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A. XX, n. 225, luglio 2026
Il triste epilogo di vitadi un giovane del Sud:
sogni infranti e inganni
ad opera della “cosca”
di Maria Grazia Franzè
Edito da Città del sole, un romanzo in cui la realizzazione di un sogno
si intreccia con la mafia. E quasi sempre la via di fuga è solo la morte
Un racconto breve: la storia di un giovane calabrese che crede nel proprio talento e lo vuole sfruttare. Il rispetto, l’omertà, la sottomissione alle leggi del piccolo paese calabro e poi il coraggio di cambiare vita rendono il protagonista un uomo che trova la forza di prendere la decisione di evadere da un giro malavitoso a costo di sacrificare la propria esistenza.
Non si cantano più messe di Paola Laganà (Città del sole, pp. 208, € 14,00) racchiude la storia di Matteo che lascia la terra natia per iniziare una nuova vita all’estero.
La scrittrice ha origini calabresi: dopo gli studi si trasferisce a Milano dove inizia a lavorare come funzionario pubblico. Tuttavia, l’attaccamento alle sue origini e alla sua terra la portano a scrivere nel 2006 questo suo primo romanzo, dove viene riproposta un’esperienza forte e, purtroppo, non molto lontana da quella che è la realtà meridionale.
Una famiglia come tante
Matteo è il protagonista del racconto. Figlio di Giovanni e Maria, non è un ragazzo in grado di portare avanti il lavoro di famiglia: lui è diverso, «non ne voleva più sapere di quel lavoro. Sin da piccolo la barca non la sopportava; gli dava fastidio alzarsi presto e poi gli veniva il mal di mare, ma suo padre diceva che era ‘na camurria quella di sentirsi male ogni volta che andava in mare». Così una mattina, una delle tante, una come sempre, Matteo si alza all’alba per raggiungere il padre e il fratello a mare ma qui, in barca, a largo, è colto da un malore. Il pescatore non è il mestiere adatto a Matteo e anche il suo fisico si ribella. Dopo un mese è fuori pericolo e, nella sofferenza, Giovanni decide di aiutare il figlio a inseguire i propri sogni, uno in particolare: cantare. «Matteo si era dedicato anima e corpo alla musica, creò una piccola banda con alcuni suoi amici e iniziò a lavorare seriamente come cantante. […] Non guadagnava molto, il paese era povero e non permetteva slanci di gratificazione esagerati. […] Il suo era un sogno ambizioso perché non gli bastava più quello che faceva nel suo paese, voleva diventare un vero cantante».
Ma come esordire e realizzare un sogno? Un amico suggerisce
La partenza
«Partì una sera. Alla stazione per salutarlo c’erano tutti, non solo i genitori e la famiglia al completo, ma il prete, gli amici, addirittura si era scomodato anche il sindaco che gli diede ’na littira di presentazione da consegnare a un compaesano,’n’amicu, che ormai viveva in Svizzera da più di quarant’anni e si era fatto una discreta posizione». Destinazione: Lugano.
Viaggio lungo, tante sono le descrizioni dei sentimenti provati dal protagonista che, con trepidazione, lascia il suo paese di mare per raggiungere il Nord, il freddo e sconosciuto Nord.
«Davanti alla stazione rimase fermo incantato, i suoi occhi vedevano un’immagine bella e tutta colorata, ma la bellezza non si fermava ai colori». Certo, Matteo aveva lasciato un paesaggio diverso dove tutto rispecchiava un posto arido, asciutto, selvaggio, una terra parsimoniosa ma pur sempre una terra dove non poter realizzare il suo sogno, dove non potersi esibire.
La decisione di partire e la voglia di scoprire nuovi posti alimenta, nei primi giorni, la curiosità di conoscere questo nuovo luogo ma piano piano arrivano le prime difficoltà, come quelle linguistiche ad esempio, che non sono da sottovalutare. Matteo non parla bene l’italiano, figuriamoci la lingua straniera.
«Erano ormai quasi una quindicina di giorni che cercava di lavorare senza riuscire a combinare niente da nessuna parte. Neanche per lavare i pavimenti lo volevano, erano proprio brutte bestie gli svizzeri».
La vita svizzera e il ritorno in Calabria
Ricordandosi della lettera di presentazione che il sindaco aveva premurosamente scritto all’amico, emigrato a Lugano tanto tempo fa, Matteo decide di andare a trovare il vecchio compaesano: don Carmelo. Un signore tanto premuroso, tanto altruista che in pochi mesi lo fa lavorare in diversi posti, gli regala una chitarra e lo fa cantare anche nei ristoranti: un caro amico.
Le loro conversazioni vertono sulla loro terra, sull’onore e il rispetto che si ha nei confronti di chi ha bisogno di aiuto e di ambientarsi in terra straniera: «Le domande e le curiosità di don Carmelo non volevano risposta; era lo sfogo di un album di fotografie impresse nella memoria, momenti passati che non si cancellano perché fa piacere tenerli conservati, tesori dell’animo, affetti che nessuno ti può rubare perché fanno parte di te, raccontano la vita e si possono raccontare solo a chi ti può capire». I giorni passano e Matteo alle ore di lavoro alterna quelle di piacere. La frequentazione con una ragazza lo aiuta ad acquistare maggiore sicurezza in se stesso, a sentirsi bello, uomo, realizzato. Tutto va per il verso giusto e don Carmelo lo vuole premiare, così ogni tanto lo fa lavorare per lui: la stima è aumentata a tal punto che Matteo diventa il suo postino di fiducia. Pertanto, consegna dei pacchi che don Carmelo gli affida. Traffici in Svizzera ma anche in Calabria. Matteo non sa, Matteo è troppo ingenuo per capire e, solo quando si rende conto del circolo vizioso di cui è ormai entrato a far parte, rischia tutto: rischia la vita e incontra la morte.
Un titolo che presagisce un epilogo
Credo sia necessario fare una breve analisi del titolo che, non a caso, è giustamente scelto dalla scrittrice per raccontare questo tragico racconto. Non si cantano più messe è un detto, spesso sentito, che può contenere diversi significati.
Nello specifico ne ha due: uno letterale che allude all’assenza di Matteo nelle celebrazioni liturgiche di paese; l’altro che si riferisce ad ambienti particolari, in questo caso ad ambienti mafiosi, dove il rispetto per il boss è indiscusso e indissolubile e «una persona non “stimata”, oppure che ha “tradito” o che non merita “fiducia” è una persona “’i nenti”, non ha nessun valore, è una persona per la quale non si perde tempo, appunto, non si cantano più messe».
Maria Grazia Franzè
(www.bottegascriptamanent.it, anno V, n.41, gennaio 2011)































