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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Giulia De Concilio)

Traffico di rifiuti tossici:
per la ’ndrangheta affare
d’oro, ma per l’ambiente
un danno irreversibile

di Guglielmo Colombero
Da Rubbettino editore una coraggiosa indagine sulla piaga dell’ecomafia,
la principale causa della devastazione territoriale sulle coste calabresi


Presentato il 9 settembre alla Festa nazionale del Pd a Torino, presso lo stand della libreria “Adriano Olivetti” ai Giardini reali, il libro di Massimo Clausi e Roberto Grandinetti, Le navi dei veleni. Tutta la verità sull’intrigo radioattivo (Rubbettino, 2009, pp. 126, € 14,00). Clausi e Grandinetti sono giornalisti de il Quotidiano della Calabria, da sempre attenti alle problematiche inerenti alla delinquenza organizzata nel Sud. Ha partecipato alla presentazione del volume il deputato del Pd Alessandro Bratti, membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti.

Il testo avvia l’indagine giornalistica dal 2004, quando un pentito della ’ndrangheta, Francesco Fonti, consegna alla Dia un dossier in cui afferma che nel traffico dei rifiuti tossici e radioattivi sono implicati sia la criminalità calabrese che i settori deviati dei servizi segreti. Tirati in ballo anche l’assassinio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin (avvenuto in Somalia il 20 marzo 1994), come pure la morte sospetta del capitano di corvetta Natale De Grazia, che conduceva le indagini sull’affondamento della motonave Jolly Rosso, deceduto per un inspiegabile arresto cardiocircolatorio il 13 dicembre 1995, mentre si recava a interrogare l’equipaggio. Nel corso della presentazione, Clausi e Bratti sottolineano come la vicenda sia tutt’altro che archiviata (in una ragnatela di omissis, reticenze e strumentalizzazioni): fino al 1990 era attiva in Italia una lobby affaristico-criminale che gestiva il traffico di rifiuti tossico-nocivi e radioattivi, stupefacenti, armi, titoli di stato falsificati e materiali strategici nucleari. Si riteneva che lo smaltimento dei rifiuti contaminati avvenisse con tre distinte modalità: l’interramento in località del Sud Italia in vecchie cave o discariche; l’affondamento di navi normalmente in zone extraterritoriali o attraverso il trasporto presso paesi del Terzo mondo, poi tutto è cambiato. Oggi aleggia l’atroce sospetto che gran parte di questi materiali siano esportati come materie prime in Cina e nei Balcani e poi reimportati come prodotti finiti (giocattoli tossici, termos nocivi, scarpe che rilasciano coloranti dannosi alla salute). Inizialmente qualcuno sosteneva che la nave affondata contenesse banane, poi il procuratore di Paola, Bruno Giordano, e l’assessore all’ambiente della precedente amministrazione della Regione Calabria, l’esperto di oceanografia Silvio Greco, hanno smentito questa congettura con le loro indagini, mentre il Ministero dell’Ambiente e la Protezione civile si palleggiavano le responsabilità sull’accertamento della verità. Particolarmente inquietante è il fatto che gli investigatori di Reggio Calabria abbiano rintracciato, nei paraggi del rifugio di un noto boss latitante, un ex generale della polizia polacca (il materiale radioattivo era destinato all’Europa Orientale? E per quali scopi?).

 

Guglielmo Colombero

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno IV, n.37, settembre 2010)

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