Homepage - Accesskey: alt+h invio
Editore: Bottega editoriale Srl
Società di prodotti editoriali, comunicazione e giornalismo.
Iscrizione al Roc n. 21969.
Registrazione presso il Tribunale di Cosenza
n. 817 del 22/11/2007.
Issn 2035-7370.

Privacy Policy

Direttore responsabile: Fulvio Mazza
Direttore editoriale: Mario Saccomanno
A. XX, n. 224, giugno 2026
Sei in: Articolo




Storia (a cura di La Redazione) . A. XX, n. 224, giugno 2026

Un presente
degradato come
allegoria morale

di Ivana Ferraro
Edito da Aculei Edizioni, il romanzo di
Colangelo fra alienazione e pandemia


Il presente contributo analizza La fattoria degli imbecilli (Aculei Edizioni, pp. 152, € 18,00) di Simone Colangelo come romanzo allegorico e distopico nato nel clima culturale della pandemia e del post-pandemia.
Attraverso l’allegoria animale, il grottesco e una scrittura oscillante tra il cacofonico e l’onomatopeico, l’autore rappresenta il degrado morale e relazionale della contemporaneità, evidenziando la perdita del pensiero critico e l’alienazione dell’individuo.
La recensione si sofferma sulla funzione simbolica della “fattoria”, sul degrado urbano come riflesso della crisi interiore, sulle strategie stilistiche e retoriche dell’opera e sulla dimensione kafkiana del finale processuale, mostrando come il romanzo trasformi il disagio collettivo contemporaneo in una narrazione critica delle derive culturali e comunicative della società attuale.

La pandemia come origine della frattura sociale
La fattoria degli imbecilli prende forma all’interno di quel clima di sospensione collettiva prodotto dalla pandemia. Tale esperienza ha modificato radicalmente la percezione del tempo, dello spazio e delle relazioni umane. L’isolamento forzato, la paura del contatto fisico e la trasformazione della quotidianità in un’esperienza mediata dagli schermi hanno contribuito alla costruzione di una società più nervosa, diffidente e frammentata.
In questo scenario, Colangelo intercetta il deterioramento del linguaggio e delle relazioni, mostrando come la crisi sanitaria abbia accelerato processi già presenti nella vita di tutti i giorni. L’impoverimento dell’empatia, la radicalizzazione delle opinioni, la spettacolarizzazione della sofferenza e la perdita di autentiche forme di ascolto diventano elementi centrali della rappresentazione narrativa.
La trasformazione sociale evocata nel romanzo non viene descritta come un evento improvviso, ma come il risultato di una lenta erosione culturale resa più evidente dal trauma pandemico. La pandemia agisce, infatti, come fattore scatenante di fragilità già esistenti, mettendo in luce il vuoto relazionale e la dipendenza collettiva da certi modelli comunicativi fondati sulla velocità, sull’aggressività e sull’esibizione continua del sé.

La “fattoria” come allegoria della contemporaneità
La “fattoria” evocata nel titolo del romanzo assume il valore di una potente metafora della vita contemporanea. Lo spazio narrativo immaginato da Colangelo appare degradato, deformato e dominato da una collettività incapace di distinguere tra pensiero critico e reazione istintiva. Gli “imbecilli” del titolo non rappresentano semplicemente figure caricaturali, ma incarnano una società anestetizzata e progressivamente privata della propria consapevolezza morale, quasi lobotomizzata.
Uno degli elementi più significativi dell’opera è rappresentato dall’uso allegorico degli animali-personaggi. La scelta zoomorfica non assume una funzione favolistica tradizionale, ma diventa uno strumento di straniamento morale attraverso cui l’autore mette in scena pulsioni collettive, meccanismi di dominio e forme di regressione antropologica emerse con particolare evidenza durante quel periodo storico, al fine di sintetizzare l’idea ormai acclarata del funzionamento di determinati sistemi di potere socio-economico e politico.
Il riferimento a Animal Farm di George Orwell appare inevitabile, pur nella sostanziale autonomia dell’opera di Colangelo. Tuttavia, mentre Orwell costruiva una parabola politico-ideologica rigidamente strutturata, Colangelo sviluppa, in maniera più dinamica e per certi versi più ironica, un universo degradato e nichilistico, nel quale gli animali non rappresentano caste o fazioni definite, ma frammenti di una collettività culturalmente esausta e disumanizzata.
L’animalizzazione dei personaggi diventa così metafora della perdita del pensiero critico, dell’istintualità aggressiva e della dissoluzione etica che attraversa la nostra epoca. Attraverso tale costruzione allegorica, il romanzo trasforma il grottesco in strumento analitico, nel quale il lettore riconosce, nella deformazione animale, alcuni dei comportamenti umani più ordinari: le derive mediatiche, il conformismo sociale e l’incapacità collettiva di elaborare il trauma storico recente.

Il degrado urbano e l’alienazione dell’individuo
Nel romanzo il degrado urbano assume una funzione centrale. Gli ambienti descritti da Colangelo appaiono soffocanti, angusti e attraversati da una continua sensazione di disagio. Tuttavia, tale degradazione non risponde a un semplice intento realistico. La città, il quartiere e il condominio diventano il riflesso materiale della crisi interiore dei personaggi.
Le immagini di latente accidia, violenza e alienazione costruiscono un paesaggio emotivo prima ancora che fisico. In questo spazio fatiscente, i personaggi sembrano muoversi come figure svuotate, incapaci di instaurare relazioni autentiche o di elaborare il proprio malessere.
La pandemia ha amplificato proprio questa percezione di estraneità reciproca. La distanza fisica e psicologica tra gli individui, l’abitudine alla comunicazione mediata dagli schermi e la progressiva dissoluzione della dimensione collettiva emergono indirettamente nella struttura stessa del romanzo, restituendo un mondo nel quale la vicinanza umana appare sempre più difficile.

Struttura narrativa, stile e figure retoriche
Dal punto di vista stilistico, Colangelo sceglie una scrittura fortemente concreta e sensoriale, affidata a un lessico talvolta aspro, ma sempre funzionale alla rappresentazione del contesto narrativo. La prosa non tende all’armonia lirica, ma a una resa espressiva capace di generare nel lettore tensione, impatto emotivo e, talvolta, persino una forma di dissonante ironia.
Particolarmente interessante è il passaggio da vernacoli faceti e semiseri a una lingua rigidamente codificata come il tedesco, associata a dinamiche di comando e subordinazione. Tale contrasto linguistico mette in evidenza il valore metacognitivo e socio-etico della lingua come strumento di potere, appartenenza e controllo.
La sintassi alterna frammentazione e accumulazione, producendo un ritmo nervoso e talvolta claustrofobico che accompagna efficacemente la dimensione psicologica del testo. La paratassi accentua il senso di urgenza e collasso emotivo, mentre l’accumulazione lessicale amplifica la percezione di soffocamento interiore.
Numerose sono inoltre le figure retoriche che attraversano il romanzo. La metafora degradante trasforma ambienti e corpi in immagini della corruzione morale; l’iperbole esaspera la violenza sociale e il vuoto esistenziale; il grottesco deforma situazioni apparentemente ordinarie fino a renderle disturbanti e inquietanti. L’intera opera si fonda su una solida allegoria sociale, nella quale gli animali-personaggi diventano incarnazione simbolica delle derive collettive del nostro tempo.

Una narrativa della crisi contemporanea
Uno degli aspetti più significativi del romanzo consiste nella capacità di trasformare il disagio individuale in sintomo collettivo. I personaggi non vengono costruiti secondo una psicologia tradizionale; essi assumono piuttosto il valore di figure emblematiche immerse in una realtà deformata e instabile.
La crisi descritta nel romanzo non riguarda soltanto i singoli individui, ma l’intero tessuto sociale. La pandemia ha accelerato dinamiche di isolamento, aggressività e disorientamento che il romanzo intercetta con lucidità. L’essere umano appare schiacciato tra il bisogno di appartenenza e l’incapacità di costruire relazioni autentiche.
In questo senso, La fattoria degli imbecilli può essere letto anche come un romanzo sul fallimento della comunicazione contemporanea. L’eccesso di esposizione mediatica e l’iperconnessione non producono maggiore comprensione reciproca, ma amplificano il rumore, la rabbia, l’incomunicabilità e, soprattutto, un persistente appiattimento cognitivo e mistificatorio.
Particolarmente significativa risulta, inoltre, la dimensione processuale che emerge nella parte finale del romanzo. Qui il clima narrativo assume tratti apertamente kafkiani, richiamando l’atmosfera opprimente e assurda de Il processo. Il processo non appare come ricerca di verità o giustizia, ma come meccanismo oscuro e alienante nel quale l’individuo viene progressivamente schiacciato da dinamiche incomprensibili e prive di autentico senso morale.

L’imbecillità come paradigma del presente
Leggere La fattoria degli imbecilli significa confrontarsi con una delle rappresentazioni più perturbanti e allegoricamente efficaci del contesto post-pandemico. Se, in superficie, il romanzo può apparire come una lettura agile, attraversata da tonalità ironiche e da una narrazione scorrevole, il progressivo approfondimento del testo ne rivela la complessità strutturale e la densità semantica.
L’opera, infatti, rinuncia a qualsiasi intento rassicurante per trasformarsi in uno strumento critico capace di interrogare le derive di una società segnata dall’alienazione, dalla violenza comunicativa e dalla progressiva erosione del pensiero critico. Attraverso l’allegoria animale, il registro grottesco e una lingua volutamente aspra, Colangelo mette in scena una trasfigurazione del presente, nella quale la dimensione distopica si intreccia costantemente con la critica sociale.
La narrazione assume così una funzione non soltanto letteraria, ma anche etica e interpretativa, traducendo il disagio collettivo in una riflessione sulle fragilità culturali e relazionali della contemporaneità. In questa prospettiva, La fattoria degli imbecilli si impone come un’opera di particolare rilievo nel panorama della narrativa italiana contemporanea, grazie alla compattezza della sua architettura formale e alla lucidità con cui problematizza il mondo odierno.

Ivana Ferraro

(www.bottegascriptamanent.it, anno XX, n. 224, giugno 2026)

Progetto grafico a cura di: Fulvio Mazza ed Emanuela Catania. Realizzazione: FN2000 Soft per conto di DAMA IT