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Storia (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 161, febbraio 2021

Zoom immagine I cinque anarchici
della Baracca:
una fine dimenticata

di Alessandro Milito
Fabio Cuzzola racconta la storia
della militanza di un gruppo del Sud


Nella notte del 26 settembre, tra Ferentino e Frosinone, una Mini Morris viene travolta da un camion. Muoiono sul colpo tre dei passeggeri della piccola auto, gli altri due cadono in coma: non riusciranno a salvarsi. Le vittime sono quattro ragazzi e una ragazza, tutti giovanissimi, tra i diciotto e i ventisei anni.
Una notte insanguinata da un tragico incidente e dalla perdita di cinque giovani curiosi, svegli, interessati a capire e a cambiare il mondo che li circondava. Cinque ragazzi che venivano dal Sud, da Reggio Calabria e dal Cosentino, diretti a Roma a contestare il presidente Nixon. Il loro viaggio, umano e politico, si conclude prematuramente in quella dannata autostrada, per quel maledetto camion.
Già di per sé questi elementi sarebbero sufficienti per raccontare un dramma, una notte ingiusta e violenta. Ma quella notte di settembre non è una notte qualsiasi e questo perché l’anno a cui appartiene è diverso da tutti gli altri. Nemmeno le cinque vittime sono giovani “qualsiasi”. È il 26 settembre 1970 e i ragazzi sono «gli anarchici della Baracca».
Fabio Cuzzola, storico e insegnante del liceo classico di Cittanova, con Cinque Anarchici (Castelvecchi, pp. 134, € 15,00) fa luce sulla morte dimenticata di quei ragazzi, nell’anno del Golpe Borghese, della Rivolta di Reggio Calabria e della Strage di Gioia Tauro.

Un mistero italiano
La morte dei cinque anarchici fa parte di uno dei periodi più cupi e ancora irrisolti della nostra storia recente. Il 1970 rappresenta uno dei momenti critici e decisivi per la democrazia italiana. Il Paese non fa in tempo a interiorizzare la Strage di Piazza Fontana dell’anno prima che già si trova dinnanzi a nuove e terribili sfide. La tensione è palpabile in tutte le città, da Nord a Sud. Tra queste spicca Reggio Calabria, ferita per la mancata assegnazione del ruolo di capoluogo regionale. Proprio nella città dello Stretto viene a crearsi una miscela esplosiva di campanilismo, reale disagio sociale, criminalità organizzata ed eversione fascista che sfocia nella più grande rivolta urbana mai avvenuta in Italia.
A Reggio, alcune forze politiche cercano di costruire un’Italia diversa, “nera”, nemica delle istituzioni democratiche. L’obiettivo è quello di creare nel Meridione un avamposto di ciò che dovrà avvenire a livello nazionale, anche grazie ai tentativi di Golpe: un’Italia dei colonnelli, sulla falsariga dell’esperimento greco. È sempre nell’estate del 1970 che a Gioia Tauro il Treno del sole diventa protagonista di una strage inedita e violenta. Una strage inizialmente trattata come un “tragico incidente”.
Anche la morte dei cinque anarchici viene etichettata come una infausta fatalità, come uno scherzo del destino.
Il libro di Cuzzola sostiene a chiare lettere, corroborato dalle rivelazioni giudiziarie di un filone di indagini svoltesi negli anni Novanta, che quell’incidente altro non è che l’ennesima strage avvenuta negli Anni di piombo.
Quei cinque non erano ragazzi qualunque. Erano cittadini e attivisti sensibili al mondo che li circondava, desiderosi di capire, indagare, cambiare un presente che ritenevano ingiusto, opprimente. Erano anarchici sinceri, appassionati, interessati a far luce su ciò che stava avvenendo in Italia in quegli anni e, in particolare, nella loro amata Calabria.
La versione ufficiale su quell’incidente sui binari di Gioia Tauro non li aveva convinti nemmeno un po’. I loro sospetti si concentravano su quella nuova e pericolosa alleanza tra ’ndrangheta e neofascismo che in quegli anni stava nascendo nel reggino. Nella Strage di Gioia Tauro avevano visto l’ennesimo tassello insanguinato della Strategia della tensione e forse qualcosa di più grande ancora.
Peccato che i risultati della loro controinchiesta non avrebbero mai avuto la visibilità che meritavano. Il loro viaggio si sarebbe interrotto drammaticamente, a causa dell’ennesimo “incidente”. I documenti che portavano con loro, e che avrebbero dovuto consegnare a un avvocato di fiducia a Roma, non vennero mai ritrovati o restituiti alle loro famiglie.

Una storia di forti passioni e sentimenti
Il bel libro di Cuzzola non è solo un atto di accusa verso l’ennesima strage depistata e dimenticata. Cinque anarchici è prima di tutto un fedele ritratto di Angelo, Franco, Gianni, Annalise e Luigi, del contesto politico e sociale in cui sono cresciuti e hanno lottato, delle idee che hanno incarnato; «e questa è una storia d’amore, una storia di forti sentimenti, una storia di passioni bruciate in fretta; dall’epilogo tragico e dal suo cuore antico, una storia negata e volutamente dimenticata, una storia che ha come epicentro il cuore del Mediterraneo verso la metà degli anni ’60».
Il lettore viene accompagnato nella scoperta della crescita umana, politica e intellettuale di questi giovani nati nel secondo dopoguerra. Una gioventù che scopre l’importanza e la potenza e del viaggio, in un’Europa degli anni Sessanta ricca di stimoli e cambiamenti. Cuzzola riesce a delineare con chiarezza ed efficacia i caratteri e le esperienze fondamentali di questi ragazzi, quelle che hanno tracciato indelebilmente il loro carattere e la loro vocazione politica. Tra queste spicca l’amore per la loro terra, per Reggio Calabria e per l’intera regione: «per loro il Sud rappresenta non solo una scelta, ma anche una sfida».
Un amore che si forgia nella lotta per strada contro in neofascisti, ma anche contro forze dell’ordine troppo spesso ostili, violente e prevenute. Sono gli anni dei primi grandi scioperi, delle manifestazioni contro la guerra in Vietnam e contro l’imperialismo americano. Cuzzola rende bene l’idea di quel «legame fra politica, arte e cultura» che «diventa una chiave di lettura per mettere in crisi, in discussione la società del tempo, che appena uscita dalle secche del dopoguerra, vive ancora di un establishment di tipo autoritario, rigido»; quello stesso legame a cui i cinque anarchici dedicheranno la loro militanza politica.
Una militanza che idealmente si costruisce attorno alla «Baracca», villa liberty poco fuori Reggio Calabria, sete atipica ed epicentro culturale della contestazione reggina. Un luogo che sarà inscindibilmente legato a quello dei quei cinque giovani anarchici che erano riusciti a ridargli vita e trasformare quel rudere abbandonato in un laboratorio politico. Un’oasi anomala in un contesto, come quello calabrese, conservatore e spesso reazionario.

Un giusto tributo
La ricerca di Cuzzola ha avuto il merito di accendere l’interesse su questi cinque giovani e sulla loro drammatica fine, a lungo ingiustamente dimenticata e sottovalutata. Lo dimostra la grande mole di opere che in musica, parole e note ha ricreato la loro storia e di cui si può leggere in appendice allo stesso libro. Proprio per questo va apprezzato il lavoro fatto dall’autore, che con sincera cura e interesse ha voluto ridare dignità a cinque vite ingiustamente spezzate, cadute nel torbido vortice degli anni della Strategia della tensione.
Affinché, per dirla con le stesse parole di Albert Camus richiamate dall’autore, «questi, anche se vinti, non saranno mai soli!».

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 161, febbraio 2021)

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