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A. XX, n. 221, marzo 2026
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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XX, n. 221, marzo 2026

Zoom immagine Il Rapporto Segreto di Kruscev:
il saggio sulla destalizzazione

di Ivana Ferraro
Presentato a Roma, il testo rilegge il documento
e mostra le tensioni dell’epoca, integrando fonti dirette


Il 14 febbraio 2026, a Roma, è stato presentato il volume di Fulvio Mazza dedicato al Rapporto Segreto pronunciato da Nikita Kruscev al XX Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica nel 1956, dal titolo Il Rapporto Segreto di Kruscev (Armando editore, pp. 164, € 16,00).
L’incontro, che ha visto gli interventi di Antonello Biagini, Andrea Ricciardi e Maurizio Acerbo, ha offerto una rilettura storiograficamente densa del documento, analizzandone il contesto di produzione, le ambivalenze strutturali e le ricadute nel Partito comunista italiano (Pci). Nelle conclusioni, l’autore ha ribadito la necessità di sottrarre il 1956 tanto alla mitizzazione quanto alla demonizzazione, restituendolo alla sua complessità storica e documentaria.
Il libro di Mazza (che è peraltro il direttore responsabile di questa rivista e quindi ne evidenziamo il conflitto di interessi) è già oggetto di un dibattito che si sta sviluppando in ambito storico-universitario. Si tratta di un confronto che investe non soltanto la rilettura storica di quel documento, ma anche il suo significato nel presente. In merito, segnaliamo, per esempio, la recensione pubblicata dalla rivista online Mentinfuga, firmata da Ricciardi: Cfr.https://www.mentinfuga.com/settantanni-fa-il-rapporto-segreto-di-nikita-chruscev/.

Il contesto dell’incontro e il senso dell’operazione editoriale
L’iniziativa, introdotta da Cristina Grandi, rappresentante della Casa del popolo di Torpignattara, ha collocato immediatamente il tema in una dimensione storiografica più che commemorativa. Il 1956 è stato presentato come anno di cesura nel movimento comunista internazionale, un passaggio che incide simultaneamente sugli equilibri interni dell’Unione Sovietica e sulle dinamiche dei partiti comunisti occidentali; quindi, l’incontro ha rappresentato un confronto su un passaggio che continua a interrogare la storia politica del Novecento
Il volume si distingue per un’impostazione documentaria rigorosa: oltre alla pubblicazione integrale del Rapporto, propone delle interviste introduttive, rivolte al leader della sinistra radicale Bertinotti e allo storico Giannuli. Di rilievo anche la ricostruzione del contesto storico effettuata dal giornalista Guglielmo Colombero. Emerge così il rapporto commentato nella sua versione integrale. Si evidenzia, purtroppo anche una vergognosa commemorazione parlamentare di Sandro Pertini alla morte di Stalin che lo fa apparire come un eroe del socialismo e non come un criminale politico.
La scelta di pubblicare il testo assume un valore metodologico preciso: sottrarre il documento sia alla citazione parziale sia alla riduzione simbolica, per restituirlo alla sua struttura e alle sue tensioni interne, in quanto come rilevato da Biagini, il Rapporto è «molto citato ma molto poco letto».


Il Triennio 1953-1956 e la transizione post-staliniana
L’intervento di Biagini, storico dell’università “La Sapienza” di Roma, ha assunto anche un valore simbolico, oltre che scientifico. Il professore è stato infatti docente di Storia dell’Europa orientale di Mazza alla Facoltà di Scienze Politiche dell’università di Messina nel 1978, e la sua partecipazione alla presentazione ha rappresentato una sorta di ritorno alle “origini formative” dell’autore. Biagini ha ricordato questo legame accademico, sottolineando di aver accolto con piacere l’invito ricevuto via email dall’allievo di allora, oggi studioso impegnato in una rilettura critica di un nodo decisivo del Novecento. Dopo avere presentato il volume nelle sue parti, come già menzionato, il docente propone la sua chiave di lettura.
Sul piano storiografico, Biagini ha collocato la propria analisi nel periodo compreso soprattutto tra la morte di Stalin nel 1953 e il XX Congresso del 1956, individuando in questo triennio uno snodo ancora non del tutto chiarito, infatti lo stesso professore, con una formula incisiva, ha parlato di «un piccolo buco che forse non riusciremo mai a colmare», riferendosi a «quegli anni dalla morte di Stalin al Rapporto». A suo avviso, il documento non può essere compreso se isolato dal contesto delle dinamiche interne alla leadership sovietica. Le iniziative di Lavrentij Beria e di Georgij Malenkov, dalle amnistie alla maggiore attenzione ai beni di consumo, segnalano infatti un sistema in qualche modo già in fase di ridefinizione prima ancora della denuncia pubblica del 1956.
In questa prospettiva, il Rapporto appare insieme come atto di denuncia e come strumento politico interno alla lotta per la successione. Biagini ha inoltre proposto una lettura dialettica della figura di Stalin, riconoscendo da un lato il ruolo svolto nella trasformazione dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (Urss) in potenza industriale e militare e ribadendo dall’altro, l’impossibilità di ignorare le responsabilità relative alle purghe e al sistema repressivo. Ridurre l’intera stagione staliniana alla dimensione personale del leader significherebbe, secondo Biagini, deresponsabilizzare un’intera classe dirigente e un impianto politico che quelle scelte non solo le condivise ma le sostenne attivamente. Pertanto, il docente ha messo in guardia dal rischio di personalizzare eccessivamente la responsabilità. Nel dibattito, quindi, è emerso come la categoria di “culto della personalità” venga talvolta «tirata fuori […] per farne un fatto legato proprio a una persona». Una simile impostazione potrebbe attenuare la dimensione sistemica delle responsabilità.
Sul piano internazionale, affrontando la questione ungherese, Biagini ha affermato con chiarezza: «in quel sistema un Paese non poteva uscire». Non si trattava, dunque, tanto di una repressione comunista quanto di un evento che sarebbe potuto generare in scissioni ulteriori, modificando così gli squilibri scaturiti dalla divisione bipolare del sistema politico mondiale. La logica dell’equilibrio bipolare imponeva limiti strutturali che non possono essere ignorati nell’analisi storica del 1956.

La rottura simbolica e le ambivalenze del testo
Ricciardi, Direttore della Fondazione “Rossi-Salvemini” e storico dell’università Statale di Milano, ha concentrato l’attenzione principalmente sulla struttura interna del Rapporto. La denuncia del culto della personalità e dei crimini staliniani spezza il monolitismo ideologico che aveva caratterizzato il movimento comunista internazionale.
Tuttavia, questa rottura non è lineare né priva di contraddizioni. Nel libro - spiega Ricciardi - si opera una netta separazione tra stalinismo e leninismo. Ha proseguito, notando come allo stesso tempo, la mancata riabilitazione di Lev Trotsky rivela i limiti politici della revisione, mentre in diversi passaggi Kruscev riconosce comunque meriti a Stalin, mantenendo una linea ambivalente tra critica e continuità.
Per Ricciardi, il 1956 non rappresenta il punto di arrivo di una trasformazione già compiuta, ma l’avvio di una destabilizzazione destinata a manifestarsi nelle crisi dell’Europa orientale e nelle successive evoluzioni dei partiti comunisti occidentali, tra cui, il più rappresentativo è stato quello italiano.

Il 1956, tra critica dello stalinismo e responsabilità storica
Nel suo intervento, il segretario nazionale di Rifondazione comunista, Maurizio Acerbo ha richiamato il significato del 1956 come passaggio decisivo nella storia del movimento comunista, a partire proprio dal XX Congresso del Pcus e dal Rapporto di Kruscev. Ha sottolineato come in quella sede venne denunciata solo una parte dei crimini di Stalin. Tuttavia, secondo Acerbo, anche in quel passaggio non fu detta tutta la verità. La critica al “culto della personalità” tendeva, più in generale, a circoscrivere le responsabilità alla figura di Stalin, senza affrontare fino in fondo il coinvolgimento dell’intero gruppo dirigente sovietico.
Acerbo ha sostenuto che il suo partito si definisce statutariamente antistalinista e ha ricordato come, già alla fine degli anni Ottanta, durante la svolta della Bolognina, fosse stato respinto il tentativo di ridurre l’intera storia del comunismo allo stalinismo o ai regimi dell’Europa orientale. In questo quadro ha richiamato anche l’VIII Congresso del Pci della fine del 1956, quando venne rilanciata la «Via italiana al socialismo», ossia la prospettiva di un percorso democratico al socialismo.
Nel corso dell’intervento ha insistito sulla necessità di contrastare le tendenze revisionistiche che giustificano le purghe staliniane e ha ricordato che i crimini non colpirono solo oppositori interni, ma una parte vastissima del gruppo dirigente bolscevico.
Acerbo ha inoltre evocato figure e momenti che testimoniano la complessità di quella stagione: i diari di Pietro Nenni nel 1956, la riflessione di Bertolt Brecht dopo la rivolta del 1953 a Berlino Est, la presenza di György Lukács nel governo ungherese di Imre Nagy, la tragedia ungherese e il tema della neutralità. Ha ricordato come, dopo la fine del terrore staliniano, il movimento socialista abbia comunque conosciuto importanti sviluppi, citando la rivoluzione cubana, la vittoria vietnamita e l’avanzata dei comunisti italiani sulla base della via democratica al socialismo.
Il 1956 appare così, nelle sue parole, come un anno spartiacque che ha aperto una fase nuova e una discussione non conclusa. Studiare quel passaggio, senza abiure né apologie, resta per Acerbo una condizione necessaria per ripensare criticamente l’esperienza del comunismo novecentesco e riaprire la riflessione sul socialismo nel XXI secolo.

In conclusione
Nelle conclusioni, Mazza ha riportato l’attenzione alla finalità del proprio lavoro, chiarendo che l’obiettivo non è offrire una sentenza definitiva sul 1956, bensì fornire una chiave di interpretazione allo strumento documentario capace di illuminare un passaggio decisivo. Il Rapporto non può essere ridotto né a verità liberatoria né a mera manovra tattica: esso rappresenta una frattura reale, ma attraversata da limiti e omissioni.
La centralità della fonte, nella sua integrità, diventa allora decisiva per cogliere la struttura e le ambiguità del testo di Kruscev. Il XX Congresso inaugura una fase lunga di crisi che attraverserà l’intero movimento comunista fino alla sua trasformazione irreversibile. In questa prospettiva, il problema non riguarda soltanto Stalin come figura individuale, ma la configurazione del potere sovietico e la cultura politica che ne ha reso possibile il consolidamento.
La presentazione del 14 febbraio 2026 ha così mostrato come il 1956 resti una cesura ancora attiva sul piano storiografico. Il volume non chiude il dibattito: lo riapre, invitando a una riflessione storicamente fondata e metodologicamente rigorosa su uno dei passaggi decisivi del Novecento politico.

Ivana Ferraro

(www.bottegascriptamanent.it, anno XX, n. 221, marzo 2026)

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