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A. XX, n. 223, maggio 2026
Dalle fabbriche
Alla ristorazione
di Guglielmo Bussoletti
Per Alegre, presentato Teglie di rabbia di Enrick Johansson
Anche quest’anno, il collettivo di fabbrica Lavoratori Gkn Firenze – nel corso della sua lunga occupazione, iniziata a luglio 2021, dello stesso sito in cui i suoi membri lavoravano per produrre semiassi, prima di subire il licenziamento di 441 dipendenti a seguito della dismissione della fabbrica – ha organizzato insieme ad Alegre edizioni e Soms Insorgiamo, e con la partecipazione di Arci Firenze, la quarta edizioni del festival dedicato alla letteratura “Working Class”.
Teatro dell’evento ad alto potenziale culturale – che ha visto la partecipazione di autori del calibro di Wu Ming 2 e Angelo Ferracuti – il sito industriale dismesso, ex Gkn, locato a Campi Bisenzio (Fi).
La mattina del 12 aprile, nella giornata conclusiva della IV edizione del festival, è stato presentato il nuovo romanzo della collana Working class di Alegre edizioni: Teglie di rabbia.
L’autore, lo svedese Enrick Johansson, è esponente di una letteratura i cui scrittori raffigurano nei propri testi l’immaginario, le condizioni lavorative, le problematiche, le battaglie delle classi operaie dei lavoratori e che spesso, come nel caso di Johansson con la sua esperienza decennale nell’industria alimentare, sono tuttora o hanno fatto parte loro stessi della suddetta categoria.
Teglie di rabbia: il racconto di un ex operaio sugli operai,
tra tempeste di farina, forni infernali, ingiustizie e rivendicazioni
La letteratura Working class, genere letterario importato in Italia dal Nord Europa (in particolare dal Regno Unito), viene definito in un articolo pubblicato su www.gruppodilettura.com da Alberto Prunetti – presente sul palco a Campi Bisenzio inquanto direttore della collana “Working Class” di Alegre – come: «Lo spettro di una letteratura che racconta il mondo del lavoro dall’interno, fatta da scrittrici e scrittori di estrazione proletaria o appartenenti alla nuova classe lavoratrice precaria».
All’insegna di questo margine di contatto tra lavoratori e letteratura è avvenuta la presentazione del libro Teglie di Rabbia di Johansson, esponente della letteratura “Working class” svedese.
Sul palco, oltre ai già citati Prunetti e Johansson, anche Jussi Lahtinem, direttore dell’omonimo festival finlandese, ed Eliana Como, coordinatrice del dibattito nonché socia di Fiom e Fondazione Di Vittorio.
Teglie di rabbia – titolo liberamente ispirato al romanzo Castelli di rabbia di Alessandro Baricco per via di una vicissitudine vissuta in prima persona da Alberto Prunetti, come racconta egli stesso per l’occasione – richiama nell’immaginario uno dei lavori più antichi del mondo: quello del fornaio.
L’azione del romanzo, infatti, prende vita in un grande panificio industriale, le cui mura vedono ogni giorno le ondate di calore dei forni segnare aloni di sudore sulle divise di miriadi di operaie e operai.
C’è farina ovunque, si alza in nubi impalpabili, penetra negli angoli, negli abiti e nelle narici, rende tutto meno sopportabile, inclusi i rapporti di potere che s’impongono ogni giorno nella routine delle lavoratrici e dei lavoratori. Questo il quadro che emerge dall’introduzione dell’autore.
All’interno del panificio, Johansson distingue due categorie di lavoratori: i precari, caratterizzati da contratti temporanei, senza particolari garanzie, e i privilegiati, con contratti più stabili, che rivestono puntualmente ruoli direttivi o amministrativi. Tali fazioni sono chiuse l’una all’altra, non sono contemplati “salti di classe” e non c’è comunicazione tra membri appartenenti ai due gruppi.
Protagonista del romanzo è Raya, neoassunta addetta ai forni: è attraverso i suoi occhi di giovane donna precaria che vengono narrate le vicende nella fabbrica, luogo di tensione, fatica, paura, teatro d’ingiustizie che colpiscono i lavoratori meno abbienti vittime di apartheid. Non sono invitati ai ritiri aziendali, hanno stipendi nettamente più bassi, non hanno diritto di malattia e sono più facilmente vittime – con particolare riferimento alle donne – di atteggiamenti macisti, pregiudizi maschilisti e molestie.
Il ritmo del racconto viene definito dall’autore “a catena di montaggio”: la narrazione dura complessivamente due giorni, le pagine sono scandite dai serrati tempi di organizzazione del lavoro novecentesco, dalle plurime mansioni meccaniche – che potrebbero essere svolte da chiunque – in un ambiente colmo di macchine all’insegna dell’efficienza, dove la sicurezza è quantomeno secondaria. Le nuove operaie come Raya, infatti, sono buttate davanti ai forni senza ricevere un’adeguata formazione, devono cavarsela da sole, tra temperature vertiginose, malfunzionamenti dei macchinari e la piena responsabilità sulla propria vita.
In questo teatro cupo, dove l’unico conforto sta nella piena solidarietà tra colleghi – definiti dal Johansson compagni, ovvero “coloro che condividono il pane” – sorge una speranza inattesa: giunge voce, infatti, che nella vicina fabbrica uno sciopero abbia portato i lavoratori e le lavoratrici a ottenere migliori condizioni lavorative. Laggiù avrebbero vinto, dunque: a Raya e ai suoi precari colleghi appare chiaro che «non si ottiene nulla di più che quello per cui si è disposti a lottare» [1] – come sottolinea Johansson, sotto l’approvazione della coordinatrice del dibattito Eliana Como.
La letteratura “Working Class” dalle riflessioni di Wu Ming e Prunetti: origini, esponenti e obiettivi
Working Class, la collana di riferimento di Alegre edizioni inaugurata nel 2018 col romanzo Ruggine, meccanica e libertà di Valerio Monteventi, è nata «da una riflessione collettiva – scrive il collettivo Wu Ming – […] dopo l’uscita del libro del Prunetti Amianto. Una storia operaia», [2] nel lontano 2013, proseguita con il «testo cruciale» Nuove scritture Working Class: nel nome del pane e delle rose, pubblicato da Alberto Prunetti sul portale online Wuming foundation il primo settembre 2017.
Tale riflessione verte sul rapporto tra lavoro, conflitto e solidarietà: parlare del primo omettendo il secondo elemento porta a narrare con nostalgia, come si parlasse dei bei tempi andati o del «racconto dolente della sconfitta».
Omettere il terzo elemento, invece, lascerebbe spazio all’individualismo e alla «solitudine della narrativa del precariato».
Nel racconto “Working Class”, pertanto, lavoro, conflitto e solidarietà sono al centro: ciò permette di raccontare la soggettività del lavoratore precario – il rider, il facchino, il bracciante, il cameriere di turno – in un connubio tra alienazione e irriverenza verso i padroni, sfruttamento e umorismo, solidarietà e conflitto sociale.
Lo stesso Alberto Prunetti ha lavorato per oltre 10 anni come pizzaiolo, riportando la sua lunga esperienza nel libro 108 metri (Laterza, 2018). Il direttore di collana sottolinea, a compimento dell’incontro, il debito che la letteratura italiana ha, in riferimento al genere letterario “Working class”, verso il Nord Europa. In particolare, il Regno Unito – dove è stato concepito per la prima volta il concetto stesso di classe operaia – e la Francia.
Si citano, per l’eventuale curiosità del lettore, due autori di riferimento nel panorama inglese: Margareth Powell (1907-1984), autrice del romanzo autobiografico Below the stairs, in cui narra la sua esperienza di cuoca e sguattera iniziata a 15 anni, e Allan Sillitoe (1928-2010), autore di Saturday night and Sunday morning, da cui l’omonimo film dedicato alla storia del giovane tornitore Arthur Seaton e del conflitto tra il suo lavoro e la sua vita privata.
Un festival per una letteratura diversa
La presentazione non si è conclusa prima che Johansson leggesse alcuni estratti del suo libro rigorosamente in lingua svedese – forse per restituire all’auditorium quel già citato ritmo scandito della narrazione partorito concepito nella lingua madre dell’autore – e ribadisse la “farina del suo sacco” contenuta nel romanzo, nel quale molti dettagli minuziosi sulle ardue condizioni di lavoro affrontate dagli operai e sulla solidarietà consolidata tra colleghi derivano dalla sua esperienza diretta nell’industria alimentare.
La letteratura “Working Class”, infatti, non si limita a rimarcare in uno sterile vittimismo le insidie del precariato, ma vuole «ricominciare da capo, ricostruire un immaginario» della vita del lavoratore combinando il dolore e gli entusiasmi, la solidarietà di chi si trova nelle stesse condizioni con la solitudine del singolo lavoratore. Vuole delineare un quadro che possa donare consapevolezza al lettore, e creare una sana alternativa alle pubblicazioni industriali dei grandi editori che spesso fanno leva su stereotipi come “l’uomo che ce l’ha fatta”, o “il povero emarginato”.
Guglielmo Bussoletti
Note
[1] www.gruppodilettura.com
[2] Working Class: la nuova collana di narrativa diretta da Alberto Prunetti
(www.bottegascriptamanent.it, anno XX, n. 223, maggio 2026)































