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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 168, settembre 2021

Zoom immagine Processo penale o mediatico?
Analisi di una distorsione

di Alessandro Milito
Per Infinito il controverso rapporto
tra giurisdizione e mass media


In che misura la rappresentazione mediatica di un crimine è in grado di plasmare la sua vicenda processuale? Da anni giuristi, giornalisti e criminologi si interrogano sul rapporto sempre più stretto tra processo penale e processo mediatico, tra la sentenza emessa da un giudice e quella pronunciata preventivamente dal pubblico di spettatori e lettori.
Al dibattito si aggiunge il saggio Crimini e mass media: distorsioni e suggestioni di stampa e tv nei grandi casi di cronaca nera (Infinito edizioni, pp. 160, € 13,00) di Alessandro Meluzzi, personaggio controverso dalle tante sfaccettature, tra le quali rientra quella di psichiatra e criminologo più volte ospite nei salotti televisivi.

Il voyeurismo del crimine
È l’autore stesso a centrare il punto della questione sin dalle prime pagine del prologo: il commento sfrenato e senza filtri, a tratti morboso, dei crimini è un fenomeno complesso e disturbante. Il circo mediatico costruito attorno all’universo crime è prospero e non accenna a diminuire. Al contrario: numerose serie tv d’oltreoceano hanno educato e suggestionato una platea enorme di uomini e donne, trasformatisi in novelli Sherlock Holmes pronti a giudicare il lavoro investigativo di forze dell’ordine e procuratori della Repubblica. Un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni ancora più grandi grazie alla micidiale cassa di risonanza del Web, con intere pagine e gruppi online dedicati al singolo caso giudiziario del momento e annessi schieramenti innocentisti e colpevolisti. A primeggiare è ancora il ruolo della televisione, con programmazioni aggressive rivolte prevalentemente a un pubblico anziano facilmente suggestionabile.
Meluzzi sul punto è schietto e diretto e non «intende sputare sul piatto in cui mangia», per l’appunto quella stessa televisione che più volte lo ha visto ospite come criminologo e opinionista; ma lo stesso autore riconosce il problema voyeuristico della «contemplazione perversa del male». Un fenomeno che, se portato alle estreme conseguenze, può creare un paradosso pericoloso: «i grandi delitti mediatizzati» esautorano i tribunali e vanificano il processo penale; l’opinione pubblica si fa giudice e, di fatto, influenzando pubblici ministeri e giudici, detta l’agenda della Magistratura. Il processo si sposta dall’aula di tribunale alla piazza: il semplice avviso di garanzia in sede di indagini preliminari diventa, di fatto, una sentenza di condanna.

Le diverse figure professionali del processo penale
Dopo una prima riflessione sul rapporto tra mass media e crimine, l’autore conduce il saggio su un terreno a lui più congeniale: quello delle perizie del processo penale. Di rilievo è la distinzione effettuata tra figure professionali che potrebbero risultare simili, se non identiche, agli occhi del profano. Meluzzi individua cinque profili professionali, «cinque mondi» che si affiancano all’opera del giudice e, di fatto, influiscono in maniera spesso determinante nel giudizio penale: la psicologia e la psicopatologia forense, la psicologia forense e la psichiatria forense/criminologica, la criminologia clinica, la criminologia sperimentale/scientifica e, infine, il mondo del criminal profile.
Il ruolo dei periti e delle scienze criminologiche viene sviscerato attentamente in ogni sua sfaccettatura, non senza qualche difficoltà per il lettore privo di determinate conoscenze scientifiche. Il saggio, infatti, alterna a un carattere divulgativo diversi sprazzi di elevato tecnicismo che rischiano di appesantire la fruizione e scoraggiare il lettore poco paziente.
Crimini e mass media riprende quota quando l’autore cita aneddoti derivanti direttamente dalla sua esperienza professionale di psichiatra forense: l’aspetto pratico e meno dottrinario contribuisce sensibilmente a bilanciare la lettura che il più delle volte rischia di perdersi in riflessioni articolate e non sempre ben definite. Dopotutto, ciò sembra confermare la tesi dell’autore: l’aspetto eminentemente voyeuristico, il volersi «fare i fatti degli altri» prende il sopravvento e incuriosisce maggiormente.

Una promessa mantenuta a metà
Il libro sembra essere una fedele trasposizione del profilo professionale e mediatico del suo autore. Per questo il saggio appare come ambizioso, poliedrico e differenziato ma non riesce appieno a mantenere la promessa di tracciare un quadro convincente tra crimine e mondo dell’informazione. Le premesse ambiziose e stimolanti del prologo non vengono completamente approfondite e spesso si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un quaderno di appunti e di riflessioni, senz’altro curiose e potenzialmente stimolanti, ma poco organico e chiaro.
Ciò che viene presentato come un saggio che verte principalmente sulla spettacolarizzazione mediatica del processo penale e dei grandi delitti in realtà appare più come un accenno di analisi sulle scienze criminologiche. Ciò non costituisce di per sé un problema, né quanto scritto risulta privo di valore, ma a tratti il saggio sembra uscire dal tracciato che, in premessa, si era comandato di seguire.
Sul finire del saggio vengono offerte due riflessioni sul femminicidio e lo stalking che, se riflettono fedelmente l’indole conservatrice dell’autore, possono essere viste come una variazione sul tema di una certa originalità.

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 168, settembre 2021)

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