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Migrazioni (a cura di Rosina Madotta)

Zoom immagine Il binomio amore-natura
in una raccolta di versi:
un delicato alternarsi
tra ricordi e malinconia

di Antonietta Zaccaro
Da Città del sole edizioni la voce, fluita dall’anima, d’un poeta:
un’esistenza umana che trova il suo completamento nell’arte poetica


Un abisso che separa il tempo e lo spazio, un tempo lontano che si interseca con un tempo vicino, il giovane che fa i conti con il suo diventare grande, con nuove e più pesanti responsabilità, il dolore per la morte di un genitore e, di contro, la vita pulsante della foresta bagnata dalla pioggia e il riverbero del sole sul mare, inesorabile esempio di vita che scorre, nonostante tutto… Questi sono i temi principali della raccolta di poesie di Giovanni Longo – poeta di Reggio Calabria – Lettere dalla notte. Lentezza, Amore, Memoria (Città del sole edizioni, pp. 144, € 12,00). Una silloge nata quasi per caso, ritornata alla vita da un passato lontano tramite una scatola comprata a San Pietroburgo, arrivata per caso tra le mani del nostro autore che, aprendola, ha ritrovato le sue poesie di ragazzo, le sue inquietudini, i suoi sogni e le sue delusioni e ha deciso, così, di porle agli onori della pubblicazione. Un motivo in particolare l’ha incoraggiato, come si legge nella Prefazione: «sostiene un antico detto asiatico che il senso profondo dell’esistenza umana si dà solo dopo aver piantato un albero, generato un figlio e scritto un libro. A quella sera io ero felicemente padre ed in alta montagna prosperava un abete che mi ero premurato di rendere al bosco dopo averlo utilizzato addobbandolo per le feste natalizie. Non avrei mai potuto immaginare che in quella stessa sera e per quel ritrovamento si sarebbe compiuto il trittico cinese».

 

La malinconia dei ricordi

Appena ci si inoltra tra i versi di Giovanni Longo la prima sensazione che si ha è quella di percepire un che di remoto, un ricordo tenuto segreto per molto tempo, fino al giorno in cui non vede finalmente la luce del sole. Sono versi intimi, segreti, costellati di sentimenti forti quali l’amore, carnale e filiale, e la morte, di cui l’autore ci fa dono con semplicità, quasi come se noi lettori fossimo dei confidenti, capaci di mantenere i suoi segreti con riservatezza e tenerezza. Si susseguono i versi di passione primordiale, quasi animale: «in quel luogo / tra mille pronuncia la notte / l’aborigena / eco del primo amore», che non è necessariamente un amore dolce e adolescenziale, ma è forte, puro, carnale che riscopriamo in tutta la sua intensità passionale. Questa brama si placa solo quando destinataria della poesia è la moglie dell’autore, Alessia: «non ho / altra finestra / che i tuoi occhi. / Non ho altro miele / che le tue labbra, / altra certezza / oltre il tuo cuore». Troviamo anche un accenno alla delusione, sempre portata allo stremo: «povero amore mentito, / schiaffeggiato amore, / amore masticato lento, / bestemmiato fiore iniziatore / della foresta pietrificata / da geometrie compulse». A tutto ciò, quasi come un ossimoro, si affianca l’amore filiale, tranquillo, leale, capace di far ritornare in noi l’antica eco dell’essere figli, prima che padri o madri. A questo sentimento quasi gridato e cercato a tutti i costi e in ogni sua forma, s’inserisce il ricordo della morte e il dolore di essa. Scorrono sotto i nostri occhi i versi dedicati all’amico morto e al padre, scomparso di recente: «infausto padre / di fierezza disamorata, / con te furono i cigni neri / gli aguzzi lancieri / implacabili privi d’insegna / che sgominarono la prateria», nei quali si può quasi toccare con mano lo scoraggiamento e la tristezza insiti nell’animo dell’autore. È un crogiolo di ricordi colmi di malinconia, come se questi non potessero più essere provati, è la fotografia di un attimo fuggente, che ora c’è e poi chissà la vita cosa ci riserva.

 

La malinconia della natura

Accanto ai sentimenti dell’animo umano, portati allo stremo, l’autore affianca la descrizione della natura, anch’essa malinconica, fotografata sempre bagnata dalla pioggia, che alle volte è ristoratrice e alle volte ha il compito di coprire, di celare: «piove, vien giù, / corre e non cessa». Esempio di questa malinconica natura sono le descrizioni delle stagioni, l’autunno e l’inverno, che portano via la bella estate fatta di sole e di spiagge, sempre immortalata nel pieno del suo svolgersi, quasi non fosse possibile che la stagione calda possa ritornare, ma che la natura, metafora della vita, fosse capace di trattenere con sé solo il freddo e la pioggia dell’inverno. La stagione fredda, che porta con sé l’inesorabile spogliarsi della vita, con l’autunno, quasi come se, quegli alberi che piano piano diventano gialli, poi marroni, fossero la nostra esistenza, destinata a molti autunni e poche primavere. Ecco, però, si affianca a queste descrizioni il mare, il sole, la spiaggia: l’estate. Il mare è caposaldo di questa poesia, la forza della natura più potente che sta lì, ferma, inesorabile e guarda da sempre il susseguirsi della stagione dell’uomo e non, senza mutare il suo giudizio, quasi non gli importasse di tutto ciò che gli scorre accanto, impassibile. È il mare a riportare a riva i ricordi più belli del nostro poeta, è a questa immensa distesa di acqua salata che affida il suo sistema poetico, che con le sue onde è sempre lì, a riprovare, senza fine, a ritornare a riva. Il nostro poeta è un po’ come il mare, sempre pronto a riprovare, a rialzarsi dalle delusioni e a cogliere di nuovo l’attimo fuggente. La sua poesia è un inno tutto oraziano al carpe diem, al vivere in quell’attimo e per quell’istante di vita.

 

Antonietta Zaccaro

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n. 48, agosto 2011)

 

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