Homepage - Accesskey: alt+h invio
Editore: Bottega editoriale Srl
Società di prodotti editoriali, comunicazione e giornalismo.
Iscrizione al Roc n. 21969.
Registrazione presso il Tribunale di Cosenza
n. 817 del 22/11/2007.
Issn 2035-7370.

Privacy Policy

Direttore responsabile: Fulvio Mazza
Direttore editoriale: Mario Saccomanno
A. XVIII, n. 201, giugno 2024
Sei in: Articolo




Storia (a cura di La Redazione) . A. XVII, n.186, marzo 2023

Un tema da sempre
dibattuto: la morte.
Quindi parliamone

di Mario Saccomanno
Un saggio di Nep edizioni in cui
Carolo mostra nuovi spazi d’analisi


Il tema della morte è sempre stato ricorrente nell’indagine filosofica. In merito, non di rado, le riflessioni di pensatori imprescindibili hanno fatto leva su una concezione dualistica che discerneva il corpo dall’anima. Così, si è sovente posta una distinzione netta tra una parte caduca e una più elevata che, in quanto tale, spesso è stata intesa come capace finanche di sfuggire alla decomposizione materica.
In merito, si può affermare che, nelle varie dottrine che accettano questo vero e proprio principio vitale imperituro contenuto in ogni essere vivente, la morte equivale a una separazione, un evento che porta a un nuovo ciclo di vita dell’anima.
Dunque, sin dagli albori del pensiero mitico-filosofico, il rapporto tra anima e corpo è risultato essere centrale. Discuterne ha sempre voluto dire soffermarsi anche, e soprattutto, sulla morte terrena che è stata vista come un ritorno, come il modo attraverso cui poter sfociare nell’universale o, ancora, tra altre innumerevoli prospettive, come fase conclusiva di una preparazione o un costante avvicinamento a un’esistenza più compiuta.
Sta di fatto che è pressoché superfluo annotare quanto sia tutt’oggi impellente il problema della morte. Per esempio, lo si nota nel dibattito bioetico, in cui emerge a chiare lettere la difficoltà di riuscire a far coincidere la salvaguardia della vita con l’autodeterminazione del soggetto.
Pertanto, soffermarsi sul tema risulta essere indispensabile. In tal senso, corre in soccorso il libro La morte e l’erosione del simbolico nella cultura greca e contemporanea. Attraverso lo sguardo Psicoanalitico-Antropologico di Jacques Lacan, Melanie Klein ed Ernesto De Martino (Nep edizioni, pp. 186, € 16,00) scritto da Mattia Carolo. Infatti, nei vari capitoli l’autore attualizza sapientemente temi diversificanti vertenti proprio sull’argomento della fine ultima.
Sostenute da una procedura psicoanalitica, le riflessioni dell’autore si aprono nei riguardi del tragico e del mitologico. Ne derivano conclusioni che risultano essere spunti per compiere ulteriori ricerche su un tema così complesso.

Un approccio multidisciplinare permette di cogliere a fondo svariate sfumature
Nel testo che si sta prendendo in esame, con un linguaggio tecnico e un approccio particolarizzato, Carolo prende le mosse dalle rigorose teorizzazioni del filosofo francese Jacques Lacan. In particolare, l’interesse principale è riposto sul tema della morte all’interno del linguaggio. In tal senso la figura di Dioniso e il ruolo del femminile vengono indagati con attenzione.
Per addentrarsi nella comprensione delle diverse sfumature che un argomento siffatto presenta, l’autore chiarisce l’importanza di vari aspetti che fungono da base per le sue osservazioni. Per esempio, risulta fondante mettere in risalto quanto sia l’altro da sé a determinare il soggetto.
Così è l’Atena eschilea che permette di cogliere la soggettività intersoggettiva, elemento che rileva come la parola non sia mai «solo ed esclusivamente del singolo giacché richiede la risposta dell’Altro ed è costitutivamente in esso che risiede la sua stessa genesi».
L’alterità che fonda il ricevente, nella sua estensione, è abbracciata da Dioniso, inteso come «luogo dell’antinomia», esperienza perturbativa. Infatti, è con l’evento dionisiaco che la struttura egoica della parola vuota «e l’associazione libera-simbolica trova il suo germe iniziatico».
Chiariti questi aspetti, in un secondo momento, l’autore rivolge il suo sguardo principalmente sulle interpretazioni e sulle variazioni di Oreste. In questo contesto, sostenuto dalle visioni psicoanalitiche di Melanie Klein e da quelle antropologiche di Ernesto De Martino, Carolo indaga la mancanza del rito funebre come principio della follia.
Invece, nella parte conclusiva del libro l’attenzione si sposta verso il ruolo del simbolico nella cultura contemporanea. A tal riguardo, vale la pena riferire che con “simbolo” non si deve intendere un “segno”, di cui si occupa la semiotica. Infatti, il termine non denota un oggetto specifico, ma il superamento del significato stesso della parola. Per capire questa affermazione, giusto come esempio, si pensi alla croce, strumento usato come esecuzione capitale da parte dei romani che, nella tradizione cristiana diventa riconoscimento e rimando palese alla riconciliazione di Dio con l’umanità, mutando in chiara traccia di speranza.

Diversi piani disciplinari che permettono l’attualizzazione del tema
Anche da questo breve resoconto si comprende come l’approccio messo in atto dall’autore riesca a sporgersi su orizzonti argomentativi innovativi. Su tutto diventa palese come l’argomento della morte necessiti di essere spiegato «non solo come evento ineluttabile che esaurisce la vita, ma completandolo all’interno di diverse chiavi interpretative del linguaggio, dell’immagine, dei riti culturali e dei complessi psichici».
Dunque, l’indagine di Carolo apre a considerazioni attuali e genera nuove domande e ipotesi. Questo accade soprattutto perché, nelle pagine del testo, si fa costantemente leva su un approccio multidisciplinare. Senza alcun dubbio, i diversi piani, che convergono comunemente a giungere in profondità, al punto da attualizzare il tema, hanno bisogno di sostenersi su una complessa ricerca.
Così, la realtà articolata della morte viene mostrata a partire dalla voce autorevole di diversi autori. Per esempio, nelle considerazioni antropologiche scaturenti dall’analisi dei tratti della morte rinvenibili nel mito e nella tragedia, Carolo mostra come l’humus greco imponga che l’eroe morto in battaglia debba essere necessariamente accompagnato dal pianto.
Così, riferisce l’autore, «il piangere diviene elemento di necessità all’interno dell’impalcatura strutturale del cordoglio (pénthos) “che riplasma culturalmente lo strazio naturale e astorico” ed esige l’impossibilità della negazione della sepoltura (àthaptos) pena il turpe evento in dissicronia alla realtà mitica e al diritto del morto che, in assenza degli onori funebri, è impossibilitato a varcare Ade».
Carolo conclude che, intendendolo in questo modo, il lamento ammette un orizzonte mitico in cui diventa «linguaggio essenziale del rito». Intanto, esibisce il dolore nei confronti dell’Altro, di quell’alterità che definisce e avvalora il soggetto, così come chiarito in precedenza.
L’irreparabilità del non piangere sta nella mancata sepoltura del corpo rispetto a quelle leggi non scritte degli dèi. Così, si comprende la netta opposizione di Antigone, figura che, non a caso, ha sempre affascinato diversi pensatori, tra cui Hegel. Del resto, proprio il filosofo tedesco la intese come una vera e propria esemplificazione di quello stato conflittuale presente nel variegato regno mitico greco su cui Carolo si sofferma a più riprese. Non solo: Hegel intende il mito e la figura di Antigone come nitida illustrazione della tragedia in generale.
Di sicuro, la donna capace di sfidare il tiranno Creonte nella celebre opera sofoclea rimanda facilmente al netto scontro che il singolo può tessere con la polis. Rispondere alle leggi terrene cozza con la legge del cuore che si lega a stretto giro ai precetti divini. Ne deriva una cesura netta che può essere colmata soltanto con l’aperta opposizione.
Il rifiuto del pianto, nel linguaggio antropologico e, soprattutto, psicanalitico prescelto da Carolo, diventa l’impossibilità di dissipare il veleno della follia e, inevitabilmente, da lì, il non poter trovare mai pace poiché la transitorietà tra il non vivo e il non morto viene oltraggiata in quanto «l’insepolto cade nell’impossibilità di essere nominato».

Il confronto apre a ulteriori spazi d’analisi
Da quanto affermato fino a questo momento, si sarà ormai compreso come nel testo Carolo metta ben in evidenza tutta la «complessa articolazione multidisciplinare» che forma una serie corposa di fonti autorevoli sul tema della morte.
Di questa complessità l’autore si nutre costantemente poiché solo sul terreno del confronto è possibile far fronte a un argomento così vasto. Agendo in questo modo si aprono innumerevoli spazi d’analisi e quella fitta mole di ampliamenti conoscitivi che proiettano con forza il tema sulla contemporaneità.
È chiaro che il numero consistente di strumenti adoperati e la valutazione scrupolosa di molteplici fonti – attraverso una modalità che spesso ha reso anche necessaria la consultazione in lingua originale di vari stralci fondamentali ai contenuti esposti nei vari capitoli del testo – ha posto davanti a diverse e spesso contrapposte interpretazioni.
In merito, Carolo chiarisce come a volte si siano palesati anche alcuni limiti e incoerenze. In questo caso, è importante notare come l’autore le abbia accolte intendendole come altre possibilità attraverso cui proiettarsi comunque su nuovi orizzonti interpretativi. Pertanto, l’errore o la confusione può equivalere a una vera e propria ispirazione per spingersi a una comprensione più accurata.
Questa modalità d’azione forma un fitto spazio ottimistico su cui costruire i propri spazi conoscitivi. Eppure, in questo ambito fiducioso si impone un limite: il tema origina più domande che risposte proprio a causa delle differenti e inconciliabili declinazioni.
È qui che, a conclusione, si comprendono ancor di più le intenzioni dell’autore. Carolo non mira a dare certezze, a porre ideologicamente tasselli consolatori che possano creare una condizione eudemonica anche dinanzi alla fine ultima dell’esistenza materica. Al contrario, le riflessioni contenute nel testo hanno come obiettivo quello di porre in risalto tutte le domande aperte che, per lo più, turbano e non consolano.
Ne deriva che la morte è sempre da includere in un evento che risulta essere inevitabilmente imprevedibile. Così, nel testo viene sottolineato che, per quante risposte possano derivare dalle riflessioni umane, è indispensabile un abbandono a «una comprensione sapienziale dell’anima all’interno del suo mistero dove la vita gioca i suoi passi nel cammino mortale».

Mario Saccomanno

(www.bottegascriptamanent.it, anno XVII, n. 184, gennaio 2023)

Collaboratori di redazione:
Elisa Guglielmi, Ilenia Marrapodi
Progetto grafico a cura di: Fulvio Mazza ed Emanuela Catania. Realizzazione: FN2000 Soft per conto di DAMA IT