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A. XIII, n.142, lug-ago 2019
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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XIII, n.142, lug-ago 2019

Zoom immagine Il mondo da un’altra prospettiva:
siamo capaci di veri sentimenti?

di Adriana Colagiacomo
Per il Seme bianco il nuovo romanzo di Gian Corrado Stucchi:
un punto di vista nuovo e molto acuto sull’umanità e la natura


La saggezza degli alberi secolari è spesso presente nell’immaginario collettivo. Un po’ ossimorica come espressione. Come può, infatti, un essere inanimato possedere una tale caratteristica? Peraltro, un vegetale è l’essere meno dotato di volontà e sentimenti, la cui espressione, per antonomasia, è utilizzata quando si vuole misurare il grado di attività e reattività, cerebrale e non, di un individuo.
Allora è possibile conferire personalità, intelligenza, acume, carattere, capacità di analisi e di riflessione che vanno ben oltre il limite umano a una quercia? Come si può far vedere il mondo dalla prospettiva di un albero? Per capirlo, basta leggere I dialoghi della quercia (il Seme bianco, pp. 168, € 15,90) – la nuova opera di Gian Corrado Stucchi, appartenente alla “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale – e immergersi in una realtà sospesa, in un tempo lontanissimo e indefinito, immobile, remoto, eppure in movimento.

Una natura più umana dell’uomo stesso
Il Tristram Shandy di Sterne ci raccontava nel dettaglio il momento del suo concepimento, così come la quercia di Stucchi ci racconta il suo essere ghianda, il trauma del distacco dalla madre e il suo arenarsi nel terreno per crescere e diventare grande. L’autore gioca col tempo e con i punti di vista, permettendo al lettore di cadere con la ghianda, di veder crescere le sue radici e di impiantarsi accanto a essa per ascoltare ciò che ha da dire.
I dialoghi sono formati da lucide considerazioni da parte di uno spettatore d’eccezione dello scorrere della vita umana e della Storia: una quercia, infinitamente saggia nella sua vecchiaia eppure così innocente, che guarda l’agire degli uomini all’ombra dei suoi rami immensi con stupore sincero, talvolta con aperta ammirazione e, comunque, sempre con partecipazione ed empatia, per trarne delle più che logiche conclusioni. «Un essere capace di pensieri profondi eppure spaventato, che si guarda intorno impaurito pur avendo conoscenze straordinarie». Così viene presentato l’uomo. Ma la delusione non tarderà ad arrivare perché questi, presto, si rivelerà nel suo vero essere: avido, crudele, debole.
Testimone dell’innocenza che permea la quercia protagonista è la totale assenza di disincanto: il suo occhio sul mondo è puro, non ancora contaminato dalle brutture della Storia, non ancora abituato alle umane debolezze, a dispetto della sua tarda età. È come se a parlare fosse un vecchio bambino, tanto per restare in tema di ossimori. Ed è proprio questa innocenza a colpire il lettore in maniera forte: la delicatezza dei suoi pensieri, la logica sensibilità che caratterizza queste elucubrazioni punzecchiano la coscienza dell’interlocutore, portandolo in modo gentile ma deciso a chiedersi il perché di tante cose che, purtroppo, rappresentano ormai la normalità.
Perché, infatti, un essere pensante e capace di pensieri profondi riesce a godere nell’infliggere torture crudeli al prossimo? Se non ne ha necessità per nutrirsi, perché, allora, uccide?
Da questi ragionamenti la quercia risulta essere molto più umana di quanto non lo siano gli umani stessi.
Il dialogo/monologo è arricchito dalla storia di un popolo, della quale veniamo a conoscenza o attraverso i racconti che un vecchio riferisce al nipotino oppure tramite scene di caccia, di guerra, di amore che si svolgono proprio alla gigantesca ombra della protagonista. Non mancano riflessioni modernissime, a dispetto del tempo della narrazione, che è, poi, una sorta di non-tempo, distante al punto da sembrare probabilmente collocato agli albori della civiltà umana, riflessioni che riguardano principalmente i danni che il comportamento spietato dell’uomo può arrecare ai più piccoli.

Un racconto che fa bene all’anima
Si nota un’amnesia da parte nel genere umano, che sembra appartenergli in quest’era contemporanea: dimenticarsi il contatto con la natura, di essere un’unica, piccolissima parte di un meraviglioso e grande tutto. Ormai noi uomini deridiamo coloro che toccano, parlano o, addirittura, abbracciano gli alberi, la natura tutta. Camminiamo ricurvi, scrolliamo home page e bacheche, siamo assuefatti dai like e dall’altrui giudizio deriva la nostra soddisfazione e, purtroppo, a volte, anche la nostra felicità. Il mondo circostante, la natura, non sono altro che un inutile contorno, una sorta di immenso contenitore in cui ci muoviamo come degli automi, dai sentimenti atrofizzati, immobili. Non abbiamo radici che ci impediscono il movimento, eppure siamo più immobili della quercia.
La storia di Stucchi ci ricorda che non può e non deve essere così. Ci ricorda quanto possa essere sciocco alzare barriere fra il nostro effimero vivere quotidiano, fatto di niente, e la natura, che è lì, prepotente ma discreta, maestosa e severa.
Occorre un’enorme sensibilità per strutturare un racconto come questo.
Occorre avere conservato quel contatto con la natura che è, di fatto, ormai cosa rara. Occorre aver pensato come una pianta, come un essere che respira la luce («Per noi piante è molto diverso: la Luce la respiriamo!») e di questo atto l’autore riesce a fare una bellissima ed efficace descrizione. Occorre una buona dose di coraggio perché avventurarsi in un’impresa come questa potrebbe comportare dei rischi: dialoghi e osservazioni poco credibili, per dirne una. E invece questa quercia convince, invita a riflettere.
«È vero, va detto, ci piacciamo, ma non riusciamo a comunicare.
Lo potremo mai? Possibile che un giorno non si creino le condizioni per comprenderci e scambiarci pensieri? In fondo siamo entrambi vivi...».
E, cosa ben più importante per chi ama i libri e la letteratura, questi dialoghi fanno bene all’anima.

Adriana Colagiacomo

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIII, n. 142, luglio-agosto 2019)

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