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A. XX, n. 220, febb. 2026
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Politica ed Economia (a cura di La Redazione) . A. XX, n. 220, febb. 2026

Il Messaggero:
impegno civico
e trasformazioni

di Ivana Ferraro
Vittorio Milano e Pino Coscetta
tracciano la storia della testata
in un testo edito da Solfanelli


Il libro Il Messaggero. Da Nathan a Mussolini (Edizioni Solfanelli, 2024, pp. 114, € 15,00) di Vittorio Emiliani e Pino Coscetta propone una ricostruzione storico-critica del principale quotidiano romano, analizzandone l’evoluzione da strumento di partecipazione civica a ingranaggio dell’apparato del consenso fascista.
Attraverso una narrazione densa di riferimenti documentari, biografici e politici, il libro mostra come le trasformazioni proprietarie, il mutamento del contesto istituzionale e la progressiva rinuncia all’autonomia professionale abbiano inciso profondamente sulla funzione pubblica del giornalismo.
L’opera si colloca nel solco degli studi sul rapporto tra media e potere, offrendo un caso di studio emblematico per comprendere le responsabilità della stampa italiana nella crisi dello Stato liberale e nell’affermazione del regime.

Origini risorgimentali e funzione civica del quotidiano
La prima sezione del volume è dedicata alla nascita de Il Messaggero e alla definizione del suo profilo originario come giornale popolare, radicato nella vita quotidiana della capitale. Fondato nel 1878 e rilanciato come quotidiano nel 1879 sotto la direzione di Luigi Cesana, il giornale si distingue fin da subito per la centralità assegnata alla cronaca, in particolare giudiziaria e urbana, e per l’uso sistematico di dispacci e telegrammi che lo rendono uno dei fogli più tempestivi dell’Italia di fine Ottocento.
Emiliani e Coscetta sottolineano come l’episodio dello scandalo della Banca Romana rappresenti un momento decisivo nella costruzione dell’identità etica de Il Messaggero: a differenza di gran parte della stampa capitolina, il quotidiano non risulta compromesso con il sistema di corruzione finanziaria, guadagnando così una credibilità che si traduce in un netto incremento della diffusione. In questa fase, il giornale assume un ruolo attivo nelle battaglie civili per la tutela del patrimonio pubblico, come dimostra la lunga campagna contro la possibile lottizzazione di Villa Borghese, condotta con continuità e capacità di mobilitazione dell’opinione pubblica.

Il Messaggero e la stagione riformatrice di Ernesto Nathan
Uno dei nuclei interpretativi più solidi del volume è il rapporto tra Il Messaggero e l’esperienza amministrativa di Ernesto Nathan, sindaco di Roma dal 1907. Gli autori mostrano come il giornale diventi, in questa fase, un vero e proprio attore del blocco laico-radicale che sostiene le politiche di modernizzazione della città: municipalizzazione dei servizi, piano regolatore, infrastrutture, lotta all’analfabetismo e alle emergenze sanitarie come la malaria.
Particolarmente rilevante è la descrizione del sostegno del quotidiano alle municipalizzazioni dell’acqua e dei trasporti, embrioni di quelle che diventeranno l’Acea e l’Atac, presentate come strumenti di emancipazione civile e di sottrazione dei servizi essenziali al capitale privato. In questo contesto, Il Messaggero incarna un modello di giornalismo militante ma non subalterno, capace di coniugare informazione, pedagogia civile e pressione politica.

Crisi dello stato liberale e mutamento degli assetti proprietari
La frattura storica individuata da Emiliani e Coscetta coincide con la progressiva perdita di autonomia del giornale a partire dagli anni Dieci del Novecento. Il volume ricostruisce con precisione il passaggio de Il Messaggero sotto il controllo di grandi gruppi industriali e finanziari, fino alla cessione ai fratelli Perrone dell’Ansaldo nel 1917. Tale passaggio segna non solo un cambiamento proprietario, ma una trasformazione strutturale del rapporto tra informazione e potere economico.
Nel nuovo assetto, il quotidiano si colloca sempre più chiaramente su posizioni nazionaliste e interventiste, sostenendo prima la guerra di Libia e poi l’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale. Gli autori leggono questo slittamento come il prodotto di una convergenza tra interessi industriali (in particolare bellici), e una cultura politica nazionalista e una progressiva marginalizzazione delle componenti democratico-liberali della redazione.

Direzione, linguaggio e fascistizzazione del quotidiano
La parte centrale del libro è dedicata all’analisi della fascistizzazione de Il Messaggero, condotta attraverso le figure dei direttori e dei principali giornalisti. La nomina di Virginio Gayda a direttore nel 1921 segna il passaggio definitivo del quotidiano dalle posizioni liberal-nittiane a un esplicito filofascismo, che si rafforza dopo la Marcia su Roma. Gayda non si limita ad adattare il giornale al nuovo contesto, ma diventa, secondo Dino Grandi, un vero e proprio «portavoce ufficiale di Mussolini».
Emiliani e Coscetta analizzano con attenzione il trattamento di eventi cruciali come il delitto Matteotti, mostrato come “assorbito” dal giornale senza scosse significative, attraverso una narrazione che riduce la portata eversiva dell’omicidio e contribuisce alla normalizzazione della violenza politica. Il linguaggio giornalistico, in questa fase, perde progressivamente la funzione critica e si fa strumento di legittimazione del regime.

Francesco Malgeri e il compromesso modernizzatore
La lunga direzione di Francesco “Ciccio” Malgeri rappresenta, nella lettura degli autori, una fase ambigua e paradigmatica. Fascista convinto e iscritto al Partito nazionale fascista (Pnf), Malgeri è al tempo stesso un modernizzatore della macchina giornalistica: riforma la grafica, introduce supplementi, rafforza la cronaca e amplia la diffusione del quotidiano fino a 240.000 copie alla fine degli anni Trenta.
Tuttavia, questa modernizzazione non coincide con una reale autonomia: il bilanciamento tra esigenze di mercato e fedeltà al regime resta precario, come dimostra il licenziamento imposto da Mussolini nel 1941, segno dei limiti invalicabili della tolleranza fascista nei confronti di qualsiasi margine di indipendenza. Il Messaggero rimane così un giornale “popolare” ma politicamente allineato, funzionale alla costruzione del consenso.

Il 25 luglio 1943 e il fallimento di una redenzione tardiva
Le pagine dedicate alla caduta di Mussolini e alle edizioni straordinarie del 25 luglio 1943 costituiscono uno dei passaggi più intensi del volume. Emiliani e Coscetta ricostruiscono la concitazione di quelle ore, il tentativo di alcuni intellettuali antifascisti di utilizzare Il Messaggero come strumento di rottura simbolica e la rapida repressione di ogni iniziativa non controllata.
L’episodio dell’edizione con il titolo Viva l’Italia libera, immediatamente sequestrata, viene letto come il segno di una liberazione mancata: il giornale non riesce a trasformarsi in uno spazio di autentica discontinuità democratica, pagando il prezzo di una lunga subordinazione al potere.

Un pilastro dell’informazione italiana
Il Messaggero. Da Nathan a Mussolini si impone come un’opera di riferimento per la storia del giornalismo italiano. Attraverso il caso del principale quotidiano romano, Emiliani e Coscetta mostrano come la crisi della democrazia non sia stata solo politica, ma anche culturale e professionale.
Il libro offre una lezione che travalica il periodo storico analizzato: senza autonomia economica, etica e linguistica, la stampa rischia di trasformarsi da spazio critico in semplice amplificatore del potere.
In questo senso, la vicenda de Il Messaggero non appartiene solo al passato, ma interroga direttamente il presente dell’informazione.

Ivana Ferraro

(www.bottegascriptamanent.it, anno XX, n. 220, febbraio 2026)

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