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A. XX, n. 225, luglio 2026
Sotto la superficie dei legami: unafamiglia specchio del non detto
di Vittorio Bonini
Per Balzano, nel romanzo il Ponte, Alessandra Pinton
racconta la necessità di costruire legami con le persone care
Il Ponte (Balzano editore, pp. 232, € 12,50) può sembrare, apparentemente, un romanzo che, come altri testi presenti nella narrativa, si pone l’obiettivo di indagare la realtà del contesto famigliare.
Questa impressione, tuttavia, viene rapidamente superata fin dalle primissime pagine.
Alessandra Pinton, nel testo, ci offre una storia toccante, in grado di trattare temi universali come l’importanza della comunicazione e le difficoltà a essa legate, in particolar modo nella dinamica delicata tra genitori e figli adolescenti.
Ponti letterali e metaforici
Al centro di tutta la storia vi è un ponte, o meglio “dei ponti”, al plurale. Almeno inizialmente, sembra che il motore della trama sia la costruzione di un cavalcavia e come questo possa stravolgere la vita della famiglia protagonista. Il nuovo ponte, infatti, verrebbe costruito accanto alla loro casa, dimezzando lo spazio del loro giardino.
Ovviamente ci sarebbe l’idea di trasferirsi altrove, eventualità agevolata anche dalla presenza di un indennizzo elargito dall’amministrazione pubblica. Tuttavia, l’ipotesi di lasciare quello che, per anni, è stato il loro dignitoso nido crea sentimenti contrastanti nella famiglia: la madre Giuliana appare restia, mentre il padre Sergio vede in questo cambiamento nuove possibilità di riscatto sociale.
Dopo pochi capitoli, però, un evento drammatico e inaspettato metterà in luce il vero problema: la totale e assoluta mancanza di canali di comunicazione, di “ponti”, per l’appunto, all’interno del nucleo familiare.
Una famiglia come molte altre
È proprio la caratterizzazione dei quattro membri della famiglia che risulta essere uno dei punti di forza del testo: tutti i personaggi principali sono descritti in maniera realistica e plausibile, con i relativi pregi e difetti.
La madre Giuliana è una donna sensibile e attaccata alla sua rassicurante routine quotidiana, ma allo stesso tempo dotata di un’inaspettata, anche per lei, forza interiore. Posta di fronte a un avvenimento che stravolgerà la sua vita, dovrà attingere, da una «sorgente metaforica», il coraggio necessario per andare avanti. Il padre Sergio è un uomo venuto dalla campagna, che con i suoi sforzi è riuscito a crearsi una carriera, sebbene le sue origini siano “bifronti” come la figura mitologica di Giano: fonte contemporaneamente sia di orgoglio che di insicurezze. Infine, ci sono i due figli, entrambi immersi in quel mare di emozioni e turbamenti che è l’adolescenza.
La diciassettenne Micaela e il quattordicenne Niccolò presentano problematiche che, sebbene diametralmente opposte, sono entrambe collegate alla concezione che uno ha della propria persona. Micaela vuole a ogni costo trovare una propria identità che possa permetterle di mostrare al mondo i suoi valori e la vera natura del suo essere. In questo senso, il rito quotidiano della scelta dell’abbigliamento più idoneo appare la rappresentazione plastica di come desidera approcciare, anche in maniera provocatoria, la vita. Niccolò, al contrario, cerca disperatamente di essere il più possibile invisibile, convinto com’è di non essere dotato dei mezzi necessari per affrontare tutte le difficoltà che la vita potrebbe porgli davanti. Gli risulta più facile chiudersi nella propria stanza e fare viaggi escapisti sulla rete, fuggendo così da una realtà poco gradita.
La stessa figura di Niccolò, un simil hikikomori [1] con un’ansia verso il mondo esterno che quasi sconfina nell’agorafobia, permette all’opera di trattare una situazione oggi sempre più diffusa nelle generazioni più giovani. La sensazione complessiva, data dalla creazione di un nucleo di personaggi così “realistici”, è quella di far sentire il lettore testimone e partecipe al loro processo di crescita ed evoluzione nel corso della storia.
La bellezza della semplicità
La rappresentazione di personaggi così ben connotati, ma allo stesso tempo fortemente ancorati nel vivere quotidiano, facilita in chi legge un rapido processo di immedesimazione, e quindi di solidarietà, nei loro confronti. Si finisce così per simpatizzare per Giuliana e Niccolò perché le loro insicurezze le abbiamo patite chi più, chi meno tutti almeno una volta nella vita. Proviamo empatia per Micaela, nonostante il suo carattere spigoloso, perché la sua lotta alla ricerca della propria identità ha segnato l’adolescenza di ognuno di noi.
In quest’ottica, si può interpretare anche la scelta dell’autrice di evitare assolutamente qualsiasi collocazione spaziale: la storia di questa famiglia, di cui ignoriamo persino il cognome, trascende ogni restrizione geografica e diventa una storia che qualsiasi lettore, a prescindere dalle sue origini, può apprezzare in quanto essere umano.
Lo stile impiegato dalla Pinton risulta semplice, senza mai scadere né nel banale, né in ridondanze liriche, risultando scorrevole come le acque del fiume lungo le cui sponde Micaela e Niccolò si ritrovano a meditare nei momenti particolarmente critici. Anche la decisione di non fissare su un singolo personaggio il punto di vista, bensì di impiegare un narratore onnisciente, si rivela efficace dato che ci permette di venire a conoscenza dei pensieri più reconditi dei protagonisti e, tramite ciò, di conoscerli più approfonditamente. Curiosa ma coerente con il messaggio dell’autrice, ed efficace sotto il profilo narrativo, è la scelta di ricorrere in maniera minima ai dialoghi, focalizzando così l’attenzione sull’esistenza di numerose forme di comunicazione, tutte con il proprio valore intrinseco.
Particolarmente d’effetto, e lapalissiane dimostrazioni della tesi del libro, risultano essere i momenti in cui Giuliana scossa, ma non piegata, dagli eventi si trova a chiedere aiuto e spiegazioni ai presidi degli istituti frequentati dai figli. Nonostante le differenze caratteriali dei due direttori scolastici, il risultato è il medesimo: una non comunicazione che spoglia la conversazione di ogni suo potenziale effetto positivo. Durissime sono le parole impiegate dall’autrice per rendere il senso di futilità e “aridità colloquiale” creatosi fra le parti: «A quel punto, a Giuliana fu evidente che il discorso era chiuso, oltreché inutile.»; «Giuliana percepì quelle parole altrettanto lapidarie che quelle della preside del precedente colloquio. Capì che anche qui non avrebbe ricevuto nulla di più».
Non è casuale, quindi, che solo quando uno dei protagonisti si troverà privato della possibilità di parlare normalmente (e, allo stesso tempo, “costretto” ad ascoltare) si arriverà a una situazione di vero dialogo tra le parti.
Una luce sempre accesa
Nel complesso, l’opera risulta in egual misura fluida, ma al contempo dotata di una profondità che cattura fino alla fine l’attenzione del lettore. Le tematiche presenti vengono trattate con una delicatezza tale da elevare la qualità complessiva del testo. L’autrice non ha paura di mostrare una serie di problematiche sempre più comuni nella società moderna, pur mantenendo costantemente accesa la luce della speranza di poterle superare.
La trama non si conclude con un paternalistico conforto sulla magica risoluzione di qualsiasi problema, ma pone il lettore di fronte a uno scenario realistico. I problemi presenti all’interno del contesto familiare non scompaiono all’improvviso, ma dovranno essere affrontati, intraprendendo un percorso che potrà rivelarsi lungo e difficile.
Vittorio Bonini
[1] Per la Treccani, con il termine hikikomori si intende una persona colpita da una sindrome che induce a chiudersi nella propria stanza senza mai uscirne. Significa letteralmente “stare in disparte” ed è una condizione piuttosto comune in Giappone.
(www.bottegascriptamanent.it, anno XX, n. 223, maggio 2026)































