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Direttore editoriale: Mario Saccomanno
A. XX, n. 225, luglio 2026
La fenomelogia mafiosa
sulla base del rapporto
di collusione tra cultura,
economia e politica
di Federica Lento
La ’ndrangheta: un fatto anzitutto culturale che sporca un intero sistema.
Da Aracne editrice, una raccolta di saggi volta a educare alla legalità
«La conoscenza della ndrangheta come fenomeno culturale, e non solo come fatto criminale, serve per capire la maggioranza dei cittadini che mafiosi non sono, pur abitando la stessa cultura. Si tratta spesso di individui a una dimensione: incapaci di immaginare altri mondi possibili e altri modi di pensare al di fuori della realtà in cui vivono». Con queste parole viene spiegato l’intento di ovviare al grave deficit di conoscenza sulla ’ndrangheta, nel volume L’area grigia della ndrangheta (Aracne, pp. 276, € 20,00), curato da Claudio La Camera.
L’area grigia
Il titolo richiama un’espressione metaforica che indica perfettamente quella zona opaca che striscia tra legale e illegale, fatta di collusione e complicità tra mafie e istituzioni. Simbolicamente rimanda a un’idea di indeterminatezza di confini, incerti e sfuggenti. Nel testo viene riservata particolare attenzione ai reati dei cosiddetti “colletti bianchi”, una criminalità che è ancora più elaborata e potente di quella “tradizionale” e più pragmatica, in senso negativo, in quanto riesce a garantirsi elevati livelli di impunità. Un altro aspetto trattato in questa raccolta di saggi riguarda l’analisi della dimensione economica dell’area grigia, vale a dire le relazioni di affari e complicità che permeano e condizionano i comportamenti degli imprenditori e, più in generale, il funzionamento delle economie locali. Sono state inoltre studiate le immagini sociali della ’ndrangheta, per poter «decostruire opinioni e convinzioni diffuse, basate spesso su luoghi comuni e stereotipi, e di proporre una conoscenza più avvertita e consapevole». Infine si è affrontato il tema forte del legame tra politica e criminalità organizzata di stampo mafioso, dichiarando come «le cosche della ’ndrangheta puntano certamente all’accumulazione della ricchezza, ma sono al tempo stesso interessate alla ricerca e alle gestione del potere. Questo interesse trova riscontro e si alimenta nelle modalità diffuse di fare politica nel territorio, quando è soprattutto lo stesso politico a cercare attivamente il sostegno delle famiglie mafiose».
Insomma, tra il nero dell’illegalità e il bianco dei colletti delle istituzioni, esiste una zona dalla sfumatura incerta, grigia appunto, che il testo vuole palesare affinché non venga più ignorata.
Contro una Calabria individualista
Nella latenza di punti di riferimento istituzionali e nel vuoto di valori civili e morali, in Calabria sono prevalse le logiche personali di cittadini che non hanno creduto più in nulla se non nella necessità della sopravvivenza. Attraverso un processo di conoscenza critica, il testo si propone la funzione di guida alla scelta della verità, dunque impone un atto, un movimento concreto che allontani dalla rassegnazione e dall’asservimento ai poteri sbagliati cui obbedire soltanto perché esistono. Come si legge nel testo, «le mafie capitalizzano questo difetto di conoscenza e lo trasformano in una vera e propria strategia dell’ignoranza. In Calabria stiamo assistendo a una forte ripresa del “negazionismo”: rappresentanti delle istituzioni, della politica e della cultura negano l’esistenza della ndrangheta, ritengono che non bisogna parlare di ndrangheta, giudicano Magistrati, Forze dell’ordine e attivisti dei movimenti antimafia come i veri responsabili della criminalizzazione del territorio calabrese». Il concetto di legalità deve avere, in primo luogo, una carica dirompente di promozione sociale e di solidarietà; lo scopo del volume è quello di educare all’unione, alla partecipazione unita e coesa di un gruppo sempre maggiore di cittadini consapevoli che si muovono attivamente dalla parte giusta: contro la ’ndrangheta, che può essere sconfitta, se conosciuta, riconosciuta e disconosciuta, soprattutto tra i giovani.
I giovani devono avere la consapevolezza che la legalità non deve essere intesa soltanto come rispetto formale della legge ma come vera e propria forma di pensiero. Come si legge nel testo, con riferimento alle parole di Stefano Rodotà, questo è l’unico modo per vivere liberi «ma con la consapevolezza che solo la legalità assicura la libertà e quindi la democrazia, la quale si conquista e si difende, giorno per giorno, anche attraverso una diffusa e costante intransigenza morale nei confronti del potere: solo la pratica di questa intransigenza potrà promuovere la consapevolezza in ciascun cittadino dei propri diritti e dei propri doveri, ma anche il rifiuto dei privilegi».
Federica Lento
(www.bottegascriptamanent.it, anno IX, n. 90, febbraio 2015)































