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A. XX, n. 220, febb. 2026
Il Rapporto Segreto di Kruscev:tra Stalin e la nuova dirigenza sovietica
di La Redazione
Intervista a Fausto Bertinotti sul libro di Fulvio Mazza (Armando editore) sul XX Congresso del Pcus
InIl prossimo 14 febbraio si terrà la Presentazione del libro Il Rapporto Segreto di Kruscev al XX Congresso del Pcus, con Intervento/Intervista a Fausto Bertinotti e Aldo Giannuli e con un intervento commemorativo in Appendice di Sandro Pertini (Armando editore, pp. 164, € 16,00), a cura di Fulvio Mazza (per guardare la presentazione clicca qui:https://www.radioradicale.it/scheda/781714/presentazione-del-libro-di-fulvio-mazza-il-rapporto-segreto-di-kruscev-armando-editore). Segnalando – e dunque disinnescando – il conflitto d’interessi che ci coinvolge (visto che lo stesso Fulvio Mazza è il direttore anche della presente rivista Bottega Scriptamanent) riportiamo qui di seguito l’Intervento/Intervista al leader della sinistra radicale Fausto Bertinotti.
Tale Intervento/Intervista non deve confondersi con quello, analogo ma diverso, che abbiamo pubblicato nello scorso numero di dicembre sull’altra nostra rivista Direfarescrivere (Cfr.http://www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=319) che riguardava però l’argomento in generale e non il libro pubblicato.
In altre parole: quello di dicembre è un Intervento/Intervista sul Rapporto segreto, e come tale è stato anche inserito nel libro; quello di adesso è un Intervento/Intervista sul libro.
Sempre come lo scorso dicembre, sull’altra nostra rivista Bottega Scriptamanent, abbiamo pubblicato l’altro Intervento/Intervista: quello a uno dei maggiori storici italiani, Aldo Giannuli (Cfr.http://www.bottegaeditoriale.it/primopiano.asp?id=319).
Si noterà che lo schema di partenza delle domande è, anche questa volta, uguale per entrambi per poi seguire la normale evoluzione dei differenti dialoghi.
La Redazione
La Redazione di “Bottega editoriale”:
L’intervista precedente era sull’argomento; questa intervista è sul testo. Allora, iniziamo da un giudizio complessivo: come le è apparso questo libro, tedioso e superfluo, ricco di spunti e di analisi o lo colloca in qualche stadio intermedio?
Fausto Bertinotti:
Assolutamente no. Solo che io ho uno sguardo diverso. L’ho letto con attenzione, appunto, anche perché è diverso. Il mio è uno sguardo più di contesto, mentre, diciamo, il lavoro è più di testo. Quindi, qui c’è una differenza proprio ottica che si può ricavare in molti episodi e in molti protagonisti, naturalmente, a seconda se vengono letti in maniera puntiforme, come in una fotografia o come in un film. Questo cambia naturalmente la lettura degli stessi personaggi.
RED.:
Questione Trockij. Quindi, sembra sia appurato che, a metà degli anni Trenta, Trockij mandò una lettera a Chruščëv per invitarlo a capeggiare una sollevazione popolare contro Stalin. È probabile che lo scelse in quanto lo aveva conosciuto nel 1923 all’interno dell’opposizione di sinistra guidata da Trockij, alla quale aderì per un breve periodo Chruščëv.
F. B.:
Non mi pare che cambi la prospettiva. Ci sono personaggi che si frequentavano, sia nel partito bolscevico che fuori dal partito bolscevico, come in tutti i partiti comunisti e socialisti del tempo, compreso quella della socialdemocrazia di Kautsky. Gli incontri, naturalmente, non fissavano delle tendenze. Le tendenze c’erano, ma c’era ancora una navigazione tra le tendenze stesse.
RED.:
Sì, ma non le sembra strano che Trockij vada a cercare proprio Chruščëv?
F. B.:
Ma, intanto, non è così sicuro che sia Chruščëv. E poi, francamente, mi sembra irrilevante: non è che se io parlo con un signore trent’anni prima di una sua scelta politica, questo depone in qualche rapporto con la scelta politica medesima. Il Chruščëv di quegli anni non è il Chruščëv del Rapporto segreto, se anche l’avesse incontrato.
RED.:
Passiamo alla Grande guerra patriottica. Dopo lo sbando dei primi giorni, Stalin prende la guida e c’è un aumento della popolarità di consenso. Lei è d’accordo?
F. B.:
È molto probabile, perché l’operazione della Grande guerra patriottica, con quel famoso discorso alla tribuna in cui chiama l’intero popolo russo, chiesa compresa, alla guerra giusta e patriottica, mi pare sia del tutto ragionevole che possa incontrare, come spesso accade nelle temperie di guerra, una popolarità per il suo protagonista maggiore.
RED.:
Il Partito comunista italiano (Pci) ebbe delle differenti reazioni. Ci fu il Manifesto dei 101, formato non solamente da comunisti. Ci furono anche persone che si chiusero a riccio. Fu un atteggiamento prudente quello del Pci o cosa?
F. B.:
Secondo me, naturalmente, in realtà incide assai più quello che accade dopo nelle vicende interne del Pci e dei Partiti comunisti europei.
Il Rapporto segreto fu un grande scossone. Si aspettò che in qualche modo il terremoto finisse e si determinò un nuovo assetto post-terremoto. Infatti, sarà poi l’Ungheria a determinare i maggiori problemi, per esempio, nella storia del gruppo dirigente del Partito comunista, assai più che il Rapporto segreto.
Nel Rapporto segreto, sostanzialmente, ci sono delle nuance, ma sono abbastanza taciute nel gruppo dirigente comunista.
Forse le stesse riserve di Togliatti – che non erano solo delle clausole di stile, erano anche un’interpretazione della storia dell’Unione Sovietica – fanno testo, anche per quanto sono state da lui stesso depotenziate di una carica politica, che invece in qualche modo esplode sui fatti dell’Ungheria. È quello che si leggerà nello splendido testo di Pietro Ingrao sull’indimenticabile ’56.
RED.:
Si è scritto che il Rapporto Segreto fu un’autoassoluzione collettiva, dimostrata dal fatto che nel Rapporto non si faceva alcun cenno a una possibile riabilitazione di personaggi come Bucharin, Trotskij, Kamenev e Zinoviev.
F. B.:
Secondo me sono questioni distinte, nel senso che il dissenso nel gruppo dirigente bolscevico ha sedimentato relazioni determinate da quello stesso dissenso. Su tutti loro è piovuta la mannaia staliniana che ha devastato il terreno entro cui si era prodotto il confronto e lo scontro tra quei leader, che furono devastati dall’offensiva staliniana.
Il problema, quindi, che si poneva è l’uscita dallo stalinismo, non la rivalutazione di questo o di quel leader, secondo me. Infatti, il tema riapparirà successivamente.
In Europa si confronteranno ascendenze, in particolare nel ciclo degli anni Settanta, dopo il nuovo Biennio rosso del ’68-’69, quando ritornerà in auge un confronto per eredità ai grandi leader politici. C’è chi sarà organicamente trotskista, chi leninista, staliniano no.
Vorrei ricordare che un intellettuale raffinato e capace di eresia come nessun altro, come era Raniero Panzieri, pubblicherà un libro di quegli anni, La ripresa del marxismo leninismo in Italia.
Altri saranno luxemburghiani, parte di una nuova generazione. Io tra questi, se dovessi dire un’ascendenza, direi quella luxemburghiana, ma è un terreno successivo. Successivo o anche indipendente, perché lo scontro naturalmente c’era stato anche prima nelle traduzioni, ma sono le traduzioni in rapporto coi movimenti di massa.
Il punto che fa la differenza sono i movimenti di massa e il rapporto tra le eredità di questi leader e il terreno nuovo su cui si esercita il conflitto di classe. I rapporti si vede che sono diversi.
Nella Spagna della guerra contro il franchismo, nella grande epopea della lotta popolare e democratica contro il franchismo, come sappiamo, sarà terribile lo scontro con gli anarchici da parte dei comunisti.
Eppure, appunto, è legato a quell’esperienza storica, così come riapparirà nel secondo Dopoguerra un confronto tra le diverse anime bolsceviche, perché si era pensato a un’attualizzazione del tema della rivoluzione.
Quando riappare alla fine degli anni Sessanta il tema dell’attualità della rivoluzione in Occidente, rinasce anche un confronto sull’eredità.
Tanto è vero che la più importante di queste esperienze, secondo me, quella della nascita di un nuovo soggetto sociale e politico come il Sindacato dei consigli, ritrova un’ascendenza con l’Ordine Nuovo e con il dibattito sul controllo operaio che aveva attraversato negli anni Venti il movimento comunista.
C’è, appunto, contesto e attualizzazione: è da lì che vengono ripescati i grandi delle origini, altrimenti è un dibattito tra minoranze.
RED.:
Passiamo a un tema particolarmente delicato per noi italiani: il ruolo dei socialisti staliniani. Nel libro si pubblica, a mo’ di esempio, la commemorazione funebre che ne fece Sandro Pertini e si ricorda lo stalinismo di Nenni. Lei che ne pensa?
F. B.:
C’è un po’ di grave approssimazione. Ho in mente, tra tutti, Pertini, che viene catalogato nel libro con una cifra che, secondo me, non corrisponde minimamente al personaggio.
È fuori contesto: se si leggono i discorsi sulla morte di Stalin nella Camera, non solo quelli di Pertini, ma quelli degli altri leader politici, a partire da De Gasperi, si vedrà che il coro di omaggio è generale. Quindi, qua c’è una parte che è figlia del suo tempo, ovviamente.
Mentre per Pertini stiamo commentando un intervento, di Nenni invece una politica. È pur vero che Nenni accettò il “Premio Stalin” ed è vero che in tutto quel periodo i comunisti e i socialisti, pur su un impianto neutralista, certo non erano alieni da considerare il rapporto con l’Unione Sovietica come un rapporto fondativo.
È solo dopo il 1956 che apparirà la grande differenza e nascerà il revisionismo socialista.
RED.:
Ma prima del 1956 Nenni e Pertini non sapevano delle stragi, delle purghe staliniane?
F. B.:
È probabile di sì, ma non basta questo per cancellare una storia.
Penso tutto il male possibile dell’involuzione dell’Unione Sovietica; eppure, penso pure che senza l’Unione Sovietica non sarebbe stato sconfitto il nazismo e penso che senza l’Unione Sovietica le grandi lotte operaie in Europa occidentale degli anni Settanta non avrebbero conseguito gli stessi risultati, se non perché il capitalismo aveva anche paura di un avversario di potenza.
Questo non cambia il giudizio di nessuno.
Forse, Rifondazione comunista è l’unico partito che, non negli anni contemporanei al problema dello stalinismo, ma alla fine del secolo, aprì un dibattito politico nel partito di critica allo stalinismo. Questo perché si è pensato che, in qualche modo, scivolassero dentro la nostra storia i residui di quel modo di intendere la politica. Quindi, se ne fece un terreno di lotta politica e culturale.
RED.:
Come avvenne questo dibattito all’interno di Rifondazione comunista?
F. B.:
Si è discusso molto, anche fuori dal partito, perché appunto era sembrata una cosa singolare questa radicale messa in discussione dello stalinismo nelle forme con cui era potuto, scomponendosi, reintrodursi nella politica.
Siamo, comunque, alla fine del secolo scorso, dopo un periodo di rielaborazione dell’eredità di Rosa Luxemburg. Rifondazione comunista compie una riflessione organizzata in seminari e studi su Luxemburg e sulla sua eredità, in qualche modo valorizzando quello straordinario contributo come forse uno dei più durevoli e originali della storia dei giganti del movimento operaio comunista.
Poco dopo passa all’attualizzazione della critica dello stalinismo.
RED.:
Poco fa abbiamo parlato del Pci. Avevamo una domanda sulla supposta doppiezza togliattiana. Lei pensa che andò così?
F. B.:
Assolutamente, sì. La doppiezza togliattiana e, più in generale, quella del movimento comunista è, insieme, vizio e virtù.
È vizio perché è una sorta di armatura che consente di non affrontare i nodi cruciali dell’attualizzazione del tema della rivoluzione in Occidente; la virtù consiste nel fatto che, attraverso questa doppiezza, il Partito comunista non si fa totalmente integrare dall’idea che il capitalismo non ha alternative.
La Redazione
(www.bottegascriptamanent.it, anno XX, n. 220, febbraio 2026)
































