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A. XIV, n. 151, aprile 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Si parla ancora di mafia con i “canti di malavita”
di Monica Murano
Francesca Viscone presenta a Nocera Terinese il suo ultimo libro-denuncia:
come l’implicita apologia alla delinquenza può diventare una sorta di “valore”


Diventa sempre più insostenibile convivere con una realtà che allontana dalle proprie radici e dalla propria identità attraverso il quotidiano viaggio nei vicoli, inverosimilmente anche artistici, dell’illegalità e della criminalità. Mafia come arte alternativa?
L’arte però, nelle sue varie forme, tra cui la musica, non può cercare espressione in percorsi subdoli e privi di etica. Quest’ultima infatti è, o dovrebbe essere, elevazione dello spirito, accrescimento interiore, trasmissione di accurati “toni intonati”, mossi da sensibili e responsabili mani introspettive e “maestre”. Dunque la mafia non può, e mai potrà, vestirsi d’arte!
La musica, in questo caso, viene strumentalizzata al fine di mistificare quelli che sono i veri valori della tradizione popolare calabrese, meridionale e italiana in genere. Questa è la riflessione prima, che avvicina la nostra attenzione alle diverse domande che si pone e ci pone la scrittrice Francesca Viscone per mezzo del suo ultimo libro, La globalizzazione delle cattive idee. Mafia, musica, mass media (con testi di Renate Siebert e Vito Teti, Rubbettino, pp. 256, € 14,00): «Si può separare l’arte dal fenomeno criminale che la rappresenta e la esprime? Si possono globalizzare i valori della mafia? Si possono assurgere gli stessi ai valori della tradizione popolare?».

Mafia, musica e mass media
Il “cammino” dell’autrice verso la stesura del suo libro inizia dall’uscita di Cd musicali, commercializzati in Germania e contenenti i cosiddetti “canti di malavita”, un percorso che da inchiesta si trasforma in libro-denuncia. Dunque mafia, musica (arte) e mass media. Questi gli argomenti affrontati nel corso della presentazione del suo libro, svoltasi di recente a Nocera Terinese, in provincia di Catanzaro. La Viscone ha introdotto se stessa e il suo lavoro presentando alcuni documentari trasmessi dalle televisioni olandese e italiana e alcune di queste canzoni, le quali appartengono a una tradizione che nobilita e canta le gesta degli “uomini d’onore”, eroi, Robin Hood italiani, i quali usano una loro terminologia, simbolica, particolare e accattivante, che racchiude un concentrato di terribili significati. Ma chi sono gli uomini onesti per la “mentalità” mafiosa, che capovolge il mondo? Sono gli uomini che rispettano le regole della “onorata società”, quelli che “ci stanno dentro”. Uomini che pensano di poter uccidere senza, di conseguenza, provare alcun senso di colpa.
L’onore, i rapporti di affiliazione, i legami di sangue sono gli elementi fondanti e arcaici della ’ndrangheta. Ma, in verità, non c’è niente di più antimoderno e anticontemporaneo di questi pseudovalori mafiosi.

Gli “uomini d’onore” e gli uomini onesti
La Viscone, scrittrice e donna attenta e coraggiosa, non vuole giudicare ma documentare, «mostrando entrambi i lati di una stessa medaglia». I suoi toni risultano essere annoiati e delusi nei confronti della stampa straniera, la quale ha presentato i testi dei “canti” come una scoperta, che ha rimesso in discussione l’identità e la storia di un intero popolo: i calabresi. Tale stampa ha descritto positivamente gli “uomini d’onore” (coraggiosi, ripetiamo, con un forte senso di identità e dignità, capaci di darsi completamente agli altri, ma, al contempo, di punire nelle maniere più atroci…), mentre negativamente gli uomini semplici, vigliacchi, conniventi, mafiosi di una mentalità mafiosa, ma incapaci di mettere in pratica i “valori” della mafia, uomini che non fanno nulla per difendere il popolo. Quindi mafia come avvocato di un popolo apatico e incapace di risolvere i propri problemi.
L’autrice, infine, conclude con un ultimo pensiero: «Non credo che la Calabria si stia ribellando. Coloro che si ribellano sono solo una parte, ma, nonostante ciò, credo che la Calabria sia una regione molto silente. Personalmente ho ritenuto necessario scrivere questo libro e occuparmi di un tema solo apparentemente leggero. Tacere – evidenzia – avrebbe significato fare di peggio. Sono orgogliosa di una cosa: aver trasformato nel suo contrario il messaggio delle canzoni».

Monica Murano

(www.bottegascriptamanent.it , anno I, n. 2, ottobre 2007)
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