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Direttore editoriale: Mario Saccomanno
A. XIX, n. 212, giu. 2025
Il filo invisibile
tra la Storia
e la vita privata
di Ivana Ferraro
Edito La caravella editrice
Sorrentino compie un viaggio
nel Novecento italiano
Il testo che si analizza in questo contesto è un romanzo che si articola come un viaggio nella memoria, dove il recupero degli oggetti custoditi in un vecchio baule diventa il pretesto per scavare a fondo nella storia personale della protagonista e, allo stesso tempo, nella storia collettiva dell’Italia del Novecento.
L’autrice del romanzo, avente come titolo Baule di Rosa, (La caravella editrice, pp. 152, € 14,00) è Marianna Loredana Sorrentino. Nei contenuti, con una prosa fluida, intensa e delicata, Sorrentino costruisce un mosaico emozionante in cui il vissuto individuale si intreccia con quello nazionale, tra guerre, emigrazione, silenzi familiari e resistenza interiore.
La storia, l’ambientazione e la cornice narrativa
La vicenda ruota attorno a Rosa, una donna che, con qualche anno in più, decide di riaprire un vecchio baule conservato per lungo tempo nella sua casa. Questo gesto, apparentemente semplice, scatena un’ondata di ricordi che danno forma a un racconto autobiografico, nel quale si ricompongono episodi fondamentali della sua vita.
L’infanzia di Rosa è segnata dalla povertà, ma anche da una grande dignità familiare. Cresce in un contesto rurale e patriarcale dove le donne sono costrette al silenzio e al sacrificio. La figura materna emerge con forza come punto di riferimento affettivo e morale, mentre il padre incarna la rigidità di un sistema di valori ancorato alla fatica e al dovere.
Durante l’adolescenza, Rosa è costretta a confrontarsi con le difficoltà economiche e la necessità di lavorare fin da giovanissima. L’incontro con il mondo del lavoro la pone di fronte alle ingiustizie sociali, ma alimenta anche la sua capacità di resilienza e il desiderio di riscatto. In questo periodo nascono le prime consapevolezze e, soprattutto, la necessità di non arrendersi alla sorte prestabilita.
Il romanzo attraversa quindi gli anni della guerra, che lasciano ferite indelebili. La famiglia di Rosa è colpita dagli eventi bellici, dalla fame e dalle perdite. Gli anni del secondo conflitto mondiale sono narrati con sobrietà, ma anche con grande forza evocativa e lasciano spazio a riflessioni profonde sul ruolo delle donne, molto spesso dimenticate nella narrazione storica ufficiale.
Nel Dopoguerra, Rosa vive l’esperienza immarcescibile dell’emigrazione, uno dei temi centrali del libro. Come molte donne italiane, è costretta a lasciare il suo paese per cercare un futuro migliore. Il distacco dalla terra natia, lo sradicamento culturale, la solitudine e la nostalgia sono raccontati con struggente intensità. L’autrice mette in evidenza la fatica del ricominciare, del doversi adattare a un mondo nuovo, spesso ostile, ma anche le possibilità di emancipazione che questo percorso può offrire.
Il racconto tocca anche la sfera sentimentale e affettiva: l’amore, il matrimonio, la maternità. Ma non c’è idealizzazione: il percorso di Rosa è segnato anche da delusioni, solitudini, scelte difficili. Eppure, la sua voce non cede mai alla disperazione. C’è in lei una forza silenziosa, che si manifesta nella capacità di andare avanti, di tessere relazioni, di tenere vivo un senso di appartenenza e di speranza. È la forza indiscutibile delle donne che hanno segnato marcatamente le esistenze storiche di traversie che poco o per nulla si accenna nella narrazione storica ufficiale.
Il racconto è scandito dai ricordi legati agli oggetti contenuti nel baule: una fotografia, un fazzoletto ricamato, una lettera, un quaderno. Ogni oggetto riporta alla luce un frammento di storia, e compone progressivamente il ritratto di una donna che, pur restando ai margini della grande Storia, ne è stata protagonista silenziosa. Il baule diventa così metafora della memoria e dell’identità.
Il romanzo si chiude con una riflessione sul tempo e sul senso della vita. Rosa, ora anziana, guarda al suo passato con tenerezza, senza rimpianti ma con la consapevolezza di aver vissuto pienamente. La sua voce è una testimonianza preziosa per le nuove generazioni, un invito a non dimenticare e a valorizzare la forza delle radici.
In breve, Il romanzo Il baule di Rosa di Sorrentino è ambientato in un piccolo paese del Sud Italia, sospeso tra il reale e il magico, in cui la vita quotidiana si intreccia con i riti, il folklore e l’occulto. Il paese non ha nome, ma è descritto con dovizia di particolari: un luogo incastonato tra montagna e mare, dove la pietra è elemento dominante e simbolico, e dove l’identità si stratifica tra la festa di San Pietro, i giochi tradizionali come i petrudi (antichi giochi con i sassolini), e la memoria collettiva.
Rosa, la protagonista
La voce narrante è Rosa, una donna nata nel 1955, che torna nel suo paese d’origine nel 2022, a 67 anni. Rosa è una donna del Sud che rievoca la sua infanzia e adolescenza attraverso il ritrovamento di un vecchio baule nella soffitta della casa di famiglia.
Da qui inizia un viaggio intimo e malinconico, che la riporta alla figura della zia Silva – considerata “strana” dal paese, ma in realtà figura affettuosa, forte e determinante nella crescita della protagonista – e ai ricordi vivi della sua infanzia fatta di giochi, misteri, racconti e piccoli riti. Rosa è una donna ironica, riflessiva, che guarda al passato con tenerezza e consapevolezza.
Le donne, la magia e la comunità
Una parte centrale del romanzo ruota intorno a un episodio che coinvolge un gruppo di donne del paese e la figura enigmatica di Mirta, giovane e bellissima, sposata con Cielo, il più affascinante del paese.
Mirta, forestiera, elegante e libera, suscita sospetti e invidia, soprattutto nelle altre donne, che temono il suo ascendente sui loro mariti. Viene accusata di evocare spiriti, di uscire di notte, di frequentare messe dei morti. Le donne, guidate da Ondina – la vecchia maciara – decidono di agire: mettono in atto un incantesimo di legatura, una “magarìa” per allontanarla e punirla. Ma qualcosa non va per il verso giusto.
La scena della “spiata” e la rivelazione
Il momento culminante è una notte di San Giovanni, quando le cinque donne seguono di nascosto Mirta per spiarla. La trovano in uno stato apparentemente allucinato, mentre si reca alla chiesa e incontra due sconosciuti. La scena è ambigua, misteriosa, e carica di simbolismi.
Ondina intuisce che i veri fantasmi non sono quelli dell’aldilà, ma quelli delle malelingue, delle gelosie e delle ingiustizie. La “magarìa” viene sciolta in un rito collettivo, ma qualcosa non si spezza del tutto, lasciando un nodo irrisolto, forse dentro le donne stesse.
Simboli e struttura
Il baule rappresenta il contenitore fisico e simbolico della memoria. I riti popolari, le credenze magiche, i soprannomi, i sogni ricorrenti, le usanze del paese, sono narrati con ironia e nostalgia. Il testo si muove tra passato e presente, in una struttura frammentata ma coesa, dove ogni personaggio porta con sé un pezzetto di storia collettiva. Lo stile è vivace, teatrale, lirico, con uso del dialetto e del registro orale per rendere la voce del Sud autentica e potente.
Perché leggere questo romanzo?
Il baule di Rosa è un romanzo, quindi, che profuma di antichi rimedi e di pane appena sfornato, dove il tempo si sfilaccia come i pizzi al macramè lavorati dalle mani sapienti di donne solitarie.
Sorrentino costruisce una storia che è insieme diario, memoir, romanzo di formazione e canto corale del Sud dimenticato. La protagonista, Rosa, è una narratrice capace di fondere introspezione personale e osservazione ironica del mondo attorno, regalando pagine di forte intensità emotiva e visiva.
Il personaggio più affascinante è forse zia Silva, la “strana”, vera figura di riferimento per Rosa bambina: ruvida e schietta, generosa e trasgressiva, incarna un femminile alternativo, più libero e vero rispetto alle convenzioni della comunità. La sua vita, segnata dal rifiuto, dalla solitudine e da un amore illegittimo, è raccontata con tenerezza e senso del tragico.
Il nucleo drammatico del libro si concentra però sulla vicenda di Mirta, simbolo della bellezza libera e incontrollata che la società patriarcale non può accettare. La gelosia e il sospetto si tramutano in magia, in fattura, in rito, ma quello che appare come un mondo arcaico e retrogrado si rivela invece profondamente attuale: Mirta diventa il capro espiatorio delle insicurezze femminili, della competizione non dichiarata, delle convenzioni sociali. È l’altra, la diversa, la troppa. E per questo, da escludere.
Il gioco tra sacro e profano, tra superstizione e spiritualità, è uno dei punti di forza del romanzo. I personaggi si muovono in un Sud ancestrale, dove tutto ha un doppio fondo, dove i confini tra vivi e morti, tra bene e male, sono sfumati. Le donne che tramano, che recitano formule, che cercano di controllare l’incontrollabile, sono tanto carnefici quanto vittime di un sistema che le tiene prigioniere.
La lingua dell’autrice è ricca, colorita, impastata di dialetto, eppure mai chiusa, anzi capace di restituire al lettore un mondo vivido e tridimensionale. L’uso del tempo presente alternato al passato, i flashback, la coralità delle voci, conferiscono ritmo alla narrazione e rendono Il baule di Rosa una lettura immersiva.
Il baule non contiene solo vecchie fotografie, bustini e coperte: contiene tutta una memoria femminile, un’identità spezzettata e poi ricomposta, una storia densa di amore, dolore, riti e rinascite. È un oggetto magico che custodisce i segreti di un’intera generazione, in bilico tra il silenzio e il racconto.
In buona sostanza, Il baule di Rosa è un libro prezioso come i nomi delle sorelle Preziose che gestiscono il tabacchino del paese: Rubina, Opale, Smeralda, Ambra. È un romanzo che restituisce dignità narrativa a un Sud intimo e femminile, mai pittoresco, ma potente e vivo, che parla al cuore di tutti noi.
Ivana Ferraro
(www.bottegascriptamanent.it, anno XIX, n. 212, giugno 2025)
Ilenia Marrapodi































