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Problemi e riflessioni (a cura di Francesca Rinaldi) . Anno V, n. 43, marzo 2011

Zoom immagine Capire il disagio mentale
risalendone la corrente

di Guglielmo Colombero
Falzea editore pubblica un testo che attraversa
i misteriosi percorsi e labirinti della psiche


Carlo Cavaglià raccoglie in un disegno organico una serie di articoli e di interviste apparsi sui periodici Tempo presente e Riza Scienze, fra il 1991 e il 1995. Cavaglià è torinese, docente di filosofia, giornalista e curatore di programmi televisivi. In questa opera antologica da lui curata, Il pozzo di Babele. Il disagio psichico e le sue cure (Falzea, pp. 208, € 15,00) i contributi ospitati provengono da intellettuali di alto profilo (alcuni purtroppo scomparsi), Gabriele Giannantoni, Aldo Carotenuto, Giovanni Jervis, Rosellina Balbi, Giuseppe Barbaglio, Ferruccio Ulivi e Agostino Lombardo, ma anche filosofi come Mario Alcaro, Umberto Galimberti, Lidia Giancola e Katja Tenenbaum; psicoanalisti quali Simona Argentieri, Luisa Brunori, Giusy Cuomo, René Kaës, Diego Napolitani, Antonio Vitolo e Ida Zippo; psichiatri come Bruno Callieri, Alberto Gaston e Agostino Pirella; il teologo Giovanni Franzoni. L’eminente schiera si arricchisce del criminologo Francesco Bruno, dell’antropologo Vittorio Lanternari, dello scrittore Roberto Parpaglioni, dei due linguisti: Gianlorenzo Pacini, Vanda Perretta e dello psicobiologo Alberto Oliverio.

Il volume ha un efficace impatto visivo con la copertina elaborata da Mimmo Iodice su progetto grafico di De Nuevo Publishing Design. Raffigura il volto di Dioniso, divinità pagana del delirio orgiastico, con la bocca spalancata in un urlo raggelato sullo sfondo di uno specchio infranto.

 

 Psichiatria e Psicologia: bilancio di un secolo tormentato

«È possibile tentare un bilancio della psicanalisi?», domanda Cavaglià al docente di psicoterapia Vitolo. La risposta è articolata e complessa: «La pratica dell’analisi muove dalla medicina e dalla psichiatria, dalla filosofia e dalla psicologia», sostiene Vitolo. «Le prime due discipline hanno affrontato la follia, la morte, il nesso corpo-mente. La filosofia, per parte sua, si pone sempre alla ricerca del senso dell’esperienza, scavando attraverso la fenomenologia entro la solitudine e la finitezza in cui l’individuo si trova “gettato” […] il contributo umanistico del sapere filosofico alla comprensione del disagio esistenziale risulta ampio e insostituibile. Nell’esercizio della cura psichica oggi ci troviamo dinanzi a una singolare attenuazione della rivalità, per dirla con Snow, tra due culture, quella umanistica e quella scientifica, che legittimamente aspirano a definirsi capaci di fronteggiare l’autismo, la psicosi, la nevrosi. È la psicologia l’ambito di una mediazione tra medicina e filosofia? È presto per avanzare speranze. Indubbia è, comunque, la ricchezza del patrimonio che la psicologia detiene per la conoscenza della psiche mentale, infantile e adolescenziale».

Un sincretismo culturale fra discipline spesso storicamente divise da un tenace antagonismo (la medicina tradizionale che, in nome del più intransigente empirismo positivista, sminuiva la speculazione filosofica, riducendola quasi con disprezzo a una sorta di masturbazione mentale) è sicuramente una meta ideale per chi sogna di estirpare per sempre il disagio psichico, oscura matrice, nel secolo passato, di spaventose tragedie collettive (è ormai assodato che Hitler e Stalin, incarnazioni viventi del Totalitarismo, erano individui disturbati mentalmente). Ugualmente stimolanti risultano le considerazioni dello psichiatra Gaston sul legame fra psichiatria e neurologia, e, in relazione, sul collegamento fin troppo scontato fra la psichiatria stessa e il frequente ricorso indiscriminato agli psicofarmaci: «la prescrizione di farmaci nasce da un rapporto vivo, diretto, tra medico e paziente, che è un rapporto psicoterapeutico». Per cui, l’effetto lenitivo e rassicurante di talune terapie, in molti casi, è fondato più sull’autosuggestione mentale del paziente (“il medico mi persuade che quel farmaco mi farà stare meglio, e quindi sto meglio davvero”) che sul rapporto causa-effetto dal punto di vista fisiologico. I più recenti esperimenti in materia di “effetto placebo” lo hanno ampiamente suffragato. Riguardo alla preminenza, nella psicoanalisi, dell’aspetto terapeutico rispetto al versante teorico-culturale, il filosofo Galimberti afferma che «la psicoanalisi evita alla filosofia un suo antichissimo delirio, che è quello di essere spiegazione della totalità, perché la psicoanalisi insinua il sospetto che le presunte spiegazioni totali sono in realtà storicamente condizionate». Un teorema, il suo, sul quale vale la pena di riflettere: se infatti noi allarghiamo il discorso alle religioni, che pretendono senza eccezioni di costituire una “spiegazione del tutto”, ci rendiamo conto di quanto siano state volutamente marginalizzate le motivazioni autentiche di certe evoluzioni, o di certe involuzioni, con l’esplicito fine di intorbidire le acque.

Un esempio storico ci pare illuminante: il Cristianesimo, sorto in Palestina, dopo neanche mezzo secolo si trasferì a Roma dove risiedeva il potere dei Cesari.

Una volta diffusa nel ceto dominante, la nuova religione si sarebbe poi inevitabilmente propagata verso il basso. Se la fondazione della Chiesa cattolica e apostolica romana avvenne sicuramente per calcolo politico, e non per illuminazione mistica, in egual misura, la divulgazione della psicoanalisi come fenomeno di massa, risponde spesso a esigenze di mercato piuttosto che a tendenze culturali innovative. Il fenomeno riceve impulso anche da certe mode sia letterarie che cinematografiche: basti pensare all’immenso clamore mediatico di Hannibal Lecter, lo psichiatra cannibale che sovverte ogni paradigma impazzendo lui stesso, e che divora i pazienti invece di guarirli.

Sulla questione della mancata applicazione della Legge 180, osserva lo psichiatra Pirella, già collaboratore di Franco Basaglia, che questa riforma fondamentale si trovò di fronte due Italie: «Una era non soltanto pronta e matura, ma richiedeva a gran voce questa riforma; l’altra la temeva, era ostile e non aveva il coraggio di dirlo. Non appena il governo, e con lui altre forze reazionarie, hanno alzato la voce, in ciò facilitati dalle vistose disapplicazioni della legge e da pratiche arcaiche e colpevoli di abbandono, la seconda Italia, quella ancorata a una conservazione acritica, si è fatta nuovamente sentire». Incontestabilmente vero: ci riecheggiano ancora in mente le parole, pesanti come macigni, sfuggite durante un dibattito della metà degli anni ’80 all’allora Presidente del consiglio dei ministri Bettino Craxi (socialista più vicino a Lombroso che a Turati), con le quali auspicava una controriforma sostanzialmente abrogativa della Legge 180. E sembra proprio orientata in questo senso la recentissima proposta di legge del deputato del Pdl Carlo Ciccoli, tesa a svuotare dall’interno la riforma Basaglia, introducendo il concetto di Tsop (Trattamento Sanitario Obbligatorio Prolungato) sulla base di un “contratto terapeutico vincolante” sottoscritto dal paziente stesso.

In chiusura di questa prima parte del volume, Cavaglià, soffermandosi sul complicato universo della psicologia, enuclea un presupposto di enorme interesse: «L’uomo comune e di ristrette prospettive intellettuali, inserito nei meccanismi alienanti della società industriale e postindustriale non risulta, secondo i più attendibili sondaggi, un essere risolto e pacificato con se stesso. Qualcosa non funziona. Lo si avverte dai suoi disagi e dalla crescente richiesta di uscire dall’inautenticità di un vivere eterodiretto, prigioniero di una spirale perversa di standard prefabbricati, entro i quali piuttosto che scegliere liberamente si è inesorabilmente scelti». Secondo Galimberti, «l’anima si cura con l’anima e questo l’umanità l’ha sempre saputo. Non per nulla sono esistiti gli stregoni, gli sciamani, i mistici, i confessori e, oggi, gli psicoterapeuti». Lo psichiatra Callieri puntualizza dal canto suo l’importanza che assumono la «storia del singolo, nella sua irriducibile irripetibilità» e l’influsso «non periferico della cultura sulle attività intellettuali, affettive e volitive». Lo psicobiologo Oliverio, infine, conclude che non esiste «un solo modo di guardare alla psiche umana, al comportamento e ai fenomeni mentali: in alcuni casi alcune ottiche possono combinarsi fra di loro, come avviene oggi nel caso delle scienze cognitive, punto d’incontro di filosofia, logica, informatica e neuroscienze. In altri, invece, le alleanze fra discipline sono impossibili».

Volendo sintetizzare i vari punti di vista espressi dalle citate testimonianze, emerge comunque un forte radicamento della psicoanalisi all’interno del contesto politico e sociale in cui si sviluppa: la continua pressione esercitata dall’apparato mediatico (con particolare virulenza sul versante del marketing televisivo) sulla psicologia di massa ne rappresenta indubbiamente l’aspetto più invasivo e disturbante, in quanto la patologica demenzialità di numerosi messaggi pubblicitari non viene quasi mai smascherata, e tantomeno condannata dalla pubblica opinione. Se, come sperano certi parlamentari, si riaprissero i manicomi in Italia, varrebbe la pena di riservare un reparto blindato a certi “creativi” autori di spot in cui si esaltano il semianalfabetismo e l’ignoranza più beceri, e si incita sia pure implicitamente il consumatore a comportamenti socialmente devastanti come quelli, a titolo di esempio, in cui la donna non è considerata una persona con la quale comunicare, ma un muto feticcio sessuale da possedere.

 

Psicoterapia e Psicoanalisi: tante domande, poche risposte

È possibile una definizione esaustiva dell’io? Questo interrogativo emerge come tematica centrale della seconda parte del volume. Secondo Cavaglià, «la nozione di io risulta ancora ambigua e sfuggente nella letteratura psicologica e psicoanalitica». L’analista di gruppo Napolitani e il docente di Psicologia presso l’ateneo di Lione Kaës si confrontano su questo dilemma: per Napolitani «Freud ha cercato di dare una risposta a questa eccentricità del soggetto sognante o fantasticante, postulando un agente segreto (quello che abita o costituisce l’inconscio), designato come quella pulsione o quel desiderio o quella fantasia che abbiano subito la rimozione». E Kaës concorda con lui quando ammette che Freud non è «un maître à penser, non è uno storico che chiude la storia della psicoanalisi, è un fondatore che lascia il posto al non pensato». L’indagine prosegue spostando il focus sulle psicoterapie al plurale con il contributo aggiuntivo della psicoanalista Cuomo e dell’antropologo Lanternari. Particolarmente preziosa e coinvolgente la testimonianza dello scrittore Roberto Parpaglioni, che per quattro anni ha seguito una terapia di gruppo ottenendo risultati definitivamente liberatori. Secondo Cuomo, nell’analisi di gruppo lo psicoterapeuta «potrà “condurre” con successo il gruppo se ne è parte, se crede in esso, se crede al potenziale terapeutico, a quel self healing che il gruppo contiene in sé», e in tal modo «il percorso di gruppo può accelerare indubbiamente l’uscita dallo stato di disagio e conduce più rapidamente verso una sorta di rinascita». Sotto il profilo etnologico e antropologico, Lanternari ha studiato a fondo la ritualità delle tribù africane del Ghana, riscontrando che «le divinità sono le più diverse, ma tutte con il potere soprannaturale di entrare in una persona e di aiutarla a liberarsi di quanto è dannoso alla psiche. Tra la sacerdotessa e i pazienti, in maggioranza donne, c’è una frequentazione e una conoscenza abituale, personalizzata». Una specie di vero e proprio consultorio, nota l’antropologo, per cui questi riti tribali arcaici possono tranquillamente essere accostati alle terapie di gruppo praticate in Occidente: al punto che in Francia e negli Usa è nata una nuova disciplina di studio, l’etnopsichiatria. L’ipotesi è suggestiva, e non è neppure inedita: non dimentichiamo che, nel suo Le Mythe de l'éternel retour, nel primo Dopoguerra lo storico delle religioni Mircea Eliade contrapponeva l’interiorità sacrale dello sciamanesimo alla psicoanalisi freudiana che lui disprezzava come «fobica esaltazione di una psiche turbata» (non a caso Eliade intervistò più volte Jung, interessandosi alle sue teorie sull’inconscio collettivo). La seconda parte del libro contiene anche una lucidissima e toccante testimonianza dello scrittore Parpaglioni, autore del romanzo Marianna la pazza (edito da Quiritta): «Il disturbo vero e proprio l’ho scoperto durante la terapia. Quando mi sono ritrovato di fronte a una personalità frammentata, priva di un centro che ne raccogliesse le passioni, le attitudini, i bisogni. Avevo letteralmente sostituito me stesso, potenziando tutti i modelli di cui, negli anni, mi ero sconsideratamente fornito. L’analisi prima di tutto mi ha restituito i mezzi per raccontare nel modo giusto la mia vita». La migrazione, dolorosa quanto esaltante, da un’esistenza camaleontica ed eterodiretta verso una piena e consapevole affermazione di sé rappresenta sicuramente il traguardo fondamentale della terapia di gruppo, intesa quale strumento idoneo a infrangere le sbarre invisibili del disagio psichico senza ricorrere agli psicofarmaci.

 

L’eterno conflitto fra Psiche e Ragione: il caso Althusser

La terza e ultima parte del volume si sofferma sull’atroce dramma personale di Luis Althusser, filosofo francese e studioso del marxismo, che, all’età di 62 anni, la mattina del 16 novembre 1980, in preda a un raptus omicida, uccise la moglie Hélène Rytmann, sua compagna di vita da oltre tre decenni. Nell’arduo tentativo di gettare luce su questa vicenda, si cimentano, oltre a Galimberti, i filosofi Alcaro e Giancola, e il criminologo Bruno. Per Galimberti, Hélène è una donna «ormai stanca e sfiduciata, che ha perso l’illusione di salvare il suo compagno. Sono ormai palesi i segni caratteristici della follia a due. Hélène è pronta per l’estremo sacrificio. Per lei sarà forse una liberazione; per lui sarà forse il modo di possederla per sempre, impedendole quell’abbandono che tanto lo spaventa». Come ha potuto una mente eccelsa come quella di Althusser, che, scrive Alcaro, aveva saputo elaborare «la distinzione fra il giovane Marx e il Marx de Il capitale, ossia fra una versione ancora umanistica, antropocentrica e soggettivistica della storia ed una visione compiutamente scientifica di essa», precipitare nel baratro della follia spingendosi fino a sopprimere la creatura che più amava al mondo? Secondo Giancola, il platonico “desiderio di Ade” si è incuneato nella psiche di Althusser «con una potenza di disintegrazione attraverso i processi di distacco, di dissoluzione, di termine “infero”. Una trama invisibile e distruttiva che contiene in sé lo stesso mistero della morte, il cui “demone” è “colui che si nasconde”».

 

La Psiche come prisma sfaccettato: fratellanza e tradimento

Proseguendo la disamina delle problematiche psichiche presenti nella seconda parte, in tema di fratellanza familiare la psicoanalista Argentieri stigmatizza «l’eccessiva idealizzazione dell’unione e della tenerezza tra donne, con la negazione dei livelli conflittuali del rapporto. Tanto che a volte si è messa in moto la ricerca coatta del “nemico esterno” nel maschio, illudendosi così di poter eludere l’aggressività con l’esclusione degli uomini dalla propria vita». Per la filosofa Tenenbaum «la fratellanza è un tipo di rapporto che investe la dimensione maschile, che è essenzialmente una dimensione pubblica e quindi politica. La fratellanza esclude il femminile. E il femminile tradizionalmente si “rifugia” nella sorellanza, che si inscrive invece in una dimensione intima, privata, in una sfera di rapporti personali connotata da una complicità spesso conflittuale». Riguardo alla solidarietà nelle relazioni fraterne, la psicoanalista Brunori traccia il confine spesso sottile tra problematica fraterna e disagio psichico: può accadere che, nel caso di eventi luttuosi in famiglia, «il mancato fratello continua ad avere un posto nell’immaginario familiare. Molti casi clinici attestano la realtà di questo trauma». Il teologo Franzoni afferma che, nella vicenda biblica di Caino e Abele, «Caino ha aperto la strada alla comprensione della morte. Senza l’atto inconsapevolmente fratricida, nessuno avrebbe mai capito che cosa era il male, nessuno avrebbe preso coscienza di questa opposizione che c’è dentro di noi fra bene e male». Uno dei più geniali scrittori ottocenteschi, Robert Louis Stevenson, nel 1886, tredici anni prima che Freud pubblicasse L’interpretazione dei sogni, in quel gioiello letterario che è The strange case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, operava la scissione fra Bene e Male in un’unica persona, quella dello stimato medico londinese Henry Jekyll. Il suo Caino da lui stesso generato, Edward Hyde, finirà per provocarne il suicidio, ma uccidendo così anche se stesso. Infine nella saga familiare di Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov, il linguista Pacini intravede una rappresentazione simbolica della concupiscenza e dell’istinto in Smerdjakov, della passione e dell’emotività in Dimitrj, e della razionalità negli altri due (cristiana in Alësa, miscredente in Ivan).

Su amore e tradimento, il compianto Carotenuto sostiene che «il tradimento è una ferita che può nutrire la nostra consapevolezza, facendoci coscienti delle nostre ingenuità e anche della paura e del limite che necessariamente fondano ogni incontro». Un altro illustre studioso scomparso, il teologo Barbaglio, chiarisce la semantica del verbo “tradire” nel Vangelo: «Cristo costituisce il dono supremo dell’amore di Dio per l’umanità. Il significato del “tradimento” è qui quello dell’oblatività gratuita e amorosa. La stessa valenza appare nei passi delle Scritture in cui si attesta che Gesù ha “tradito” se stesso alla morte». Un’altra testimonianza postuma, quella del cattedratico di Letteratura italiana Ulivi, sottolinea come «il tradimento che si consuma in presenza dell’amore – penso emblematicamente a Giuda – è forse la forma più angosciante e disperata» (non a caso il regista Mel Gibson, nel suo discusso e discutibile The passion of the Christ, in una sequenza tipicamente junghiana somatizza il rimorso di Giuda in un demone partorito dal suo subconscio che scaturisce ringhiando da una parete rocciosa). Conferma infatti la psicanalista Zippo che «lo stato di consapevolezza di un individuo viene continuamente alterato non soltanto da avvenimenti esterni ma anche da avvenimenti interni all’organismo, avvenimenti che solitamente definiamo “stimoli significativi”». E la reazione a fronte di un tradimento consumato o subito è sicuramente uno dei più intensi di questi stimoli interni.

 

Violenza allo specchio, madre paura e il fantasma di Lolita

In chiusura di volume, Cavaglià riflette a fondo sul concetto di violenza in relazione al disagio psichico: partendo dal presupposto che la società è intrisa di violenza, è indispensabile, per poterla disinnescare, in primo luogo svuotarne i “contenitori” politici, e cioè lo strapotere delle classi dominanti (che ha ormai inquinato anche i regimi democratici attraverso il clientelismo e la corruzione che trasformano l’elettore in un soggetto vulnerabile e ricattabile), la disinformazione che attraverso l’ignoranza offre un contributo decisivo al mantenimento dello status quo, e l’illusione del benessere che, deformando tutto in svago e passatempo, soffoca l’aspirazione stessa alla crescita culturale. La compianta scrittrice e giornalista Balbi, indaga invece su un’emozione che, spesso e volentieri, è causa scatenante della violenza, la paura, tracciando lo spartiacque fra paura reale e paura immaginaria («ci sono paure non patologiche che possono benissimo non essere determinate da una particolare occasione e, d’altra parte, ci sono delle angosce che sembrano senza oggetto, ma in realtà l’oggetto esiste») e fra paura individuale e paura collettiva («le paure collettive sono in realtà come un torrente che è ingrossato dai rivoli delle paure individuali. Quando le paure individuali si appuntano sullo stesso oggetto, sorgono di fronte a una stessa minaccia, allora diventano paure collettive»). Da qui alla messa a nudo delle radici oscure di un fenomeno come il totalitarismo nazista il passo è breve: il nazismo ha saputo trasformare la paura non solo in «uno strumento per governare, per dominare gli avversari, ma addirittura in uno strumento educativo. Deliberatamente gli effetti della paura si sono visti in modo lampante nel corso degli anni del regime e non soltanto su quelle che sono state le sue vittime, ma sugli stessi carnefici e sull’intero popolo tedesco, che è stato coinvolto e in qualche modo è stato costretto a vivere in una paura senza nome e tanto più pericolosa perché rimossa». Infatti, convivere in modo giusto con la paura significa «non farsene paralizzare, non reagire di fronte alle minacce che suscita, a volte addirittura ignorarla, ma non rimuoverla e soprattutto non rovesciarne le cause sugli altri, trasformando gli altri in capri espiatori». Nell’Europa dominata da Hitler il capro espiatorio di questa Grande Paura fu l’intero popolo ebraico, sterminato sotto lo sguardo complice o indifferente dei tedeschi.

In appendice la germanista Peretta e il compianto anglista Lombardo, assieme a Vitolo e Ulivi, dedicano le ultime pagine del volume al lolitismo nella letteratura occidentale, tema dai profondi echi psicoanalitici. Per Lombardo, Vladimir Nabokov ci offre con Lolita una storia «di grande finezza psicologica, un vero e proprio scandaglio negli abissi della psiche umana» (morbosa e magistralmente malsana l’omonima versione cinematografica firmata da Stanley Kubrick nel 1962, con un James Mason memorabile nella viscida caratterizzazione di Humbert). Altri esempi di lolitismo li individua Peretta nella letteratura tedesca, soprattutto in La morte a Venezia di Thomas Mann: «per la prima volta Aschenbach vede, tocca, sente con il corpo, avverte con il corpo la presenza del bello e tutto il suo studio, tutto il suo teorizzare, tutta la sua filologia, tutto il suo discorso sull’arte si rivela per quel che è: pura parola». Conclude Vitolo che il lolitismo può essere interpretato come «il bisogno maschile di un rapporto con il femminile, in qualunque età, soprattutto nell’età che precede il crepuscolo della piena vitalità sessuale. Una bambina o un’adolescente sarebbero così un antidoto idealizzato al passaggio di fase tanto temuto». E Ulivi, riprendendo l’Antico Testamento, ricorda l’attenzione che il re David continua a manifestare «fino all’estrema vecchiezza, anche solo per riscaldarsi, al contatto con una creatura molto giovane».

 

Guglielmo Colombero

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n. 43, marzo 2011)

Collaboratori di redazione:
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