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Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 163, aprile 2021

La memoria abbandonata:
viaggio tra foto di una vita

di Alessandro Milito
Un intero album abbandonato tra la spazzatura:
storia di un incontro casuale con la memoria altrui


Torno a casa, per la verità piuttosto seccato: porto con me un pacco che avrei dovuto ricevere a domicilio ma che, alla fine, sono stato costretto a raccogliere personalmente.
Cammino, insomma, senza nessun pensiero in particolare tranne quello di ritornare a casa, posare il pacco e cucinare: è ora di pranzo.
A un certo punto, la coda dell’occhio inquadra un dettaglio; qualcosa di piccolo e colorato, fuori posto rispetto al contesto in cui è calato: una strada qualunque e tre ordinari cassonetti della raccolta differenziata.
Mi avvicino e vedo una foto, quelle tipiche di una Polaroid. È la foto di due giovani donne e due bambine, sotto un ombrellone. Poco sopra, eccone un’altra in bianco e nero: due bambine, ancora più piccole: si vede subito che è stata scattata molto tempo prima dell’altra.
Potrebbe finire qui; ma ecco spuntare un’altra foto, poco più in là. E un’altra e un’altra ancora: un vero e proprio mucchio di ricordi, sparpagliato ovunque, proprio tra il cassonetto della carta e della plastica. Ecco la foto di una donna con abito da sposa: sembra proprio lo stesso volto dell’ombrellone. È lo stesso volto, ripetuto più volte in tante altre foto di vario formato e colore. Dopo uno sguardo più profondo, ormai la risposta è chiara: sono le foto di una vita intera, di una persona.
In un attimo mi rendo conto di trovarmi in mezzo ad una memoria abbandonata. Fotografata, stampata, custodita e poi abbandonata, nemmeno dentro un cassonetto: semplicemente gettata per terra, sparpagliata. Una memoria fatta non solo di immagini, ma anche di date, nomi, pensieri, trascritti sul bianco retro di quelle fotografie anni ’70. Perché, mi accorgo, sono quasi tutte di quegli anni, con qualche eccezione. Sono tante, tantissime, ed improvvisamente sento crescere in me un rifiuto: l’idea di abbandonarle lì mi rattrista. Mi angoscia.
No, non posso lasciarle qui. È una questione di pancia, di istinto, viscerale: sono ricordi che puoi sentire, sembrano quasi raccontarti qualcosa, in quel silenzio discreto e malinconico tipico delle vecchie fotografie. Non posso resistere, non posso lasciare che vengano abbandonati lì quei volti e quei momenti: caspita, c’è una vita intera sotto ai miei piedi, sul fondo di una strada, sotto un cassonetto.
Inizio a raccoglierle tutte, senza pensarci: sono tante, voglio fare in fretta. Qualcuno passa e sicuramente mi guarda, incuriosito o meno, ma non ci faccio caso: ho una missione. Devo immediatamente togliere da quella strada tutte quelle foto, poi si vedrà, poi arriverà il momento dell’Amuchina.
Arrivo a casa, finalmente, con la mia refurtiva. Butto da qualche parte il pacco, che era stato il motivo che mi aveva fatto uscire, e ripiombo sulle mie foto.
Ma sono davvero mie? Quella donna che sorride, spostandosi i capelli dalla fronte, a cavalcioni su un grande letto marrone ed arancione, sembra dirmi di no. È la prima foto che vedo, la prima di una lunga serie.
Con una curiosità quasi morbosa, con lo stesso rispetto dell’archeologo che ha finalmente individuato il suo reperto, analizzo ogni singola foto. Cerco di capire, di leggere tra quei volti, quei paesaggi, quelle stanze.
La maggior parte delle foto ha sempre come soggetto quella donna. Come si chiama? La raccolta deve essere sua: in tutte le fotografie in cui appaiono altre persone sono stati annotati con accuratezza i nomi, le date. Quando appare solo lei non compare nessun nome, a volte un semplice “Io”, scritto a penna con una grafia gentile, a volte a matita.
Vengo a conoscenza di A.: sono tante le sue foto. Venezia 1970, Marsiglia 1971, Lecce 1972. Tante foto con A. e la donna: c’è intimità, a quanto sembra. Una foto abbracciati, una con un bacio. Una che ricorda il quadro “A letto” di Henri de Toulouse-Lautrec: sembra quasi che abbiano voluto imitarlo, o qualcosa di simile. È sempre quel grande letto matrimoniale, sopra il quale ricompare di nuovo, in un ‘altra foto ancora, quella donna: un bel sorriso, sembra molto garbata e fine, almeno nel vestire.
E poi tante foto di mare: Rimini, Cesenatico. Ombrelloni degli anni ’70, la placida e rilassata Riviera romagnola. Tante foto di Marsiglia: sembra quasi che i due siano andati lì più volte, in periodi diversi dell’anno. Divido le foto in gruppi, più o meno omogenei, cercando di seguire un ordine cronologico.
La prima foto risale al 1944, spiaggia di Rimini. Due piccole bambine, sul retro si legge: G. a 14 mesi. Che sia questo il nome della donna? No, no, non può essere: i conti non tornano con le date sulle altre foto: G. potrebbe essere una sorella maggiore, forse. E quei due distinti signori di mezz’età, lui sorridente, lei elegante con quella bella collana di perle, potrebbero essere i suoi genitori: Cesenatico, 18 agosto 1973.
Divido le foto, quindi: quelle in bianco e nero, dell’asilo e delle scuole elementari: anni ’50 e anni ’60; quelle con altre persone diverse della protagonista: possibili parenti, amici; quelle con A; quelle di una casa: tipico arredamento anni ’70: un buon impianto stereo, molti quadri e disegni dei “Peanuts” sui muri, l’onnipresente lettone matrimoniale. Sembra essere una bella casa, vissuta ed accogliente. Su uno dei muri di quella casa vedo una delle foto che ho raccolto. E quindi vedo in una fotografia la fotografia che ho raccolto. Ha un ché di filosofico, credo. In ogni caso mi fa sorridere, quasi nervosamente, e non so perché.
Mi accorgo di essere entrato a gamba tesa in luoghi che non sono miei, di incontrare persone che chissà dove sono andate, cosa hanno fatto, cosa hanno pensato. Le domande nascono a ogni foto e si accavallano una dopo l’altra. Chi sono queste persone? Chi è lei? E perché queste foto si fermano agli anni ’70? Cosa è successo prima, che cosa dopo? L’unica foto di un altro decennio è del 1990, un uomo si gode il mare di Rimini: “Alla mia cara sorella”.
Già, proprio lei: nelle foto è giovane, ha un gran bel sorriso, sembra molto felice. È bella anche in abito da sposa, bianco come i fiori che tiene in mano: febbraio 1973.
Che si sia sposata con A., che compare in tante altre foto? Forse lo stesso A. di quella piccolissima foto quadrata, quasi una fototessera, con dietro scritte queste parole: “A., amore mio grande, stammi vicino, ho tanto bisogno di te in questo momento”. Parole piccole, in blu, quasi scolorite ma ancora presenti.
Così come scolorito è il passato di questi ragazzi del marzo 1971: una foto, tutti insieme, con trench, cappotti e occhiali tipici di quegli anni. Dietro si legge “Meine kameraten!”.
Per un momento le domande a catena si fermano, per lasciare spazio alla più importante: perché? Perché gettare tutto questo e, soprattutto, perché in questo modo? Senza nemmeno gettarlo nel cassonetto ma lasciandolo per terra. Che cosa è successo?
Le ipotesi, inutili e pretestuose, si accavallano. Dalla più benevola “forse le ha scansionate” (ma perché, comunque, buttarle così?), alla più critica “forse ha divorziato e vuole dimenticare tutto (ma perché anche le foto di scuola, da bambina?), alla più drammatica “forse è morta” (ma perché un erede avrebbe dovuto fare ciò?).
Nessuna ipotesi ha senso e probabilmente è giusto così: ho già sbirciato troppo. Ha prevalso il mio lato “romantico”, da giornalista in erba e da caparbio amante delle cose umane. Dopotutto qualcuno avrà pur detto «Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano mi è estraneo», vero?
Giustifico così il mio gesto di raccogliere tutto, di analizzare, cercare di capire, entrare dove forse non avrei dovuto. Avere di fronte quel pezzo di vita buttato per terra, vederlo in qualche modo gridare pietà, inerme, mi ha sinceramente scosso. Non so bene cosa e come, ma è successo. Il valore della memoria, la dignità del ricordo, mi hanno sedotto. Anche se non erano miei, forse proprio per questo.
Ora quella memoria è con me, conservata gelosamente, quasi con la fierezza del ladro attento a nascondere la sua refurtiva. Non so cosa farò di quelle foto, so bene cosa non intendo fare: non voglio buttarle, disperderle, abbandonarle. È come se quel ritrovamento, casuale, fortuito e del tutto inaspettato, mi avesse incaricato di un preciso compito: non perdere quella memoria, continuare a farla vivere, in qualche modo, preservando la sua dignità.
Ero uscito per prendere un pacco: non pensavo che mi sarei trovato dentro un film di Ferzan Özpetek. Non pensavo che avrei toccato con mano la memoria degli altri.

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 163, aprile 2021)

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