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A. XIX, n. 218, dic. 2025
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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XIX, n. 218, dic. 2025

Zoom immagine Il Rapporto segreto di Kruscev
La destalinizzazione solo parziale

di Fulvio Mazza
Intervista allo storico Aldo Giannuli
fra Berija, Lenin, Stalin, Trockij, ecc.


In occasione della pubblicazione del libro Il Rapporto Segreto di Kruscev al XX Congresso del Pcus (Armando editore, pp. 164, € 16,00), a cura di Fulvio Mazza, segnaliamo come, in apertura, siano presenti due interviste fondamentali: una al leader della sinistra radicale, Fausto Bertinotti, e un’altra a uno dei maggiori storici italiani, Aldo Giannuli.
La prima viene pubblicata in questa rivista; la seconda viene pubblicata, in contemporanea, su Direfarescrivere ( http://www.bottegaeditoriale.it/direfarescrivere.asp). Si noterà come lo schema di partenza delle domande sia sempre uguale fra le due conversazioni.
Per gli approfondimenti, rimandiamo al libro stesso ove si potrà leggere il testo integrale del Rapporto segreto. il libro si conclude con un’Appendice che riporta uno sconvolgente discorso di Sandro Pertini e un indizio che, se venisse confermato, rappresenterebbe un cambiamento della storia novecentesca: una lettera di metà anni Trenta nella quale Trockij chiede a un giovane Chruščëv di mettersi a capo di una sollevazione antistaliniana.
Segnaliamo, infine, disinnescandolo, un conflitto di interessi: il curatore, Fulvio Mazza, è anche il direttore dell’Agenzia letteraria Bottega editoriale ( http://www.bottegaeditoriale.it) e, dunque, anche delle due citate riviste.

La Redazione

La tragica involuzione del progetto rivoluzionario. Intervista ad Aldo Giannuli
Fulvio Mazza: Cosa ritiene che abbia rappresentato, in estrema sintesi, il XX Congresso del Pcus?
Aldo Giannuli: Va premesso che, il XX Congresso arrivò non immediatamente dopo la morte di Stalin (1953), ma dopo un intervallo di tre anni segnato dalla scialba segreteria di Malenkov e come tentativo di riaprire un canale di comunicazione con l’Occidente. Da un lato si voleva favorire lo sviluppo del Paese. Dall’altro fu la ripercussione del rifiuto del conflitto armato e il timore che la Guerra fredda potesse diventare “calda” da un momento all’altro. In questo è significativo il fatto che coincida a brevissima distanza di tempo dal successo di Kennedy (1960) con la sua politica della “Nuova frontiera” che, in qualche modo, manteneva il contenimento del blocco sovietico, ma recuperando una parte delle idee rooseveltiane.

FM: La scelta di eleggere Chruščëv come leader del Partito sino a che punto la trova gravemente contraddittoria (visto che era stato uno stretto collaboratore di Stalin) e fino a che punto ritiene che fu invece una scelta obbligata?
AG: Erano tutti degli stalinisti quelli tra cui scegliere. Per definizione chiunque avesse avuto un ruolo importante nell’Unione Sovietica degli anni Trenta e Quaranta non poteva che essere stato uno stalinista. Era quello che passava il convento! Va detta però una cosa, che forse può interessare: quando si aprirono le cassette di Harvard dove c’erano i documenti segreti di Trockij, venne fuori una lettera di Trockij a Chruščëv in cui chiedeva di mettersi alla testa di una fronda antistalinista.

FM: A che anno risale questa missiva?
AG: Deve essere una cosa del ʼ34-ʼ35. Quindi, questo significa che Trockij aveva dei motivi per pensare che Chruščëv, insomma… aveva visto lontano!

FM: Nel Rapporto segreto ci sono, soprattutto nella prima parte, continui rimandi pedissequi, acritici, al pensiero e alle azioni di Lenin. Ci domandiamo: non c’è un culto della personalità di Lenin?
AG: In parte, effettivamente, Stalin rappresenta una rottura con Lenin. La Russia staliniana è un’altra cosa rispetto alla Russia di Lenin, con tutti gli errori che Lenin sicuramente ha compiuto. Il problema era che bisognava, in qualche modo, trovare qualcosa che legittimasse e, paradossalmente, proprio il culto della personalità di Stalin. Il problema era che, sai, tu non puoi dire che fino a ieri Stalin era il grande eroe e il giorno dopo demolirlo. In nome di che? Dovevi appellarti a un punto di riferimento non discutibile. E Lenin, nonostante tutto, anche se c’era stata una rottura, era pur sempre Lenin.

FM: In diverse parti del Rapporto, Chruščëv afferma che i vari esponenti che erano stati sconfitti (quindi Trockij, Bucharin, Kamenev, Zinov’ev) bastava “metterli da parte”, al limite metterli in galera, ma non era necessario ammazzarli. Su questo aspetto Chruščëv è molto critico contro Stalin. Ma io mi domando e domando a lei: se in una disputa politica perdo, è normale andare in galera (perché Chruščëv sembra pensarla così)?
AG: Non è proprio esattamente così, tanto è vero che, obiettivamente, dopo la denuncia dei crimini di Stalin, l’uso di fucilare gli oppositori politici, di fare i processi come quelli di Mosca non c’è più stato. Quindi, questo era la conseguenza del fatto che tutta la burocrazia sovietica aveva tremato per oltre vent’anni sotto Stalin e voleva finalmente poter respirare. Era un’aspirazione anche della burocrazia, dei gerarchi di Partito. Dopodiché, è interessante notare una cosa, perché non c’è nemmeno l’internamento nei gulag. Attenzione, però: ci sarà un tentativo di aggirare la questione mantenendo la repressione attraverso la “psichiatrizzazione del dissenso”. Era un modo per farsi accettare dall’Occidente dicendo: noi non mettiamo più in carcere nessuno per un reato d’opinione, però se uno è matto va in manicomio.

FM: In quali anni ciò accade?
AG: Questo inizierà proprio a metà degli anni Sessanta, sarà una prassi particolarmente ricorrente nel biennio ’68-’69 e per tutto il decennio degli anni Settanta e buona parte degli anni Ottanta.

FM: Come si comportarono i “partiti fratelli”? Andrebbe dato un giudizio cadauno, ma limitiamoci alle tendenze di massima.
AG: Non poterono fare altro che adeguarsi. Tranne qualcuno, per esempio gli albanesi, che furono tra i più stalinisti di tutti. Però attenzione, il paradosso (e la Storia del movimento comunista è una storia di paradossi) fu che la difesa di Stalin venne dalla Cina, che aveva il comunismo meno stalinista che si fosse mai visto. Quindi, in realtà, nel movimento comunista spesso certe posizioni erano prese strumentalmente, per opporsi agli altri; allora, siccome la Cina temeva il dialogo tra russi e americani, perché temeva di rimanere stritolata, finì per scegliere posizioni di questo tipo per attaccare la dirigenza sovietica. Ma, in realtà, nonostante certamente ci fossero forti elementi di stalinismo in Mao, erano però gli stalinisti meno stalinisti di tutti.

FM: Ecco. Approfondiamo un attimo la reazione del Pci. In che cosa si caratterizzò, in bene o in male?
AG:Togliatti fu molto meno antistalinista di quanto non si racconti. Perché in realtà dal suo punto di vista la cosa avrebbe dovuto essere molto più tacita. Cioè, va bene anche un certo innovamento. Togliatti una volta disse che il guaio del regime sovietico era che Roma, cioè l’Impero romano, non era arrivata in Russia e si era fermata molto prima, Quindi, in realtà, non è che gli andasse bene quel tipo di ordinamento, però lui era fondamentalmente un elitario e quindi, in quanto tale, temeva che una denuncia così aperta avrebbe disorientato le masse comuniste.

FM: E per i partiti comunisti occidentali vale la stessa cosa, quindi, non fecero nulla?
AG:Va ricordato che, la differenza era sostanzialmente che incidevano poco o nulla. Solo il Pci era un partito veramente di massa. Quasi un partito di massa era quello francese, che sarà molto più stalinista. Gli altri erano poco più che gruppetti, spesso di funzionari tenuti lì dai finanziamenti dell’Unione Sovietica.

FM: Che giudizio pone sulla Rivolta d’Ungheria?
AG:La rivolta d’Ungheria fu il prodotto, se vogliamo, controintuitivo perché certamente Chruščëv non voleva una cosa del genere, però il suo Rapporto creò una serie di aspettative in tutti i paesi dell’Est. Non dimentichiamo che prima dell’Ungheria a scegliere una strada riformista fu la Polonia con un importante ruolo di Władysław Gomułka, che poi cadde, poi venne ripescato, ecc.
Quindi, in realtà, se mi permette l’analogia eccessiva, è un po’ come il discorso di Obama al Cairo e le Primavere arabe: sono quelle cose che lanciano un segnale che va molto oltre e che non sai dove va a finire e provoca questo. E certamente quello fu uno dei più grandi crimini dell’Unione Sovietica, anche se non più staliniana, con 60mila morti ungheresi.

Fulvio Mazza

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIX, n. 218, dicembre 2025)

Collaboratori di redazione:
Ilenia Marrapodi
Progetto grafico a cura di: Fulvio Mazza ed Emanuela Catania. Realizzazione: FN2000 Soft per conto di DAMA IT