Mi sembra il più grande incentivo che il governo potesse fare, tant'è che oggi la situazione sta un po' migliorando». Bravi tutti.

Domanda e offerta a giorni alterni
E torniamo quindi al vittimismo di un certo tipo di imprenditore italiano, pronto a godere in autonomia dei propri successi ma prontissimo a scaricare sulla collettività ogni incidente di percorso. Il motto: privatizzazione del profitto, collettivizzazione delle perdite.
Ricapitolando: il mercato si basa sul rapporto tra la domanda e l’offerta. L’imprenditore deve trovare la giusta formula che produca, nell’altalena tra costi e ricavi, degli utili.
A torto o a ragione, questi concetti sono così radicati nella nostra società da sembrare scolpiti nelle tavole della legge eterna. Peccato che questa sacralità venga meno quando si parla proprio del mercato del lavoro e che, nell’equazione dell’imprenditore vittimista, la necessità di proporre un’offerta convincente alla potenziale forza lavoro appaia proprio un’eresia.
Eppure, la logica macroeconomica sarebbe chiara: anche il lavoro ha un suo mercato, composto da chi vende la propria forza lavoro in cambio di una retribuzione; oppure, sotto un’altra prospettiva, da chi necessita di forza lavoro per la propria attività di impresa e cerca di ottenerla offrendo salario e determinate condizioni di impiego.
E quindi: se nessuno vuole lavorare nel tuo bar alle condizioni che offri, la “mano invisibile del mercato” ti sta educatamente suggerendo di cambiare offerta se vuoi soddisfare la tua domanda. Anche il lavoro deve rientrare nel complesso bilanciamento tra fattori economici indirizzati a produrre un utile. Se non riesci a procurarti forza lavoro, significa che devi cambiare ricetta. È difficile? Senz’altro. Ma non sta scritto da nessuna parte che devi fare l’imprenditore, forse è il caso di cambiare mestiere.
L’imprenditore vittimista è sordo a ragionamenti di questo tipo, applica ed elogia le dinamiche del mercato solo a convenienza, salvo scaricare immediatamente sui giovani che non vogliono più lavorare eventuali difficoltà della ricerca di personale; ovviamente sempre prontissimo a chiedere aiuto allo Stato, e cioè a tutta la collettività, quando le cose girano male: un classico esempio di capitalismo all’italiana.

In attesa di un’altra campana
E tuttavia anche la polemica più parziale non può sottovalutare che “fare impresa” in Italia è difficile per una pluralità di motivi e mancanze strutturali tristemente note. Secondo il Doing business report della Banca mondiale, che monitora l’attrattività di 190 economie mondiali, l’Italia si piazza al 58° posto. Ma è al 119° posto per capacità di ottenimento di credito da parte delle banche e al 129° per complessità del sistema fiscale. L’ultimo rapporto risale al 2020 in quanto nel 2021 la Banca mondiale ha sospeso la sua pubblicazione a seguito di un’indagine che aveva coinvolto gli stessi funzionari responsabili della sua pubblicazione. Quest’ultimi avevano subito diverse pressioni per dare un quadro “un po’ più roseo” di alcune economie rispetto ad altre. Tuttavia, scandalo a parte, per quanto riguarda la nostra economia il quadro, sebbene non aggiornatissimo, è senz’altro realistico e preoccupante. A questo si può aggiungere il cancro della criminalità organizzata che, in alcune zone più che in altre, detta legge e impone la sua tradizionale sovrattassa.
“Fare business” in Italia non è una passeggiata, l’imprenditore vittimista lo sa. Ma, a differenza del lavoratore giovane, può contare su una vasta coalizione politico-mediatica pronta a difenderlo, spesso proponendo logiche protezionistiche e un taglio delle imposte spesso non pagate.
E sta proprio qui il problema: l’assenza di una forza politica che rappresenti un altro punto di vista e che lo sappia difendere nella naturale conflittualità quotidiana. Manca una voce che faccia da controcanto alla narrazione, ampiamente maggioritaria, di una gioventù mammona e poco propensa a “fare la gavetta”. Quando, forse, potrebbe persino trattarsi di un passo avanti: di una presa di coscienza da parte di chi davvero non ha più voglia di lavorare…a certe condizioni.

Alessandro Milito

(direfarescrivere, anno XX, n. 219, aprile 2024)

Collaboratori di redazione:
Elisa Guglielmi, Ilenia Marrapodi
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