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Anno VI, n. 61, settembre 2012
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Problemi e riflessioni (a cura di Angela Galloro) . Anno VI, n. 61, settembre 2012

Zoom immagine Il dolore raccontato:
la battaglia di Ettore
uomo «guerriero»
che sfida la malattia

di Angela Patrono
Robin edizioni: la storia di un uomo
e la sua famiglia, ospedali e ricordi


Quando il dolore trova la forza di parlare, lo fa con voce forte e chiara. Perché ci sono storie che non si possono tacere, calvari che segnano indelebilmente la coscienza, specie se vedono coinvolta una delle persone più care alle prese con un male assurdo ed improvviso. Da qui nasce la voglia di condivisione attraverso la scrittura, ripercorrendo un sentiero esistenziale che permetta di prendersi una rivincita sulla malattia con i sentimenti e affermare la dignità di un uomo, un padre, un fratello. Questo l’impulso narrativo che ha spinto Maria Rosaria Pugliese a raccontare, in un romanzo autobiografico, la drammatica odissea del fratello Ettore, vittima di una malattia che non lascia scampo ma deciso, fino all’ultimo, a vincerla, circondato dall’affetto dei suoi cari, altrettanto determinati. L’opera, Pazienti smarriti (Robin edizioni, pp. 192, € 15,00), semifinalista al concorso della Mondadori What women write, è una toccante testimonianza di altruismo fraterno e di ordinario eroismo.

 

Un viaggio tra ospedali e ricordi

«La Torre è stata colpita. Nulla sarà più come prima». Parole lapidarie pronunciate dalla narratrice, consapevole della reazione a catena che la malattia del fratello provocherà sulle vite dei suoi cari. Impensabile che sia capitato proprio a lui, Ettore, brillante imprenditore dalla bontà disarmante, la Torre, il pilastro della famiglia. Nomen omen: con Ettore è proprio il caso di dirlo. Come il guerriero omerico, anche lui ingaggia una strenua lotta con un nemico arrogante che a poco a poco finisce per minare il suo fisico energico, ma non riesce a sottrargli la voglia di vivere. Attorno a lui, l’«Esercito della Salvezza» così Ettore definisce scherzosamente le sue donne: moglie, figlie e sorella, che nel corso del «viaggio iniziatico» metteranno da parte vecchi dissapori coalizzandosi nel nome del loro amato «guerriero». Ed è proprio la sorella-narratrice a farsi portavoce della battaglia di Ettore, commentando in maniera ora combattiva, ora rassegnata, i passaggi obbligati di una malattia che non dà tregua. I viaggi della speranza da un ospedale all’altro, le diagnosi sempre più sconfortanti e comunicate con un’irritante nonchalance: ci sono tutte le carte in regola per cedere allo sconforto. «Mio fratello, il guerriero, adesso è un paziente a tutti gli effetti, lo sguardo disorientato dei degenti e la paura dei comuni mortali». Tuttavia l’autrice non si arrende: lotta, spera, si prodiga per la tanto sospirata guarigione, arrivando addirittura a consultare un luminare americano. Un legame viscerale, quello con il «fratellone», da sempre ammirato e quasi idealizzato. A rinsaldarlo, nell’atmosfera eterea del ricordo, sono i numerosi flashback racchiusi nei box, bauli gonfi di ricordi dove la quotidianità familiare sconfina nella poesia. Memorie d’infanzia diventano improvvisamente vivide: una sfilata di carnevale, una visita al campo scout di Ettore, un giro in giostra che si trasforma in una cavalcata magica e senza tempo, dove i fratellini «attraversano foreste primordiali, navigano in acque ora tempestose ora placide, affrontano mostri tanto terrificanti quanto fallaci». Sullo sfondo, la città di Napoli durante il dopoguerra e il successivo boom economico, con i suoi luoghi e volti familiari resistiti alla furia distruttiva del tempo, come il nonno presepista, l’onnipresente zia Tetta o il signor De Vita, telegrafista appassionato. Nel quadro di famiglia spiccano i genitori, diversi per psicologia e rapporto con i figli, ritratti attraverso lenti non deformanti ma obiettive e realistiche, con sfumature di affettuosa nostalgia.

 

Quando la malasanità è assenza di calore umano

Pazienti smarriti travalica i piani spaziotemporali, passando dalle corsie ospedaliere ai corridoi della memoria fino ai tunnel onirici: è nella veste surreale del sogno che per due volte la narratrice-protagonista esprime il suo sfogo contro un certo tipo di sanità, quella sbrigativa, irrispettosa della privacy e soprattutto distaccata, avara di calore umano verso l’ammalato, che arriva così a sentirsi alienato e spaesato, fino a perdersi fisicamente tra i reparti di degenza. Lo spunto dello smarrimento è una metafora tratta da un episodio realmente accaduto, quello che dà il titolo al libro e che qui è raccontato tramite l’espediente onirico.

L’autrice denuncia una malasanità basata sulla disattenzione verso il paziente più che sulle carenze strutturali. Ma, lungi dalle generalizzazioni, Pazienti smarriti è soprattutto un libro di sentimenti. Per Maria Rosaria Pugliese è possibile trovare una dimensione umana anche in un’asettica camera di ospedale, piena di storie trasfigurate dal filo rosso dell’empatia che lega Ettore agli altri degenti: come il malinconico signor Jecher, accudito giorno e notte dalla moglie, o come Genny, giovane e simpatico parrucchiere a domicilio condannato a un triste destino.

L’opera prima di Maria Rosaria Pugliese si può, a ragione, definire una rivelazione toccante senza risultare stucchevole, arricchita da una scrittura fluida e sobria, cosparsa di citazioni colte, termini dialettali e sapiente ironia. Una piacevole mescolanza di ingredienti dosati con cura e, soprattutto, con profonda umanità, quella che traspare da ogni pagina e ci regala un’autentica testimonianza di amore fraterno.

 

Angela Patrono

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno VI, n. 61, settembre 2012)

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