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A. XVI, n. 176, maggio 2022
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Comunicazione e Sociologia (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 165, giugno 2021

Sos sanità
calabrese

di Alessandro Milito
Testimonianze
dirette da parte
di addetti ai lavori


Per trovare la Calabria è necessario guardare in basso e non perché è la regione più a sud della Penisola. Bisogna guardare in basso, perché puntualmente la si troverà lì, in fondo a (quasi) tutte le classifiche che contano.
Qualità della vita, libertà di iniziativa economica, tempo libero, ambiente, sanità: la Calabria sembra occupare stabilmente gli strati più bassi di tutti quegli ambiti che definiscono una società e la rendono civile e piacevole da vivere ed arricchire.
Nell’ultimo anno, in particolare, la regione è risalita alla ribalta nazionale, guadagnandosi il privilegio di essere esposta sulle prime pagine di tutti i giornali. Non solo per le imponenti operazioni antimafia e per l’istruzione di uno dei processi penali più importanti (e così carico di aspettative) degli ultimi anni nell’aula bunker del Tribunale di Lamezia Terme.
No, non è per quello che la Calabria è diventata l’emblema di tutto ciò che l’Italia non vuole e non deve essere. È la sanità la nemesi dei calabresi, il loro peggior incubo, la loro più grande vergogna. Proprio quella sanità che, a partire da gennaio 2020, è entrata di prepotenza nel dibattito politico e nel quotidiano di ogni cittadino, in Italia e nel Mondo.
La sanità pubblica, uno dei pilastri dello Stato sociale, il fiore all’occhiello del continente europeo e del suo modello di civiltà, vive in Calabria una costante negazione. Un male che viene da lontano, ideale punto di incontro tra malaffare politico, criminalità mafiosa e cattivi comportamenti dei singoli cittadini.
L’operetta inscenata per la nomina del commissario straordinario per la sanità calabrese è solo uno dei numerosi atti di uno spettacolo che va avanti da tanti, troppi anni.
Un dramma che non è stato in grado di produrre una lettura giornalistica all’altezza: si perde il conto degli editoriali, spesso su giornali nazionali di alto blasone, tutti uguali, privi di arguzia, comodamente arroccati su una facile retorica.
Una retorica che oscilla sempre tra due poli, non solo sotto la voce “sanità”: da una parte la Calabria descritta come una terra irrimediabilmente persa, covo di disonesti e terra d’emigrazione senza speranza; dall’altra una regione bellissima, popolata da gente vera, innamorata della propria terra ingiustamente vessata e “incompresa”. Due visioni che solo apparentemente si contrastano tra loro ma che, nella sostanza, contribuiscono a non spostare di un millimetro il dibattito sulla regione.
Bottega Scriptamanent, testata online anche calabrese, non si sottrae al dibattito sulla sanità ragionale ma vi partecipa a modo proprio, interpretando il suo ruolo di mensile culturale.
E inizia con due libri-testimonianza di due uomini, diversi tra loro ma egualmente importanti per la sanità calabrese di ieri. Di seguito, un’intervista sulla sanità calabrese di oggi e, forse, di domani; un’altra testimonianza, questa volta da due professionisti attualmente impegnati sul campo più difficile: quello di garantire il diritto alla Salute nei giorni della pandemia di Covid-19.

Due uomini al servizio della Calabria
Uno è l’ingegnere Massimo Scura, sindaco del piccolo comune abruzzese di Alfedena ma, soprattutto, con una lunga carriera da direttore generale di aziende sanitarie. Direttore della Asl di Livorno, poi di quella di Siena e, infine, il ruolo che più di tutti lo ha coinvolto umanamente e professionalmente: commissario ad acta per la sanità calabrese, su nomina del Consiglio dei Ministri.
L’altro è un medico di Seminara, per nove anni assessore alla Cultura della sua provincia, scrittore di romanzi storici. Ma, soprattutto, Santo Gioffrè è ricordato per il suo ruolo di commissario straordinario per l’Asp di Reggio Calabria.
Due biografie, due volti e due caratteri molto diversi, uniti dalla medesima tenacia e dallo stesso intenso e contrastato desiderio: fare ordine.
E non è facile fare ordine nella sanità calabrese, ristabilire la legalità al suo interno e bilanciare la sua ristrutturazione con la necessità di fornire, comunque, un servizio pubblico essenziale.
Scura e Gioffrè sono stati, ciascuno a modo loro, protagonisti di un tentativo: risanare la sanità pubblica regionale. Il loro contributo, i meriti e i limiti del loro ruolo sono poco noti al grande pubblico calabrese, ancor di più a quello nazionale. Ed è anche per questo motivo che i due hanno deciso, ancora una volta con la loro personalissima e singolare impronta, di lasciare testimonianza del loro tentativo, della loro missione (in)compiuta.
Massimo Scura racconta quello che lui stesso definisce un «mix in cui sanità, ’ndrangheta e politica trovano convenienza nell’intrattenere buoni rapporti» nel suo libro Calabria Malata: Sanità, l’altra ‘ndrangheta (Pellegrini, pp. 248, € 16,00).
Santo Gioffrè affida al suo libro Ho visto la grande truffa della sanità calabrese (Castelvecchi, pp. 64, € 6,90) le sue memorie da commissario dell’Asp più indebitata e disastrata d’Italia.

L’altra ’ndrangheta
Alle calabresi e ai calabresi: a loro è dedicato il libro-testimonianza di Massimo Scura, per circa tre anni commissario di governo chiamato ad attuare un massiccio Piano di rientro per la sanità regionale. È una dedica che l’autore chiarisce sin dalle prime righe: il legame con la Calabria, e la scelta di accettare un incarico così gravoso, si spiegano con le sue origini calabresi: i nonni paterni di Vaccarizzo Albanese, le estati passate nella provincia di Cosenza. L’autore tratteggia un ritratto della sua personale calabresità e sembra quasi volerlo fare per preparare al meglio il suo colpo successivo: sconvolgere il lettore, indignarlo ed informarlo su un sistema di criminalità diffusa.
Il libro di Scura è infatti un fortissimo ed appassionato j’accuse a tutto tondo. Dai politici ai medici, dai prefetti ai professionisti, dalla burocrazia elefantiaca delle istituzioni al misero lassismo dei singoli fino ai sindacati: la requisitoria del commissario è lunga ed accuratamente motivata. Non potrebbe essere diversamente vista la portata provocatoria del titolo stesso dell’opera: l’altra ‘ndrangheta.
Perché Scura “scomoda” l’organizzazione criminale più crudele e potente d’Italia citandola per il suo racconto sulla sanità calabrese? La risposta è proprio nelle pagine dell’ingegnere, che vanno quasi interpretate come il diario di un navigatore in un mare in tempesta.
Lo stile ed il registro verbale scelti sono la croce e delizia dell’opera: se da una parte aumentano l’immediatezza e l’impatto emotivo del messaggio che intendono veicolare, dall’altra lasciano un retrogusto amaro. Spesso sembra di avere tra le mani un quaderno di appunti urlati, frutto di riflessioni amare e profondo risentimento personale (si legga, ad esempio: «a nessuno premeva la salute delle calabresi e dei calabresi, al di fuori del Commissario che in Calabria non aveva da cercar voti. Era solo una questione di potere»).
Del resto, per rimanere su quanto narrato dall’autore, non avrebbe potuto essere diversamente. La storia narrata da Scura è crudele e snervante e non può non scuotere il lettore calabrese.
La versione del commissario sulla sua attività svolta per tentare di risanare la sanità pubblica regionale, rappresentano un importante e potente contributo ad un dibattito ancora troppo sterile.
Scura difende il suo operato, motivando e sostenendo accuratamente ogni scelta presa, anche la più difficile ed impopolare. Lo fa attraverso un poderoso ricorso a dati e documenti amministrativi ma anche, e qui il lettore viene stuzzicato maggiormente, attraverso aneddoti ed episodi da lui vissuti in prima persona.
Leggendo le pagine del commissario si rimane stupiti dalla incomunicabilità tra istituzioni, idealmente tutte interessate a garantire il diritto alla salute ai cittadini calabresi ma in concreto poco propense a collaborare. Anzi, dando fiducia alla testimonianza dell’ingegnere, alcuni rappresentanti istituzionali avrebbero deliberatamente e nemmeno tanto segretamente cercato di sabotare l’opera riformatrice del commissario ad acta. Questo perché, secondo la tesi principale dell’autore, «il commissariamento non era la causa, bensì l’effetto del disastro causato in decenni, non anni, durante i quali la politica di destra e di sinistra aveva saccheggiato la sanità rendendola un postificio, un generatore di clientele a soli scopi elettorali». Un giudizio crudele dal quale è difficile discostarsi visti i fatti di cronaca che emergono continuamente.
Il viaggio nella Calabria malata di Scura non è consigliato a deboli di cuore o ad anime ingenue. Si tratta infatti di una descrizione, sicuramente parziale e a tratti limitata, ma di grande impatto, in grado di suscitare una seria riflessione.
Sin dalle prime pagine Scura traccia il senso della sua opera: «attraverso l’analisi di fatti, comportamenti e decisioni, non necessariamente illegittime, dimostrare che la Calabria, in fondo, non interessa a nessuno se non quando si avvicinano le elezioni. La Calabria non interessa né a Roma per convenienza, né – purtroppo – ai calabresi, arresisi a quanto ormai giudicano inevitabile e immutabile. E questa assuefazione collettiva è la droga venduta dalla ’ndrangheta silenziosa per proliferare i propri affari in sanità.»
Se gli scopi informativi erano questi, il risultato è stato raggiunto.

Si scrive Asp, si legge Azienza sempre pagante
Parafrasando lo stesso Massimo Scura, Reggio Calabria sembra essere una repubblica a parte, con leggi e prassi proprie, incomprensibili al resto del Paese e della regione stessa.
Probabilmente è una affermazione che troverebbe d’accordo uno come Santo Gioffrè, che si è scontrato direttamente con questa unicità tossica.
Santo Gioffrè racconta di non aver mai ambito alla poltrona rovente di commissario straordinario dell’Asp di Reggio Calabria. Difficile biasimarlo: l’azienda sanitaria reggina versa da anni in stato comatoso e chiunque abbia la responsabilità di provare a rianimarla non dormirebbe certo sonni tranquilli. Eppure, un po’ per senso civico e di appartenenza al suo territorio, un po’ per l’impossibilità di trovare una risposta in grado di tirarlo fuori «senza perdere la faccia ed essere accusato di vigliaccheria», Gioffrè accetta l’incarico offertogli dal presidente della Regione.
Ho visto la grande truffa della sanità calabrese è il racconto, già evocativo dal suo titolo, di quell’esperienza che ha segnato indelebilmente l’autore e mette in guardia il lettore sin dalle prime parole. La testimonianza di Gioffrè è un importante tassello per comprendere quella che è stata, e per certi versi continua ad essere, una mastodontica truffa ai danni del servizio sanitario calabrese.
L’autore, in poche ma efficaci immagini, riesce a rappresentare il dramma verificatosi nel reggino e da lui personalmente svelato e contrastato. Santo Gioffrè aveva infatti scoperto l’esistenza di un complesso ma ben oliato sistema criminale di sovrafatturazione ai danni dell’Asp. L’azienda, con la complicità di molti e l’omertà di troppi, si era di fatto trasformata in un bancomat pronto a soddisfare gli appetiti di professionisti, cliniche private ed un enorme indotto difficilmente identificabile nella sua interezza. La sanità pubblica reggina si accollava debiti già pagati, non resisteva mai in giudizio contro pretese abnormi o palesemente infondate e viveva da anni senza l’esistenza di un bilancio di esercizio regolarmente approvato. Dopotutto perché approvare e mantenere le scritture contabili obbligatorie quando l’obiettivo conclamato di tutti era quello di sfruttare per quanto possibile la mammella di soldi pubblici?
Santo Gioffrè racconta tutto questo, coniugando gli aspetti tecnici a quelli più squisitamente personali, coinvolgendo il lettore con la sua drammatica esperienza. Un’esperienza breve conclusasi con una destituzione sulla quale l’autore legittimamente recrimina, ma pur sempre significativa. Sotto il suo breve mandato, rivendica Gioffè, l’Asp ha recuperato un pezzo della sua dignità perduta e ha abbozzato un processo di riorganizzazione e di ripresa della legalità.
Un percorso che dovrebbe essere proseguito con ancora maggior vigore e non sminuito o, peggio, dimenticato.

Intervista a Piergiorgio Iannaccaro – Medico Ospedaliero a Catanzaro e Rosalbino Cerra – Segretario Generale Regionale Federazione italiana dei Medici di medicina Generale (Fimmg)

Cosa prova nel lavorare in un sistema sanitario generalmente considerato tra i più inefficienti in Italia?
Iannaccaro: Frustrazione. Distanza dal cosiddetto management. Rabbia davanti a un disegno, neanche tanto nascosto, di mantenere inalterato uno stato delle cose che tutti affermano di volere mutare.

Cerra: Difficile riportare sensazioni a volte decisamente contrastanti.
Nell’attività quotidiana, si avverte spesso una sensazione di sconfitta, delusione, a volte impotenza nell’osservare le difficoltà dei pazienti ad accedere a visite specialistiche, accesso al pronto soccorso, carenza nelle attività di prevenzione e soprattutto assistenza domiciliare integrata nulla o quasi. Quando il paziente si trova nelle fasi terminali o comunque in terapia domiciliare per gravi patologie che lo rendono “non trasportabile” il paziente e la famiglia sono sostanzialmente soli, e con loro anche il medico di famiglia, che non ha nessun supporto infermieristico o specialistico per aiutarlo.
Solo a titolo di esempio, immaginate un paziente leucemico con grave anemia al quale non può essere effettuata una trasfusione domiciliare, immaginate un paziente in gravi condizioni cliniche che non può contare sul servizio di assistenza domiciliare né il sabato, né la domenica, come se per uno strano miracolo dovesse guarire nei giorni festivi, mi fermo qui, ma penso che si comprenda il senso di impotenza, delusione e a volte rassegnazione nelle quali il medico di famiglia si trova, sostanzialmente privo della possibilità, di poter assistere il paziente nel momento più delicato e a volte finale, della vita.
Nello stesso tempo, si avverte un sentimento di ribellione e di stimolo a migliorare le condizioni di lavoro per il medico e di assistenza per il cittadino.

Come vive umanamente e professionalmente l’attuale emergenza sanitaria?
Iannaccaro: Con la consapevolezza di dovere ottenere risultati adeguati con mezzi inadeguati.

Cerra: Credo che l’attuale pandemia ha modificato tante attività professionali e ovviamente il medico di famiglia è stato costretto a adattarsi a rapide mutazioni della sua attività professionale. Meno pazienti in ambulatorio, contingentato con un sistema di appuntamenti a meno delle urgenze, molta, moltissima attività di consulenza telefonica o per mail, velocizzate tutte le tecnologie per la telemedicina, e tanto lavoro in più per i pazienti affetti da covid e contattati giornalmente almeno tre volte, per monitorare a distanza lo stato di salute (saturimetria, atti respiratori, frequenza cardiaca, temperatura corporea).
Se il sistema ospedaliero in Calabria non è collassato, si deve al costante monitoraggio e rassicurazioni domiciliari dei pazienti paucisintomatici o comunque con sintomi febbrili ma non necessariamente costretti al ricovero ospedaliero.
Certamente questo impegno ha determinato stress, aumento degli orari di lavoro, ma anche, umanamente un senso di solidarietà e un patto di fiducia tra medico e paziente. Alla fine, quando finalmente il paziente guarisce, ringrazia sempre per l’impegno che si è avuto.
Ricordo sempre una signora di 75 anni con marito ottantenne, senza figli e quindi con scarsa assistenza, che dopo essere guarita mi ha detto, molto commossa, di non essersi sentita mai sola e di aver aspettato con ansia il contatto telefonico, ringraziando oltre che a me, anche tutti i vicini che a turno le facevano la spesa, lasciandola sul pianerottolo di casa.
Essere medico del territorio, è anche questo legame di empatia e solidarietà che travalica la sola valutazione clinica dello stato di salute.

Dottor Iannaccaro, come ritiene possa essere migliorata l’assistenza ospedaliera in Calabria?
Iannaccaro: La condizione preliminare è un governo politico e tecnico della sanità regionale e pertanto il superamento del sistema commissariale (che, soprattutto nella sua ultima versione, è ispirato a criteri punitivi invece che di correzione e di redenzione). Altra condizione preliminare è un sistema di assistenza territoriale capillare ed efficiente, tale da ridurre significativamente il potenziale carico sulle strutture ospedaliere. Il sistema ospedaliero dovrebbe essere attentamente rivisitato in una regione da una parte scarsamente popolata e dall’altra con una complessa geografia. Agli ospedali maggiori, con valenza regionale, andrebbero riservate le alte specializzazioni; nei medesimi ospedali sarebbe necessaria un’adeguata dotazione professionale e strumentale e andrebbe costruita una fattiva relazione con la facoltà di Medicina e con le sue scuole di specializzazione.

E vede delle soluzioni praticabili a breve e medio termine?
Iannaccaro: La chiusura, almeno parziale, della questione di un debito non quantificabile e non sanabile (certamente non con politiche di taglio delle risorse che hanno prodotto solo risultati nefasti). La fine di un sistema inefficace che demanda a commissari (recentemente inadeguati dal punto di vista tecnico) azioni di taglio meramente ragionieristico, senza dialogo con le strutture regionali che almeno formalmente sono preposte al governo della Sanità regionale. L’istituzione di una commissione tecnica nazionale, con mandato ampio e chiara scadenza temporale. Il recupero professionale e morale delle migliori risorse sanitarie, tecniche, amministrative e un’opera di motivazione. L’azione risolutiva più difficile, direi titanica, è la pulizia dal malaffare che opera a più livelli ed è nemico acerrimo del cambiamento.

Dottor Cerra, come ritiene debba essere ridisegnata la medicina territoriale in Calabria alla luce di quanto è emerso con l’emergenza da Covid-19?

Cerra: Con il commissario ing. Scura, abbiamo avuto 26 lunghi incontri ma alla fine, è stato ridisegnato il nuovo assetto della sanità territoriali. Il tutto è stato pubblicato nel Dca 65 del marzo 2018. Tutto fermo per due anni, nonostante le nostre reiterate richieste, solo a gennaio siamo riusciti ad iniziare con grosse difficoltà.
La riforma prevedeva la presenza capillare degli studi medici nei piccoli borghi come nei quartieri delle città più grosse.
Oltre alla capillarità degli studi e quindi la “medicina di prossimità”, i medici di medicina generale avrebbero fatto dei turni nella sede delle aggregazioni funzionali (Aft). Strutture aperte no stop per 12 ore, sia per i codici bianchi che in futuro, per le attività di prevenzione e il controllo delle patologie croniche di rilievo sociale (diabete, ipertensione arteriosa, sindrome metabolica, broncopatia cronica ostruttiva). Nell’ambulatorio delle Aft, il paziente non troverà solo il medico, ma anche infermiere e personale di segreteria.
Se fossero stati già avviati prima del Covid, avremmo subito avuto locali disponibili per le vaccinazioni e in futuro per le attività di prevenzione.
Potenziare gli ambulatori delle Aft con elettrocardiografi, ecografi, spirometri, potrebbe dare ai cittadini una struttura efficace e diffusa per le diagnosi di primo livello, una struttura che per codici bianchi e verdi, potrebbe essere alternativa all’accesso in pronto soccorso.

E come vede il ruolo del medico di base nei prossimi anni?
Cerra: Certamente diverso da quello che sino ad oggi siamo abituati a vedere. Il ruolo sicuramente è quello che negli anni si è definito e ha caratterizzato questa figura professionale.
Capillarità degli studi medici, conoscenza del paziente e della famiglia, competenze nelle diagnosi e terapie delle patologie di primo livello, nella prevenzione, nella domiciliarità delle cure, nella diagnosi e cura del primo livello delle patologie croniche di rilievo sociale. Questo ruolo non cambierà perché non è sostituibile da altri professionisti.
La vera domanda è: nel futuro, questo ruolo potrà essere ancora affidato a medici liberi professionisti convenzionati. O a medici dipendenti del Ssn? Tutti e due i sistemi hanno vantaggi e svantaggi.
I liberi professionisti garantiscono una maggior capacità organizzativa, efficacia ed efficienza del sistema, flessibilità del lavoro (pensate all’aumento delle ore nelle epidemie influenzali stagionali e in questi mesi al Covid).
I medici a rapporto di lavoro dipendente devono sottostare ad una rigida catena di comando che comunque garantisce una uniformità del sistema di cure ma priva il cittadino della possibilità di scegliere il suo medico personale.

Due testimonianze che in qualche modo sembrano dare una risposta all’appassionato – e personalissimo – resoconto di Scura. Il giudizio sull’opera del commissario straordinario alla sanità calabrese rimane sospeso, difficile da definire compiutamente, specie se si considerano i numerosi riscontri critici da parte di diversi medici ed operatori sanitari. Eppure viene da chiedersi se tutto ciò, dopotutto, non sia normale e se l’azione “bonificatrice” di un commissario, motivato e determinato, non finisca inevitabilmente per entrare in contrasto con la sanità, e i sanitari, in prima linea.
Il modo migliore per cercare di interpretare questa realtà infinitamente complessa è proprio quello di leggere, informarsi, destreggiarsi tra “campane” diverse, alternarnando punti di vista spesso contrapposti tra loro ma carichi di dignità. Perché proprio questo è l’elemento principale che trapela dalle parole di Cerra e Iannaccaro: la profonda dignità del loro impegno, della loro professionalità esercitata in un contesto così difficile e frustrante.
Probabilmente non è ancora stato scritto il grande e definitivo libro sulla sanità calabrese e, forse, la sua uscita non è imminente. Tuttavia, al momento non mancano le pagine, scritte ogni giorno con costanza e passione, da parte di commissari, funzionari, medici, infermieri e di tutti coloro che cercano di compiere l’impresa più nobile e difficile: fare il proprio dovere, in Calabria, nel sistema sanitario pubblico.

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 165, giugno 2021)

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