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A. XX, n. 225, luglio 2026
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Riflessi d'autore (a cura di Angela Galloro)

Zoom immagine Il senso dell’adozione
raccontato attraverso
l’ambientazione magica
di boschi e grandi città

di Antonietta Zaccaro
Tespi edizioni: tra folletti, elementi naturali e persone reali, José Monti
affronta l’impervia tematica dell’adozione con gli occhi del bambino


La voglia di essere accettati, il bisogno di essere amati, la volontà di sentirsi a casa per un ragazzo adottato sono sensazioni alla base della propria esistenza, specie quando, saltellando da una famiglia all’altra, approda finalmente nel nucleo familiare a cui potrà dare l’appellativo di “famiglia”. La sensazione del peregrinare di istituto in famiglia viene resa dal pellegrino protagonista Josè Monti, illustratore e scrittore brasiliano, ma romano d’adozione, nel volume L’Adottato. Una piccola e buffa storia tra realtà e fantasia (Tespi, pp. 204, € 10,00), nel quale narra ai più piccoli, con allegre illustrazioni, la sua vicenda di bambino adottato. Questo volume si inserisce in una trilogia dedicata ai giovani e meno giovani. È lo stesso autore, nell’introduzione, a mettere al corrente il lettore dello scopo delle sue favole e del pubblico alle quali sono destinate: questo è «il primo romanzo di una trilogia in pectore, dedicato ai bambini; il secondo testo sarà invece maggiormente adatto ad un pubblico di ragazzi e il terzo soltanto agli adulti». I romanzi della Trilogia di Joz’ sono: L’Adottato. Una piccola e buffa storia tra realtà e fantasia; Ho sognato d’esser vivo. Il delirio in una stanza, all’interno del manicomio che non c’è; Underworld. Favole squinternate dal mondo che sta di sotto. Sempre l’autore ci indica lo scopo del primo capitolo della saga di Joz’: «con questo primo volume, spero di poter lasciare ai più piccoli quei semplici messaggi e lezioni che questi bizzarri adulti hanno lasciato a me lungo il percorso».

Non ci resta che buttarci nel fantastico mondo di Joz’, tra sbadate cicogne, saggi picchi e folletti canterini, alla ricerca della mamma e di quel calore familiare di cui ogni essere umano ha bisogno.

 

Sbadate cicogne viaggiatrici e le prime adozioni

Tutto inizia in una notte di 24 anni fa, in cui una cicogna addetta alle consegne dei bambini alla madre naturale, affascinata dal suadente Tam Tam proveniente dal bosco, decide di fermare il suo volo e partecipare alla grande festa organizzata dai folletti, ma –al momento di ripartire–, la frastornata cicogna dimentica nel bosco il suo prezioso pacco. Chiuso nel suo sacco, il bambino sperduto non sa dove si trova, riesce solo ad avvertire il freddo pungente della notte, finché la Luna, presa da compassione, apre il sacco e vede comparire «un bimbo piccolo piccolo e tutto ricciuto!»; decide così di aiutarlo e diventa la sua prima mamma. Mediante una canzone, mamma Luna racconta al bimbo ricciuto la storia del suo abbandono e lo informa che, se vuole trovare la sua madre naturale, deve andare alla ricerca di Goa Goa, il folletto dei boschi. La Luna gli indica la giusta strada da percorrere e gli assicura che veglierà sempre su di lui e che di giorno sarà suo marito, il Sole, ad illuminare i suoi piccoli passi. Ed è così che il bimbo ricciuto inizia la sua avventura che lo porterà ad incontrare le strane creature del bosco, tra cui il Picchio Martellatore, che gli insegnerà le prime basi della buona educazione e il giusto modo di porsi di fronte agli altri e i Brucobaleni, che ripuliscono il bosco dalle foglie morte per poi chiudersi nel loro bozzolo ed uscirne come splendide farfalle, destinate a vivere un solo giorno.

Guidato dalla magica voce di mamma Luna, il bimbo ricciuto arriva al territorio dei Funghi Suonatori, esecutori del magico Tam Tam che ammaliò la cicogna viaggiatrice, guidati da Goa Goa. Nel loro magico mondo, Wonderland, vi si accede mediante il Vecchio Fungo, sul quale Goa Goa dorme per tutto il giorno. Il bambino ricciuto viene adottato da questo strano gruppo di folletti, e viene preso sotto l’ala protettrice di Goa Goa che lo porterà, da subito, nelle sue scorribande nella grande città, alla ricerca di lacrime d’infelicità, gocce d’incoscienza e di disperazione, rubate ai suoi abitanti in cambio di note magiche, bizzarro nutrimento del Vecchio Fungo.

Allo scoccare dei suoi 13 anni, il bambino ricciuto è diventato un folletto matto a tutti gli effetti, la cui occupazione principale, insieme ai suoi amici, è far festa e raccogliere i bachi dei Brucobaleni con cui creavano «con ago e filo le “decò” di Goa».

Un giorno, durante una perlustrazione, Goa Goa incontra una mamma disperata la quale non vuole accettare il baratto propostole dal folletto, ma lo aggredisce, volenterosa di riavere suo figlio, sperduto nel bosco insieme ai folletti. Presa dalla rabbia la mamma rompe il cappello a forma di fungo del folletto, allora Goa Goa le promette furbescamente che riavrà suo figlio in cambio del suo lavoro: lei sarebbe andata ogni mattina dal Vecchio Fungo «a versare lascive, sangue e sputacchi».

La mamma, però, non può mai stare molto tempo con suo figlio, ormai matto e non recuperabile, allora decide di donare a Goa Goa un cappello nuovo per andare a lavorare ma il folletto lo pretende fatto della pelle della mamma. È così che il figlio torna da sua madre, ma subito scappa di nuovo nel bosco, ormai completamente ammaliato dalle parole dei folletti. Mamma Luna, al termine della sua storia, confida al bambino ricciuto che quella donna disperata, era in realtà la sua vera madre. Allora lui, in un batter d’occhio, lascia il bosco e si dirige verso la città, alla ricerca della mamma.

 

La grande città e le ultime adozioni

Arrivato in città, il bambino ricciuto, spaesato, incontra un barbone chiamato Gianni, al quale racconta tutta la sua storia: «Sono il figlio della Luna, del Sole, del sig. Picchio e di Goa Goa, folletto di tutti i folletti del bosco». Gianni lo guarda sbalordito e lo prende sotto la sua protezione: «l’amicizia raddoppia le gioie, e divide le angosce a metà. Tu non hai bisogno di trovare una madre; io sono vecchio, solo e avevo pensato di adottarti. Da oggi sei mio figlio!»; il piccolo inizia, così, a vivere sul marciapiede e a mendicare con il suo nuovo papà. Ma la nuova vita comincia ben presto a non piacergli e, preso dallo sconforto, con tanta voglia di scappare, chiede consiglio alla Luna. Lei gli fa notare che il suo nuovo papà non gli aveva ancora dato un nome, allora il bambino, angosciato ed arrabbiato, decide di dire addio al barbone chiamato Gianni.

Il bambino ricciuto si ritrova, di nuovo, da solo nella grande città, cercando in ogni volto quello della madre. Decide allora di mettere a frutto l’arte del baratto e della persuasione imparate da Goa Goa e inizia a raccattare tutti gli oggetti che trova per strada, anche quelli più inutili, e a rivenderli al mercatino dell’usato. Proprio alla sua bancarella incontra il suo quinto papà: Frank Bettger, l’uomo più ricco della città, rimasto impressionato dalla tecnica di vendita del ragazzo, che riesce a far apparire preziosi anche oggetti che non lo sono. «Non ho un nome, Signore, nemmeno un padre, tanto meno una madre, a dire il vero la sto cercando da ormai molto tempo qui giù in città, eppure non perdo mai la speranza». Affascinato, l’uomo d’affari decide di adottarlo. Il bambino ricciuto inizia, così, a vivere secondo i principi del suo quinto padre basati sull’accumulare più soldi e beni materiali possibili. Non soddisfatto del suo nuovo stile di vita, cerca il conforto di mamma Luna, ma lei non risponde alle sue domande; a soddisfare la sua angoscia è Stella, la figlia di Frank Bettger, che gli consiglia di scappare da quella casa: «se resterai qui perderai quello che di più bello avevi dentro, la fantasia e l’amore per chi ami».

Camminando nella grande città, orfano di nuovo, il bambino ricciuto incontra una zingara che si offre di leggere nella sua mano il futuro: «Se vuoi trovare ciò che stai cercando, e ciò che stai cercando è infelice e triste, devi andare nel posto più triste che esiste in città: lì lo troverai».

Arriva, così, in un cimitero e su una lapide trova scritto: «“qui riposa la mamma del ragazzo matto che l’ha abbandonata tornandosene nei boschi dopo esser stato adottato con tanto amore. Qui riposa la mamma del figlio che “la sbandata cicogna viaggiatrice” non gli ha mai portato». Lo sconforto e la tristezza lo assalgono: la sua vera mamma era morta prima che lui potesse conoscerla! A tirarlo su di morale arriva la madre di tutti gli esseri viventi, la morte, a dargli finalmente un nome, Joz’, e a ricordargli di non essere triste perché «la mamma e il papà non sono soltanto coloro che ti mettono al mondo, ma sono anche tutte le persone che lungo il percorso della vita ti amano, adottando ciascuno una piccola parte di te e insegnandoti il bene e il male». Rincuorato Joz’, il bambino ricciuto, continua la sua vita al fianco di Frank Bettger, e poi… e poi c’è solo da attendere il secondo capitolo della trilogia per scoprire le nuove avventure di Joz’.

 

Antonietta Zaccaro

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno IV, n. 39, novembre 2010)

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