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Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione)

La letteratura come
memoria ed esercizio

di Marina Benvenuto
Pubblicati da Città del sole, una selezione
di testi presentati da Benedetta Borrata


Alba pratàlia aràba, «arava prati bianchi», è la citazione di un frammento dell’indovinello divenuto celebre perché costituisce una delle prime testimonianze scritte della lingua volgare.
Se parèba boves, / alba pratàlia aràba / albo versorio tenèba, / et negro semen seminàba
L’indovinello richiama l’azione dello scrivere associandola all’immagine «di arare prati bianchi», i fogli di carta che saranno seminati dal nero inchiostro di una penna bianca.
Benedetta Borrata, finalista al Premio internazionale “Salvatore Quasimodo”, docente di Lettere italiane e latine, propone questo indovinello, per introdurci agli obiettivi del libro Alba pratàlia aràba. L’incanto di una letteratura infinita (Città del sole, pp. 168, € 15). Lo scritto letterario costruisce un rimando infinito, un rinvio di significati che spiegano le ragioni del suo autore e creano un legame, un’attrazione, con il lettore impegnato sul testo, per raccogliere i frutti della semina, come suggerito dalla metafora citata.
L’opera infatti indugia con sapienza sui testi suggeriti e intende rinnovare le ragioni della letteratura in una società sempre più coinvolta nell’innovazione tecnologica per ricordarci che l’avvento del digitale non può sostituire il ruolo della letteratura, la sua utilità e valore nella formazione e nella maturità del lettore di ogni tempo.
La letteratura è presentata dunque come baluardo di umanesimo rispetto a un’utilità “dominante” che oscura i valori dell’arte, della fantasia, del pensiero critico.
Il testo letterario come strumento di ricerca
In Alba pratàlia aràba viene presentata una raccolta critica di suggerimenti di opere selezionate tra scrittori di epoche lontane, da Dante a Borges: Borrata le consiglia seguendo il desiderio ermeneutico del docente impegnato a incoraggiare ogni possibile lettore tra le pagine di «una letteratura infinita» nei suoi richiami esistenziali.
Il filo conduttore tra queste suggestioni è l’interpretazione del testo letterario come strumento di ricerca che si rinnova al mutare delle epoche e delle domande esistenziali.
Tutti i testi proposti sono classici nel senso indicato da Italo Calvino, in quanto non si esauriscono ma rinnovano il loro senso a ogni rilettura che, dalla giovinezza all’età matura, mantiene vivo il sentimento della ricerca.
Il testo, per una coincidenza di senso, introduce le sue riflessioni interpretative proprio a partire da Calvino, con l’originale selezione di uno scritto di matrice autobiografica che riguarda un’invasione di formiche in una casa affittata in Liguria per le vacanze, dove lo scrittore si reca con la moglie e il figlio piccolo. Le formiche invadono ogni spazio, dentro alla casa, ma anche in giardino e non consentono una tregua alla coppia che non riesce a trovare un luogo protetto per il figlio, solo la fuga verso la spiaggia offrirà loro un riparo.
La ricerca ha avuto un esito felice, «gusci bianchi di conchiglie pulite dalle onde» esprimono la possibilità di una soluzione prima insperata. La coppia ha adottato una soluzione diversa dalle tecniche fallimentari applicate dal vicinato. Una scelta che guarda a un orizzonte distinto da quello ripetitivo possibile alla formica, rivolto a un «altrove» che la creatività della coppia ha saputo porre in essere.

Riflettere sulla ricerca di una direzione
Anche il secondo testo presentato di Calvino è una riflessione autobiografica sulla ricerca di una direzione, nel ricordo della casa paterna arroccata tra il mare e il monte.
Calvino narra l’immagine del padre che esce dalla casa per orientarsi verso Nord, verso una vegetazione – bosco, natura – dove l’uomo è assente, mentre l’autore, nella sua giovinezza, cerca la direzione opposta, l’abitato, la discesa verso il paese e il mare. Entrambi esprimono il desiderio di proseguire nella loro ricerca: il padre è un appassionato botanico, cura le piante, trapianta esemplari esotici per creare loro un nuovo habitat, ne studia i nomi, anche in dialetto.
Italo invece guarda verso il porto che i tetti nascondono, la rete delle viuzze tra i tetti non è decifrabile da casa, qualcosa lo separa da quel paesaggio e il giovane desidera colmare quella separazione, vuole scendere e raggiungere quelle strade “invisibili”, superare la divisione che toglie la visuale su un diverso orizzonte, non teme una lontananza che per lui è raggiungibile. Ma come il padre, anche Italo è alla ricerca di una relazione con il mondo fuori casa, di un motivo che recupera non nella natura per lui silente, quasi ostile, ma nella letteratura che il porto, il mare – nel loro essere “invisibili” – richiamano con voce ancora segreta, indecifrata, durante la sua giovinezza.
La poetica del dono di Borges
Borges è l’ulteriore scelta di Borrata, con il suo tema, forse il più famoso, del labirinto. Per costruire un incontro con questo autore il testo cita una lirica (Poesia dei doni) che nella molteplicità dei riferimenti non smarrisce il lettore, ma al contrario dà luce, indizi di senso, nell’invito alla maturità di Socrate e al pensiero di Schopenhauer che «forse decifrò l’universo».
Al di là di una conoscenza filosofica che Borges in ogni testo implica, questo scrittore, quasi inaspettatamente, nella felice selezione dell’autrice, con l’immediatezza che solo il verso poetico esprime, ci offre la più decisiva delle soluzioni: l’amore, che «ci permette di vedere gli altri come li vede la divinità». In questo verso Borges ci libera da ogni lettura intellettualistica e restituisce il valore della poesia e la sua sapienza di autore. Forse è proprio questo verso, questo frammento di testo, pochi segni neri di inchiostro, che maggiormente realizza e comunica al lettore l’esplicito obiettivo poetico di Borges: «Non la semplicità, che non è niente, ma la modesta e segreta complessità». Davvero una poetica del dono, come il titolo esprime nella consapevolezza del suo autore.

Il decimo canto del Purgatorio dantesco
Una diversa proposta è Dante, un Dante forse poco frequentato dalla lettura scolastica, il decimo canto del Purgatorio dedicato ai superbi.
La montagna in salita segna un confine tra il vuoto e una parete che è ostacolo alla vista e al cammino libero. Non si incontrano anime, ma immagini. Non c’è una voce narrante, non c’è parola, eppure c’è comunicazione compiuta nell’immagine che compare lungo la salita del cammino intrapreso.
Sulla parete della montagna è infatti scolpito un altorilievo che descrive storie di umiltà, a iniziare dalla discesa dell’Angelo che porta l’annuncio a Maria.
L’altorilievo è muto di parole, ma l’immagine esprime un messaggio complesso che apre una finestra sulla riflessione del significato dell’Annuncio: l’intuizione di Dante, con l’immagine del marmo scolpito che narra storie dai libri sacri, ci indica che solo la divinità può realizzare un’espressione compiuta eppure immediata in tutte le sue implicazioni, anche senza usare le parole. E l’immagine prescelta – con l’interlocutrice davanti al saluto dell’Angelo – ci mostra una possibilità di ascolto umile, ma capace di aderire al senso del messaggio e di dargli vita.
L ’uomo è invece costretto nella perenne ricerca di un inchiostro nero che disegna le parole, traccia un discorso che semini un messaggio decodificato per l’uscita dal labirinto.
Le storie di umiltà sull’altorilievo sono un esercizio di spiritualità cui l’uomo può dedicarsi per comprenderlo, la fatica della salita nel Purgatorio è tuttavia necessaria per risvegliare l’attenzione umana: il cammino accompagnato dalle storie sul marmo rivela una comprensione dell’uomo da parte di Dio che sa come comunicare senza parole, ma con immagini parlanti, di verità intuitiva e inequivocabile.
La fatica della scrittura può sembrare allora vana di fronte alla forza dell’altorilievo che ammutolisce Dante, intento nella visione di questa originale espressione divina.

La pagina letteraria si confronta con il suo lettore
Nell’opera stessa di Dante è data la risposta inequivocabile alla sfida di «significar per verba» (Paradiso, I, v. 70) rivelando il bisogno profondo dell’uomo a ricercare la parola, perché con la parola può giocare la sua partita sul senso della vita.
Le formiche di Calvino, il labirinto di Borges (anche immaginato come biblioteca infinita), il viaggio dall’Inferno al Paradiso, sono esempi di comunicazione, di buona volontà dell’uomo che non si perde nella fatica del viaggio, ma resiste nella volontà desiderosa di trovare la propria risposta.
La letteratura allora, in questa ricerca onesta di comunicare trova l’“altro”, individua un lettore.
Le scelte testuali di Borrata mostrano relazioni diverse degli autori con i loro lettori. Relazioni più immediate o più difficili a seconda della forma, della storia, dell’uso delle parole o dei bisogni che motivano il testo letterario.
Deledda e Tommasi da Lampedusa sono presentati come espressione di un testo osmotico con il loro territorio e permeano il lettore delle sue atmosfere, di un vissuto ormai irraggiungibile eppure trasmesso come esperienza ancora possibile nella pagina scritta, lasciato a perenne eredità.
Bencivenga indaga sul racconto di Pinocchio con un intento pedagogico che restituisce modernità alla sapienza di Collodi nella descrizione del rapporto padre-figlio.
Le proposte dell’opera si rinnovano su altri autori e testi scelti che aprono nuove riflessioni nei rimandi delle interpretazioni e dei commenti.
Ogni brano proposto ha delle qualità di sintesi sull’identità dello scrittore e la sua opera, appropriate a creare una relazione inedita con il lettore che l’interpretazione dell’autrice evidenzia e dispiega.
Anche per questo le citazioni offerte costituiscono una lettura preziosa che invita alla ricerca del proprio testo, inquadrando il lavoro della scrittura nell’opera letteraria come formazione all’esercizio di vivere.

Marina Benvenuto

(www.bottegascriptamanent.it, anno XVII, n. 194, novembre 2023)
Collaboratori di redazione:
Elisa Guglielmi, Ilenia Marrapodi
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