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Anno VII, n 76, dicembre 2013
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Storia (a cura di Fulvia Scopelliti) . Anno VII, n 76, dicembre 2013

Zoom immagine Un eccidio fascista:
questioni agrarie,
miseria e rivolte

di Vincenzo Cucci
Da Città del sole, la tragica morte
di tanti contadini taciuta dal regime


A partire dal Settecento una élite di piccoli proprietari iniziava ad acquisire, con la complicità degli amministratori, le antiche proprietà fondiarie dell’abbazia florense: era la premessa di un lungo periodo di travagli per i contadini di San Giovanni in Fiore.

La principale preoccupazione delle genti calabresi fu sempre la mancanza di terre da coltivare. Questa “fame” di terre si scontrava con una permanenza della questione feudale, con la complicità tra autorità, ceti dirigenti ed usurpatori, con la situazione particolare e culturale del popolo di San Giovanni.

La storia dei sangiovannesi è legata in modo inscindibile al loro territorio naturale: la Sila, la selva che costituisce un vero e proprio spazio vitale, con le sue immense “difese” e le opportunità agricole e di pascolo che offre.

Se lo sfondo è determinante, l’intento di Salvatore Belcastro in Sotto il selciato. Storia di una strage dimenticata (Città del sole edizioni, pp. 128, € 12,00) è narrare l’eccidio del 2 agosto 1925, mostrando la disperazione popolare, la protesta che sfocia quando anche le briciole vengono sottratte, e la soppressione, aggravata da un grottesco atteggiamento di indifferenza e cinismo, da parte delle autorità del regime fascista.

Il commissario governativo Rossi aveva proposto l’aumento delle tariffe daziarie sul bestiame. Questo, però, ledeva gli interessi dei proprietari. Il carico fiscale, pensato per risanare le finanze comunali, veniva, dunque, ripartito tra classi più povere, attraverso la tassazione dei beni di prima necessità come pane, grano e uova.

Una prima sollevazione popolare avveniva il 26 luglio e costringeva il commissario alla fuga. Nei giorni successivi, la cittadina viveva in un clima di forte tensione, perennemente pattugliata dalla polizia, fino alla domenica seguente, il 2 agosto, quando una seconda manifestazione popolare portava i carabinieri ad aprire il fuoco.

La seconda parte del libro è costituita da un’ampia documentazione: dispacci telegrafici, direttive del regime, articoli di giornale: tutte fonti di notevole interesse, di cui l’autore si serve per sottolineare la volontà di mettere a tacere la verità e minimizzare la triste vicenda in cui persero la vita cinque persone ed un bimbo che una donna portava in grembo.

 

Una società classista

L’ambiente sociale descritto da Belcastro era segnato da una linea che divideva in modo inesorabile i cittadini di San Giovanni, la cui discriminante era possedere o meno terre, essere usurpatori o usurpati. Si tratta di un distinguo che non lascia spazio ad ulteriori etichette: si apparteneva alla limitata classe degli oppressori, oppure a quella numerosa degli oppressi.

Nel sintetico ma puntuale excursus storico sulla “questione” Sila, che l’autore intraprende per mostrare secoli di sedimentazione dei germi dell’odio, i proprietari delle terre vengono presentati come veri e propri nemici del popolo. Per secoli gli usurpatori avevano saputo mantenere i propri privilegi, adattandosi alle fasi storiche che scuotevano il Regno napoletano, stabilendo di volta in volta il prezzo per la loro collaborazione.
Nessun nuovo regime si impegnava a fondo per risolvere il problema delle terre sottratte, «gravata
dice Belcastro da centinaia di leggi, leggine, decreti e sentenze che costituiscono un ginepraio», ma nessuno riusciva a scardinare questo sistema, né nei due periodi borbonici inframmezzati dal Decennio francese, né con l’arrivo di Garibaldi, né tantomeno nel periodo postunitario che, anzi, riconosceva il possesso degli agognati terreni ad usurpatori e baroni.

Si può dedurre che cambiava la forma, ma la sostanza era sempre quella, imprigionata nella celebre sentenza di Tancredi allo zio Fabrizio, principe di Salina, ne Il Gattopardo: «se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Ceti dirigenti, autorità e proprietari, tutti uniti nel mantenere quell’ordine di vassallaggio a danno della povera gente.

Gli oppressi, invece, venivano travolti dal flusso degli eventi, sostanzialmente inermi, perché uniti «soltanto dalla miseria, sbeffeggiati dalle promesse mai mantenute». La situazione era tragica, la lotta contro la fame e la sporcizia era la loro croce quotidiana, l’unica sussistenza che avevano era proprio la terra di cui non potevano liberamente disporre. L’analfabetismo imperante nel popolo impediva una presa di posizione politica di questa classe, non una tendenza rivoluzionaria, ma una necessità di sopravvivenza. Emblematica rimane la fine a cui erano destinati i fratelli Bandiera: il popolo non capiva le rivendicazioni repubblicane dei due patrioti, e riteneva che fossero stati dei briganti ad essere giustiziati.

 

Qualche perplessità

Seppur lo scopo dell’autore, lo ribadiamo, non sia analizzare la questione Sila, una scaletta, per sommi capi, è presente nell’opera. Discutibile l’avere accennato alla nascita delle leghe contadine ma aver taciuto sull’accordo che queste stabilivano con i proprietari silani per la concessione, in fitto, di fondi rustici a tre cooperative. Difatti, nel biennio 1919-20, il dibattito politico a San Giovanni era una realtà che si stava consolidando; gli appartenenti alle posizioni cattoliche, socialiste e radicali erano numerosi, partiti e leghe erano referenti e strumenti privilegiati per la difesa delle istanze dei contadini.

Le due proteste dell’estate 1925 erano state propagandate da alcuni personaggi, indicati dall’autorità al Ministero degli Interni come “sobillatori”. Episodi di tale portata rimarrebbero incomprensibili se non venissero chiarite le ragioni di una partecipazione così ampia che, infatti, fu dovuta a quelle recentissime esperienze di carattere politico, ad una consapevolezza, ad una organizzazione, non ad una mera sopravvivenza primitiva. Venne raggiunto l’obiettivo di scongiurare l’entrata in vigore dei nuovi dazi, ma i cittadini persero per due anni il diritto di scegliere i propri amministratori. Il regime temeva moti d’orgoglio, che potevano accendere nuovi focolai di protesta, dopo gli scontri avvenuti all’indomani dell’assassinio di Matteotti, tra fascisti da una parte e comunisti e socialisti dall’altra. 

Fu una strage – sottolinea giustamente Belcastro – dimenticata, perché messa a tacere e nascosta dagli organi fascisti, ma fu soprattutto una strage rimandata, fino a quando non si crearono le condizioni, non solo materiali, ma anche sociali, politiche ed ideologiche, che portarono il popolo a rivoltarsi.

 

Vincenzo Cucci

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 76, dicembre 2013)

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