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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 170, novembre 2021

Zoom immagine Dubbio, riflessione, silenzio:
un metodo per comunicare bene

di Alessandro Milito
Dubitare è davvero un male? Vera Gheno
ci mostra le infinite possibilità della lingua


«Il bene è il dubbio, quando voi incontrate una persona che ha dei dubbi state tranquilli, vuol dire che è una brava persona, vuol dire che è democratico, che è tollerante, quando invece incontrate questi qui, quelli che hanno le certezze, la fede incrollabile, e allora stat’ve accuorti, vi dovete mettere paura, perché ricordatevi quello che vi dico: la fede è violenza, la fede in qualsiasi cosa è sempre violenza». Sono le parole che il professor Bellavista, frutto della mente brillante di Luciano De Crescenzo e da lui stesso interpretato nel film Così parlò Bellavista, rivolge ai suoi improvvisati studenti. Una lezione sulla distinzione tra “uomini punto interrogativo”, propensi a mettere in dubbio se stessi e le loro convinzioni, e “uomini punto esclamativo”, sicuri ed arroganti e, proprio per questo, potenzialmente intolleranti e pericolosi.
Un insegnamento che è possibile ritrovare nel saggio Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole (Einaudi, pp. 192, € 13,50) della sociolinguista Vera Gheno, ideale seguito di Potere alle parole. Perché usarle meglio già trattato e apprezzato su questa stessa rivista (poterealleparole).

Il metodo Drs
Il socratico «so di non sapere» ultimamente non sembra godere di buona salute. Il dibattito pubblico, dalla televisione ai giornali, dalla radio ai social network, sembra premiare ed incentivare le prese di posizione nette, le frasi ad effetto pronunciate con convinzione irremovibile. La pandemia ha esposto in primo piano figure professionali che mai avevano goduto di tanta visibilità e credibilità. Si è perso il conto degli interventi dei virologi-star, assunti a vere e proprie autorità mediatiche: sciamani ai quali chiedere certezze sull’andamento della pandemia ed altrettante sicure previsioni sul suo sviluppo. Eppure, proprio questi lunghi mesi in cui il Covid-19 ha fatto da padrone sono stati la prova più evidente che la scienza non può, né pretende, di individuare certezze incrollabili. Non è il compito del medico, dello scienziato, quello di lanciarsi in affermazioni nette ed irremovibili, che non lasciano spazio al dubbio.
Ed è proprio il dubbio il motore della conoscenza, il meccanismo che sta alla base del metodo scientifico. Una sana dose di dubbio migliorerebbe la vita di tutti e la qualità del dibattito pubblico. Vera Gheno si propone di dimostrare ciò con il suo ultimo saggio, ripartendo proprio dalle parole, e il loro corretto utilizzo, che avevano caratterizzato il suo precedente lavoro edito sempre da Einuadi. Di fatto Le ragioni del dubbio può essere visto come un galateo per la corretta comunicazione e un uso consapevole delle parole: un libretto di istruzioni che ha come presupposto la capacità di saper dubitare. Ecco ciò che la scrittrice chiama «Metodo DRS», un modo di comunicare che offre maggiore controllo sull’identità personale e collettiva di ognuno: «mi è così venuta l’idea di condensare il mio pensiero in tre parole chiave che richiamo spesso: dubbio-riflessione-silenzio […] la combinazione di questi tre termini fondamentali può infatti aiutarci a trovare una possibile strada per avventurarci nella complessa realtà in cui viviamo».

Imparare a saper dubitare
La prima parte dell’opera, quella che idealmente rappresenta il presupposto del «Metodo DRS» è proprio dedicata al dubbio. Riuscire ad ammettere di non essere onniscienti e saper riconoscere le proprie carenze – e i propri punti di forza – è la premessa essenziale per porci correttamente di fronte al nostro interlocutore: «mettiamoci il cuore in pace: nessuno di noi è tuttologo; nessuno, nemmeno il più colto, potrà capire tutto. Occorre che impariamo a dire “non lo so” e “non ho capito”». Prima di prendere parola, prima di scrivere un post o un tweet è bene fermarsi e chiedersi: ho davvero capito ciò che ho ascoltato o letto? La fretta è cattiva consigliera e spesso ci impedisce di ascoltare appieno il nostro interlocutore, presi dalla voglia di ribattere immediatamente e rispondere a tono. Prima di rispondere è sempre bene chiedersi se si ha davvero la competenza per comprendere un determinato argomento: l’intelligenza sta nel riconoscere i propri limiti e sapere dove andare a ricercare le informazioni di cui si è privi; l’ignoranza è la pretesa di sapere già tutto subito e, soprattutto, di sentirsi in dovere di dare lezioni agli altri.
La mancanza di dubbio conduce alla fossilizzazione del pensiero e del linguaggio: tutto ciò che è nuovo viene immediatamente percepito con orrore e repulsione e si diventa reazionari e «xenofobi» anche nell’utilizzo delle parole. Questo porta al fenomeno del «grammarnazi», l’intolleranza e la rigidità nel campo linguistico: ogni nuova parola, ogni sfumatura che vada oltre i confini della norma linguistica – che si assumono erroneamente come immutabili – è accolta con fastidio. L’assenza di dubbio è l’anticamera della paura per l’innovazione e conduce a una sorta di pigrizia linguistica: scegliere sempre le stesse parole impoverendo il linguaggio.
Ma il dubbio va esercito anche nei confronti di ciò che si legge, scritto da altri, sui social e sui giornali. Vera Gheno mette in guardia il lettore dall’uso delle parole scritte per «scatenare la pancia» e suscitare reazioni impulsive: «ogni utente della lingua può fermarsi un secondo di già a chiedersi se quanto scritto corrisponde davvero alla realtà dei fatti, o se qualcuno potrebbe invece trarre qualche vantaggio da una loro distorsione». Le fake news, o semplicemente le notizie confezionate ad arte per indignare, sono sempre dietro l’angolo, a volte in modo del tutto insospettabile: ed è proprio lì che il campanello dall’arme del dubbio deve suonare.

Riflessione e silenzio
Le ragioni del dubbio conduce il lettore con la studiata leggerezza, tipica della migliore divulgazione, in questioni spesso complesse e specialistiche. Il merito va alla scrittrice, studiosa da tempo abituata a confrontarsi con un pubblico eterogeneo, a volte anche suscettibile e diffidente. Il libro scorre piacevolmente e l’impressione è che l’autrice si sia divertita nel mettere nero su bianco i pilastri del suo pensiero, le linee guida sulle quali ha impostato la sua attività divulgativa. La parte dedicata alla riflessione traccia «gli assi cartesiani della comunicazione», quei punti fermi cui fare riferimento prima di tradurre il nostro pensiero in parole. Prima di pronunciarci è bene chiedersi quali sono le nostre intenzioni, cosa vogliamo comunicare e cosa vogliamo ottenere. Allo stesso tempo è bene analizzare il contesto in cui ci troveremo a comunicare e gli interlocutori ai quali ci rivolgeremo: la combinazione di queste variabili conduce a diverse possibilità di comunicazione. Riflettere bene significa comunicare meglio per poi rispondere con più consapevolezza delle conseguenze di quanto si è affermato.
La pedagogia linguistica del saggio si alterna a curiosi “aneddoti linguistici”, sulla falsariga di quanto già visto in Potere alle parole; Vera Gheno è abile nel tracciare l’identikit di singole parole, a partire dalla loro etimologia, e stuzzica il lettore con neologismi ed espressioni che potrebbero far storcere il naso ai più conservatori, ma che in realtà hanno una loro dignità ben precisa. L’esempio perfetto di tutto ciò è rappresentato dalla questione spinosa dello schwa (ə), simbolo «tra le numerose soluzioni in circolazione per supplire a una supposta mancanza della nostra lingua: il genere neutro, una forma terza che non sia né maschile né femminile». Gheno riesce a proporre un punto di vista interessante e stimolante su questo e su altri temi linguistici: a conferma che la lingua è un organismo vivo e vibrante, in continua evoluzione.
La parte terza, la più breve, è dedicata all’ultimo e fondamentale elemento del Metodo Rds: il silenzio. «Anche il silenzio comunica»: nella comunicazione non esistono spazi vuoti ed anche il silenzio ha un suo significato ed una sua funzione. L’invito è quello di riappropriaci del silenzio, saperlo valorizzare, non solo per un reale ascolto dell’altro ma anche per una maggiore consapevolezza di se stessi. Per questo l’autrice propone una curiosa «dieta mediatica»: variare l’utilizzo di mass media differenti, ricorrere alle più varie fonti di notizie e parole. Nutrirsi il più possibile di parole ma da canali diversi, cercando di alternare il «consumo mediale a momenti di pausa: il nostro silenzio appunto»: ecco la strada per una maggiore equilibrio mentale.

L’arte di usare le parole
Le ragioni del dubbio. L’arte di usare le parole è un saggio stimolante e lascia trasparire l’impegno che l’autrice riversa nel suo campo di studio: la sociolinguistica. Ogni capitolo si conclude con un elenco riassuntivo dei concetti trattati: una lista delle “cose da fare” per comprendere ed applicare al meglio il metodo dubbio-riflessione-silenzio. Ciò contribuisce a fare chiarezza e a riportare il lettore sull’argomento centrale del saggio, anche quando le pagine sembrano andare oltre il tema trattato. L’opera forse sconta una minore organicità rispetto a Potere alle parole, andando a toccare temi diversi non sempre legati da un visibile filo conduttore. Ciò non deve essere visto necessariamente come un limite: le riflessioni proposte sono tutte in grado di stimolare curiosità e sincero interesse per le – tante – possibilità che la nostra lingua offre.
In questo saggio il lettore non troverà solo dubbi ma molto di più. Forse, proprio per questo, sarebbe stato più corretto alternare la composizione del titolo: «L’arte di usare le parole. Le ragioni del dubbio».

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 170, novembre 2021)

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