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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Selene Miriam Corapi)

Si riapre il sipario
su Danton, l’artefice
della Rivoluzione
che finirà per divorarlo

di Guglielmo Colombero
Mario Martone riporta sulle scene il dramma politico di Georg Büchner
con un sontuoso allestimento barocco, palpitante di violente emozioni


«Danton fu l’ultimo a comparire su quel palco, tutto inondato dal sangue dei suoi amici. Si faceva sera. Ai piedi dell’orribile statua, la cui mole si stagliava colossale contro il cielo, vidi ergersi, come un’ombra dantesca, il tribuno, a metà illuminato dal sole del tramonto. Aveva l’aspetto tanto di uno che esce dal sepolcro, come di uno che ci sta entrando. Impossibile immaginare un aspetto più fiero di quello di quell’atleta della rivoluzione; nulla di più formidabile di quel profilo che sembrava sfidare la terribile lama; dell’espressione di quella testa che stava per essere mozzata, e che sembrava ancora dettare leggi». Così è narrata la morte di Danton da un testimone oculare, Antoine-Vincent Arnault, nel suo libro di memorie Souvenirs d’un sexagénaire, pubblicato nel 1833. Di schietta formazione teatrale, il regista Mario Martone ha debuttato al cinema con il film biografico Morte di un matematico napoletano (1992). In seguito, fra gli altri, ha diretto: L’amore molesto (1995), vincitore del David di Donatello, e L’odore del sangue (2004), due psicodrammi intrisi di torbida sensualità; Noi credevamo (2010), sugli ideali risorgimentali; Il giovane favoloso (2104), su Leopardi. La matrice letteraria del testo teatrale su Danton porta la firma di Georg Büchner, geniale drammaturgo morto prematuramente di tifo nel 1837 a soli 24 anni dopo averci donato due capolavori del romanticismo tedesco: La morte di Danton, frutto di un mese di frenetico fervore creativo a Darmstadt, e l’incompiuto Woyzeck, l’allucinante calvario di un soldato che, sadicamente tormentato dai superiori, impazzisce e massacra la moglie infedele. Il personaggio di Danton è già stato interpretato da due attori di grosso calibro: nel 1983 in Danton di Andzej Wajda da un titanico Gérard Depardieu, che lotta fino all’ultimo rantolo contro il gelido e paranoico Robespierre, e nel 1989 dal fascinoso e gigionesco Klaus Maria Brandauer ne La Rivoluzione francese, il kolossal televisivo realizzato in occasione del bicentenario della presa della Bastiglia.

«Non oseranno colpirmi!». E invece osarono
Dopo un processo farsesco, la testa leonina di George-Jacques Danton cade sotto la lama della ghigliottina il 5 aprile 1794. Condannato come cospiratore e corrotto, in realtà Danton muore perché, nauseato dai sanguinosi eccessi della Rivoluzione, ha osato opporsi al Terrore decretato dall’inflessibile Robespierre (un tempo suo fraterno amico) e dai complici della sua brutale dittatura giacobina. Ecco come Mona Ozouf definisce Danton nel suo saggio all’interno del Dizionario critico della Rivoluzione francese (Bompiani, 1988): «Massacratore senza ferocia, gaudente senza avidità, terrorista senza princìpi, parvenu senza avarizia, pigro frenetico, tenero colosso, ha avuto sempre la capacità di ispirare il ritratto antitetico». E, riguardo al duello mortale con l’Incorruttibile, nell’ottica giacobina si contrappongono «la virtù al vizio, l’incorruttibilità alla venalità, la laboriosità all’indolenza, la fede al cinismo», e all’opposto in quella dantonista «il malaticcio al vigoroso, il sospettoso al generoso, il femminile al maschile – o meglio al maschio – l’astratto al concreto, lo scritto all’orale, il sistema morto alla viva improvvisazione». Lucido, sprezzante e quasi protervo, Danton continua a ripetere ai suoi amici cospiratori che Robespierre non oserà mai farlo arrestare: si tratta di un madornale errore di valutazione, oppure di una deriva esistenziale dettata da una inconscia pulsione autodistruttiva? Il Danton tratteggiato da Martone ci lascia nel dubbio.

Immersi nell’epoca del Terrore grazie a un cast favoloso
Ne La morte di Danton di Mario Martone – in cartellone al Piccolo Teatro Strehler di Milano dall’1 al 13 marzo 2016 –, Giuseppe Battiston è un Danton corpulento, sanguigno, collerico, libertino: alterna l’impeto oratorio a momenti di silenzioso smarrimento, quando si aggrappa al seno di Iaia Forte (unico personaggio fittizio, una inesistente Julie, incarnazione dell’amore per la vita contrapposto all’attrazione verso il nulla). «Ci sono solo epicurei» – afferma nell’ultimo colloquio con Robespierre – «e per la precisione epicurei rozzi ed epicurei raffinati, Cristo è stato il più raffinato; questa è l’unica distinzione tra esseri umani che io riesco a vedere». Lo affiancano i suoi compagni di sventura. Il fragile e velleitario Desmoulins di Denis Fasolo, teneramente innamorato della sua Lucille, impersonata da Irene Petris, una specie di Antigone che insegue disperata l’ombra del marito ormai condannato. Massimiliano Speziani è un rassegnato e disilluso Hérault. Alfonso Santagata (il suo antistorico accento partenopeo è una voluta provocazione culturale che rende universale il messaggio) è un caustico e beffardo Lacroix: «Le sue cosce saranno la tua ghigliottina, e il suo monte di Venere la tua rupe Tarpea!», esclama additando la giovane prostituta con cui Danton ha appena fatto l’amore. Roberto De Francesco è un Philippeaux stoicamente votato a un inutile sacrificio. Sulla sponda opposta, i carnefici di Danton, che talvolta rubano la scena al tribuno incarnando, nei personaggi di Robespierre e Saint Just, il Male assoluto, l’essenza inumana del totalitarismo che, come l’embrione di un uovo di rettile, già prefigura i futuri Lenin, Hitler e Mao. Paolo Pierobon, un Robespierre memorabile per furore fanatico e virulenza oratoria, suda e sbava dalla tribuna, animato da una spaventosa esaltazione che ribolle in ogni parola, in ogni contrazione dei lineamenti, nel lampeggiare malsano degli occhi roteanti. Ancora più sinistro Fausto Cabra nei panni di Saint Just, l’anima nera di Robespierre, gelido come una lapide sepolcrale quando architetta la macchinazione contro Danton, invasato come un predicatore pazzo quando dalla tribuna paragona la rivoluzione a un cataclisma naturale che deve inevitabilmente lasciarsi dietro una scia di cadaveri. Attorno ai due sommi sacerdoti del Terrore, si muovono figure squallide di cinici opportunisti che per scansare la ghigliottina ci spingono dentro le teste di altri. Roberto Zibetti è un Barère che rispecchia la sua turpitudine morale nell’andatura claudicante e nei sorrisi maligni. Mario Pirrello è un Billaud-Varenne ansioso di comporre una giuria addomesticata. Pietro Faiella è un Collot d’Herbois malevolo saltimbanco della politica, pronto a mutare opinione a seconda delle circostanze. Gianluigi Fogacci è Fouquier-Tinville, l’inquisitore zelante ma turbato da folate di disgusto per quanto è costretto a compiere. Giovanni Calcagno è Legendre, scalcinato adulatore disposto a qualsiasi bassezza quando fiuta odore di bruciato. Squisito, infine, Paolo Graziosi nel ruolo di Thomas Paine, che con filosofica ironia dimostra al giovane compagno di cella l’impossibilità, per un Dio perfetto, di creare un mondo imperfetto. Tre ore di spettacolo coinvolgono una trentina di attori (fra i quali una deliziosa bimba di poco più di un anno nel ruolo della figlioletta di Desmoulins in braccio alla madre Lucille), e un formidabile staff di venti tecnici che manovrano con impeccabile sincronia i sipari scarlatti rivelatori delle diverse ambientazioni: il salotto dei dantonisti, la piazza di Parigi, il Comitato di salute pubblica, la tribuna della Convenzione, l’aula giudiziaria, il carcere, il patibolo. Membrane di velluto sanguigno, spesso gonfiate dal vento devastante della Storia, incombenti come sinistri presagi di morte.

Guglielmo Colombero

(www.bottegascriptamanent.it, anno X, n. 103, marzo 2016)

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