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A. XVI, n. 176, maggio 2022
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Home Page (a cura di La Redazione) . A.XVI, n. 172, gennaio 2022

Zoom immagine La masso-mafia dell’Accademia:
i Baroni non sono mai andati via

di Alessandro Milito
Per Chiarelettere un coraggioso reportage
sulla degenerazione dell’università


Giambattista Scirè è uno storico contemporaneista che nel 2011, forte dei titoli e delle pubblicazioni ottenute nel corso dei suoi studi, si iscrive a un concorso bandito dall’Università di Catania per l’incarico di ricercatore di Storia contemporanea. Scirè si classifica secondo; la vincitrice è un’architetta specializzata in Pianificazione e progettazione urbanistica e territoriale: in tutta evidenza un settore scientifico radicalmente diverso da quello messo a bando. Insospettito per la valutazione “eccentrica” della Commissione giudicatrice, Scirè decide di rivolgersi a un avvocato e di fare ricorso alla giustizia amministrativa; è l’inizio di un estenuante calvario giudiziario che durerà anni, vedrà più volte condannata l’università e lascerà al ricorrente una lezione mai dimenticata sul lato oscuro dell’istruzione superiore italiana.
La Mala università. Privilegi baronali, cattiva gestione, concorsi truccati. I casi e le storie (Chiarelettere, pp. 336, € 16,90) è un crudo reportage sul sistema di potere corrotto e marcio dell’università italiana, una raccolta amara di storie vere, con protagonisti gli uomini e le donne che sono stati tenuti fuori dal “cerchio magico” dell’accademia e che, tenacemente, hanno deciso di reagire.

Il lato oscuro dell’università italiana
La vicenda personale dell’autore, richiamata sin dalle prime pagine di apertura, è paradigmatica e ben rappresenta tutti gli episodi citati successivamente. Scirè riesce a ottenere ripetutamente, per via giudiziaria, il riconoscimento dell’illegittimità della procedura concorsuale bandita dall’università. I giudici amministrativi confermano più volte le ragioni del ricorrente e i provvedimenti di condanna per l’illegittimità della selezione, e dei successivi comportamenti, si accumulano. La giustizia però si schianta sul muro eretto dall’università e dai suoi esponenti di punta: passano gli anni e le sentenze emesse non vengono attuate, la commissione non viene riconvocata, la vincitrice non viene rimossa dal suo ruolo ottenuto illegittimamente, Scirè non ottiene quanto gli spetterebbe di diritto. Il tutto nonostante l’esistenza di provvedimenti netti e definitivi da parte dell’autorità giudiziaria, oltre che di una crescente pressione mediatica data dalla presenza dello stesso Scirè in varie trasmissioni televisive. Apparentemente nulla sembra scalfire la «zona franca» di potere in cui «vengono sospese le norme giuridiche, le leggi morali e perfino le regole di buon senso».
«All’inizio pensavo che il mio fosse un caso assolutamente unico nel suo genere, così paradossale da sembrare quasi inverosimile, irripetibile e assurdo. Poi, invece, ho capito che nell’università quel modo di agire è la regola, la prassi, non l’eccezione». Questa è la premessa di La Mala università, la cui principale impalcatura si basa su decine di storie analoghe raccolte da Scirè nel corso della sua battaglia contro il malaffare accademico. Il ritratto che ne deriva è impietoso: bandi “sartoriali” cuciti di proposito sul candidato predestinato, alleanze tra cordate per decidere i posti più ambiti, elezioni di stampo feudale per eleggere rettori meri canali di potere piuttosto che rappresentanti di punta della ricerca. E poi molestie sessuali, mobbing ed esclusione dei colleghi macchiatisi di “rivolta” nei confronti del sistema: chi contesta il meccanismo predeterminato di assegnazione dei posti da ricercatore, professore associato e ordinario o, addirittura, chi osa ricorrere alla giustizia amministrativa, è condannato a essere trattato come un appestato, escluso da qualsiasi occasione di carriera e relegato ai margini dell’accademia: «se qualcuno che non ha alle spalle un “padrino” decide di presentarsi comunque a un concorso, mettendo in difficoltà con il suo profilo scientifico la commissione che ne ha già predeterminato l’esito, e per giunta chiede trasparenza nella valutazione, viene considerato “inaffidabile” e, conseguentemente, messo per sempre ai margini dell’università».

Un ritratto crudo e impietoso
La mole di episodi trattati è tale da disorientare il lettore, provocando una reazione di rigetto, quasi disgusto. Un sentimento accompagnato a ogni capitolo da una sensazione di incredulità e stupore. E non potrebbe essere altrimenti, vista la quantità di arroganza, illegalità e omertà che traspare dagli aneddoti e dagli estratti degli atti processuali raccolti. Un mondo «omertoso e vendicativo», autoreferenziale e arroccato dietro il principio dell’autonomia universitaria: una nobile garanzia utilizzata per ignorare le sentenze dei Tar e del Consiglio di Stato così come i decreti ministeriali e le linee guida dell’Autorità nazionale anticorruzione.
A essere vittime di questo sistema malato non sono esclusivamente le donne e gli uomini che vedono chiudersi le porte di una carriera accademica a lungo desiderata e meritata. Il reclutamento truccato e l’abilitazione scientifica nazionale abbattono drasticamente la qualità e il livello della ricerca italiana. Quanto alla procedura per l’ottenimento dell’abilitazione scientifica nazionale, pur avendo permesso in alcuni casi a candidati privi di “sponsor” di raggiungere risultati in passato difficilmente immaginabili, questa rimane prevalentemente in balia delle grandi manovre del sistema, a cominciare dalla formazione della relativa commissione giudicatrice. Ciò rischia inevitabilmente di vanificare uno strumento che dovrebbe limitare la cooptazione locale e garantire maggiore trasparenza.
Tutto questo produce un danno sociale enorme, che si ripercuote direttamente sulla collettività, specie nel momento in cui va a toccare la selezione del personale medico e l’indicazione delle figure dirigenziali in tale settore. Una sanità pubblica di qualità non può prescindere da una università realmente competitiva, trasparente ed efficiente nel selezionare le migliori risorse: lo scempio della Mala università nega quotidianamente tutto questo.

La masso-mafia universitaria vs Trasparenza e merito
La panoramica di Scirè è vasta e ben documentata, dipanata con la tipica passione di chi ha vissuto direttamente le vicende trascritte. In questo aiutano l’utilizzo della prima persona e di uno stile rapido e giornalistico, a tratti telegrafico e in grado di offrire etichette di sicuro effetto. Tra queste la più potente e impegnativa è sicuramente quella di masso-mafia accademica: «parto da una premessa forte. La “masso-mafia” accademica è mafia di Stato. Non è altro che la gestione di un pezzo di Stato, l’università pubblica, come proprietà privata, trasgredendo le regole o fingendo di rispettarle». Scirè denuncia l’intreccio perverso tra istituzioni, imprenditoria, partiti, stampa, cultura e università, terreno ideale per l’incontro di interessi compositi, spesso rappresentanti dai soliti soggetti. Un connubio potenzialmente letale per la salute democratica e culturale della Repubblica, fucina di una classe dirigente inadeguata e autoreferenziale.
A questo punto, il lettore potrebbe sentirsi quasi sfiancato e demotivato, travolto da una mole enorme di inefficienze, malaffare e malcostume (in alcuni casi descritta con un incolpevole e semplicistico qualunquismo, nonché con qualche imprecisione e ingenuità giuridica); fortunatamente corre in aiuto il lato propositivo e positivo dell’opera, rappresentato dal racconto dell’esperienza di Trasparenza e merito.
L’associazione no-profit, nella quale proprio Scirè ricopre il ruolo di Amministratore e Responsabile scientifico, si propone come punto di riferimento per coloro intendano opporsi alla logica dei concorsi truccati. La Mala università è anche un diario dell’attività di questa associazione che, nel giro di pochi anni dalla sua fondazione, è riuscita a catalizzare un numero crescente di docenti, dottorandi e studenti che rifiutano le logiche di un sistema malato e autodistruttivo.
Un punto di vista e di azione necessario, correlato nel capitolo finale da un decalogo di buone pratiche e di proposte di riforma per l’università.
Anche per questo si apprezza la fotografia dell’università scattata da Scirè, in grado di fornire il giusto connubio tra denuncia e proposta concreta. Un binomio non sempre scontato, specie nelle opere di questo tenore.

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 172, gennaio 2022)

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