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A. XX, n. 222, aprile 2026
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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XX, n. 222, aprile 2026

Zoom immagine Le voci e i silenzi di una comunità
nel quotidiano che si fa paradigma

di Mario Saccomanno
Edito da Nep, il romanzo I pettegoli di Moplen
di Rossella Filippetti è il palcoscenico dell’animo umano


Il catalogo della nostra “Scuderia letteraria” di Bottega editoriale si è arricchito dell’intrigante opera di Rossella Filippetti: I pettegoli di Moplen, pubblicata da Nep edizioni. La pubblicazione rappresenta l’approdo del lavoro di scouting e rifinitura, volto a far emergere una voce capace di coniugare l'ironia dei dialoghi con la profondità dell'analisi sociale.
Il romanzo di Filippetti non è solo una cronaca di vita rurale, ma un’operazione letteraria che trasforma il quotidiano in mito, elevando un materiale moderno e popolare come il Moplen a simbolo di una resistenza umana intramontabile.
La pubblicazione con Nep segna l'ingresso ufficiale di quest’opera nel dibattito culturale nazionale, offrendo ai lettori uno specchio in cui riflettersi tra le mura di un bar che diventa centro del mondo.
Per celebrare questo debutto e approfondire le molteplici stratificazioni del testo – dalle influenze pavesiane alle dinamiche del giallo sociale – riproponiamo qui di seguito la Prefazione curata da Mario Saccomanno.

La Redazione

Un’arena di voci nel cuore della provincia
Nel panorama della narrativa contemporanea italiana, dove la provincia spesso funge da specchio deformante della nazione intera, I pettegoli di Moplen di Rossella Filippetti emerge come un’opera di raffinata introspezione sociale e umana. Pubblicato in un’epoca in cui la letteratura si confronta con la frammentazione dell’identità collettiva, questo romanzo breve cattura l’essenza di una comunità rurale del Centro Italia, trasformando un bar – spazio liminale per eccellenza – in un’arena di voci, silenzi e rivelazioni.
Filippetti, con la sua prosa misurata e affilata, si inserisce in una tradizione che affonda le radici nel realismo novecentesco, ma lo rinnova attraverso una lente ironica e partecipativa, capace di elevare il quotidiano a paradigma esistenziale. Non è un caso che il titolo evochi i pettegoli – figure archetipiche della commedia umana – associati al Moplen, quel materiale plastico che simboleggia la modernità effimera e resistente, metafora sottile della resistenza provinciale di fronte al mutamento.
Il bar come microcosmo e palcoscenico corale
Il romanzo si apre su un paesaggio familiare, quasi archetipico: una cittadina, dove la vita scorre segnata da «lentezza e noia», come annota l’autrice con un’economia espressiva che richiama le descrizioni paesaggistiche di Cesare Pavese in Paesi tuoi. Qui, il bar di Giulio non è mero sfondo, bensì un microcosmo narrativo autosufficiente, un palcoscenico dove si intrecciano destini individuali e collettivi. Filippetti adotta una struttura corale, in cui i personaggi – dal farmacista al maresciallo, dalla signorina Bianca ai clienti abituali – si alternano in un polifonico scambio di battute e pensieri. Questa scelta stilistica evoca il teatro di Eduardo De Filippo, dove il dialogo non è solo veicolo di trama, ma strumento per dissezionare le dinamiche relazionali, le ipocrisie e le solidarietà nascoste della borghesia provinciale. Nei dialoghi vivaci e ritmati, l’autrice cattura l’essenza del pettegolezzo non come vizio morale, ma come forma di conoscenza sociale, un «progetto collettivo» – per usare le parole di uno dei personaggi – che struttura il tessuto comunitario. È un rimando implicito alle riflessioni di Italo Calvino in Le città invisibili, dove la narrazione urbana diventa allegoria di un mondo interconnesso, invisibile eppure tangibile nelle sue ramificazioni umane.

Giulio e l’archetipo dell’uomo comune
Al centro della vicenda si staglia Giulio, il barista accondiscendente e osservatore silenzioso, una figura che incarna l’archetipo dell’uomo comune, simile al Mattia Pascal pirandelliano, intrappolato in una routine che lo protegge e lo annichilisce al contempo. La sua esistenza statica, scandita dall’apertura e chiusura del bar, dal latte con miele mattutino e dal miagolio della gatta Gilda, rappresenta un’ancora di stabilità in un mondo di mutevoli apparenze. Filippetti delinea il suo carattere con tratti delicati: gli occhiali al collo, le penne nel taschino, l’aria «sempre disponibile all’ascolto». È un protagonista che non agisce, ma accoglie, permettendo al lettore di specchiarsi nelle sue esitazioni. In questo, l’autrice riecheggia la narrativa di Natalia Ginzburg, in particolare Lessico famigliare, dove i personaggi emergono non attraverso gesti eroici, ma mediante l’accumulo di dettagli quotidiani, rivelatori di una profondità interiore spesso inconfessata. Giulio, con la sua «monotonia» preferita all’instabilità, diventa emblema di una generazione che ha ereditato un’etica del lavoro familiare – il bar fondato dai suoi avi – senza interrogarsi sulle sue catene.

Il giallo sociale e la funzione del coro greco
L’introduzione dell’elemento perturbante – la morte del signor Enrico, un «corpo sotto la finestra» – trasforma il romanzo in un giallo sociale, dove l’indagine non è mero pretesto poliziesco, ma occasione per esplorare le crepe della comunità. Filippetti gestisce con maestria questa transizione: il bar, da luogo di convivialità, si evolve in aula improvvisata di interrogatori e congetture, dove il pettegolezzo assume una funzione ermeneutica. I personaggi minori – Cesare, Tolomeo, Telemaco e gli altri – formano una sorta di coro greco, commentando gli eventi con un misto di scetticismo, ironia e saggezza popolare. Le loro discussioni, ricche di rimandi a detti proverbiali e teorie improvvisate (dai «dieci mondi» degli stati d’animo alle intelligenze multiple), evocano l’umorismo filosofico di Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista, dove la Napoli provinciale diventa laboratorio di pensiero esistenziale. Qui, il Centro Italia di Filippetti si rivela altrettanto fertile: un territorio dove la storia si intreccia col quotidiano, creando un tappeto narrativo denso e stratificato.
Particolarmente riuscita è la figura della signorina Bianca, direttrice delle poste, che incarna l’ambiguità del femminile in un contesto patriarcale. La sua presenza, inizialmente marginale, cresce in forza, rivelando strati di complessità: dall’eleganza distaccata al velo di mistero che la avvolge. Filippetti la ritrae con sensibilità, evitando stereotipi: Bianca è una donna che ha scelto la solitudine non per debolezza, ma per preservare una libertà interiore, dove l’isolamento provinciale amplifica la ricerca di sé. Il suo rapporto con Giulio, punteggiato da cene improvvisate e confessioni taciute, introduce un tema amoroso maturo, trattenuto, che aggiunge profondità emotiva al testo. Non è un amore passionale, ma un legame nato dalla prossimità e dalla condivisa esperienza del lutto – la scoperta del cadavere – che rimanda alle dinamiche relazionali in Una vita difficile di Dino Buzzati, dove l’ordinario si tinge di esistenziale.

Il gossip come collante e la ricerca di senso
Sul piano tematico, I pettegoli di Moplen esplora con acume il ruolo del gossip come collante sociale, ma anche come strumento di controllo e alienazione. In una cittadina dove «tutti avevano il loro ruolo da interpretare», il pettegolezzo diventa una forma di narrazione collettiva, un modo per interpretare l’alterità e colmare i vuoti dell’esistenza. Filippetti, con ironia sottile, ne evidenzia le ambivalenze: da un lato, esso genera solidarietà (le partite a biliardino, le birre condivise); dall’altro, alimenta sospetti e isolamenti (le congetture sulla morte di Enrico). Questo dualismo richiama le analisi sociologiche di Erving Goffman in La vita quotidiana come rappresentazione, ma tradotte in chiave letteraria, con un’attenzione al dettaglio che rende il testo vivido e credibile. L’elemento giallo, lungi dall’essere dominante, serve da catalizzatore per queste riflessioni: la ricerca del colpevole è, in fondo, una metafora della ricerca di senso in un mondo provinciale, dove la noia è interrotta solo da eventi fortuiti.
Lo stile di Filippetti fonde realismo e leggerezza. La prosa è fluida, ritmata da dialoghi naturali che catturano il vernacolo senza cadere nel dialettalismo eccessivo. Le descrizioni – dal «velo di nostalgia impresso sulle pareti» al «suono del campanello» – sono evocative, ma mai sovrabbondanti, e conferiscono al bar un’aura quasi mitica, simile ai luoghi simbolici in Marcovaldo di Calvino. L’ironia, mai cinica, permea l’intero testo, elevando i personaggi da caricature a figure umane, complesse e commoventi.
In conclusione, I pettegoli di Moplen è un romanzo che, attraverso il prisma di un bar provinciale, illumina le pieghe dell’umano con grazia e profondità. Filippetti offre un’opera che invita a riflettere sulla comunità come rete di relazioni invisibili, sul pettegolezzo come forma di resistenza alla solitudine e sull’amore come possibilità tardiva, ma autentica. Una narrativa che sa essere al contempo leggera e profonda, un testo che si impone per la sua capacità di trasformare il banale in epifania, ricordandoci che, nelle parole di Pavese, «ogni paese è un mondo».

Mario Saccomanno

(www.bottegascriptamanent.it, anno XX, n. 222, aprile 2026)

Collaboratori di redazione:
Ilenia Marrapodi
Progetto grafico a cura di: Fulvio Mazza ed Emanuela Catania. Realizzazione: FN2000 Soft per conto di DAMA IT