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A. XV, n. 163, aprile 2021
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Problemi e riflessioni (a cura di La Redazione)

Zoom immagine Eccezionalismo Usa
in base all’idea del “Genio”

di Alessandro Milito
Massimo Teodori, per Rubbettino, descrive
il sistema dell’istituzione in America


Un sistema in cui si conosce il nome del vincitore la sera stessa delle elezioni. Una competizione tra due partiti che si alternano al potere e che, da diverse prospettive, incarnano e non mettono mai in discussione il dogma del liberalismo. Una rigida separazione tra i poteri, con il legislativo e il capo dello Stato direttamente eletti dal popolo. Una Corte suprema che vigila sul rispetto dei diritti individuali sanciti nel Bill of Rights e che fa da arbitro tra il potere federale di Washington e i cinquanta diversi stati dell’Unione.
Questi sono alcuni dei punti cardine del “Genio americano”, la ricetta politica che ha permesso agli Stati Uniti di diventare, in appena due secoli, la nazione più potente del mondo. Un concentrato ideologico, politico e istituzionale che Massimo Teodori descrive nel suo ultimo libro Il genio americano – Sconfiggere Trump e la pandemia globale (Rubbettino Editore, pp. 132, € 14,00), tracciando le caratteristiche principali e individuando i suoi limiti.

Il “Genio americano”: biografia di una ricetta vincente
«Per Genio americano intendiamo i fondamenti della democrazia liberale che hanno reso gli Stati Uniti un unicum nel mondo contemporaneo». Così esordisce l’autore, politico radicale di lungo corso e professore universitario di Storia e istituzioni degli Stati Uniti, nella sua analisi sullo “spirito USA”.
Uno spirito sostanzialmente liberale e antitotalitario, che riconosce nel singolo e nella sua individualità il motore propulsore dell’iniziativa privata, del riscatto e della conquista della felicità, sancita nella stessa Dichiarazione di indipendenza della nazione. Quello stesso individuo che non può veder compromessa la sua sfera più intima e inattaccabile, protetta dal Bill of rights, vero cuore pulsante del liberalismo statunitense. Le intromissioni dell’autorità, di qualsiasi ordine e grado, devono essere rigidamente limitate e procedimentalizzate, extrema ratio e mai regola generale: la libertà è il valore fondante del contratto sociale tra i cittadini dell’Unione. Un Genio americano che si traduce anche in un sistema istituzionale forte e rigidamente fissato nei suoi tratti essenziali nella Costituzione del 1787, pressoché immutata salvi solo i ventisette emendamenti approvati tra il 1795 e il 1992. Uno schema politico e istituzionale che ha permesso alla giovane nazione di superare indenne le derive autoritarie e totalitarie nate in Europa, proiettando gli Stati Uniti verso un sempre più maturo bilanciamento tra i poteri dello Stato.
È su queste basi ideologiche che gli Stati Uniti, dopo una prima fase di isolazionismo e relativo disinteresse alle “faccende europee”, hanno deciso di scendere nell’arena geopolitica e di proporsi come attore di primo piano. A partire dall’intervento in Francia e Belgio nel 1917, gli USA hanno dismesso il ruolo della mera comparsa per interpretare quello del protagonista di primo piano. Un’ascesa, rapida quanto poderosa, sullo scenario mondiale che Teodori ritiene ispirata dall’antitotalitarismo, dalla volontà americana di esportare i suoi valori fondativi anche al di fuori del suo continente. E così, dalla Seconda guerra mondiale alla dottrina Truman, dal piano Marshall all’anticomunismo, gli USA sono diventati il “poliziotto globale” di quello che l’autore definisce «internazionalismo liberale».
Teodori riesce a delineare, con chiarezza e sintesi ammirevoli, le caratteristiche del modello americano, dedicando l’intera prima parte del suo saggio alla sua fisionomia e a i suoi caratteri principali: dal presidenzialismo «forte ma democratico» al Bill of rights per poi concludere con l’impianto ideologico e politico alla base della politica estera di Washington.

Il lato oscuro dell’America
Tuttavia, anche il Genio americano presenta i suoi punti critici ed è proprio su questi che si concentra la seconda parte. Anzi, è proprio l’analisi sul “lato oscuro” dell’America, il rovescio della medaglia dell’ideologia liberale a stelle e strisce, che rappresentano il punto più interessante del saggio di Teodori.
La democratizzazione degli Stati Uniti e il consolidamento del suo apparato istituzionale non sono stati raggiunti senza colpo ferire e da un giorno all’altro, né si può dire che non vi siano contraddizioni potenzialmente letali per la pace sociale in America. Una nazione fondata sull’eguaglianza degli uomini dinnanzi alla legge, ma con in mente una precisa idea di chi potesse essere definito “uomo” e “cittadino” a tutti gli effetti. Quest’archetipo è stato a lungo rappresentato, e per certi versi lo è tutt’ora, dal cittadino Wasp (White Anglo-Saxon, Protestant), e cioè dall’uomo bianco, anglosassone e protestante. Il percorso travagliato per garantire pari diritti civili agli americani che non si riconoscevano in questo acronimo ha richiesto decenni, una guerra civile e tensioni politiche e sociali ancora presenti. Il difficile equilibrio tra razze, concetto ancora accettato e fondamentale nella politica statunitense, rappresenta uno dei punti focali dell’intera esperienza nazionale Usa; un campo di battaglia difficile e persistente, ulteriormente rinvigorito dalla nuova minaccia al Genio americano: Donald Trump.

Trump l’alieno
È proprio l’attuale presidente a essere al centro della lucida analisi di Teodori. La domanda che lo studioso si pone e rilancia ai lettori è la seguente: Trump ha minato alle fondamenta del Genio americano? E se sì, gli Stati Uniti riusciranno a ritornare sulla via che ha permesso loro di diventare la guida del mondo occidentale?
Quella che segue è una vera e propria requisitoria contro The Donald in cui Teodori analizza singolarmente tutti gli aspetti della presidenza Trump che si sono maggiormente opposti al Genio americano.
Il ritratto tratteggiato è severo e senza appello: ne deriva un capo di stato inadatto al ruolo, irrispettoso delle sue prerogative e insofferente all’architettura costituzionale degli Stati Uniti. Un presidente che scardina i principi fondamentali della politica estera americana, abbandonando l’internazionalismo liberale per privilegiare i rapporti personali diretti con gli altri capi di stato e di governo.
In questo senso il nazionalpopulismo trumpiano viene descritto come una rottura, dai risvolti potenzialmente pericolosi, dell’architettura istituzionale e valoriale del Genio americano. Perciò l’autore individua nelle elezioni di questo novembre uno spartiacque fondamentale in cui non si deciderà solo la presidenza degli Stati Uniti; la posta in gioco sarà ben più alta e riguarderà l’essenza stessa di quella ricetta che ha reso l’America la nazione guida dell’Occidente. Pur con i suoi lati oscuri.

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 157, settembre 2020)

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