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Direttore editoriale: Natalia Bloise
Anno IV, n. 37, settembre 2010
Il poeta Dino Campana:connubio di arte e vita,
un libro-testimonianza
ricco di spunti di critica
di Angela Galloro
Nel saggio edito da Albus edizioni, uno scrittore amato e controverso,
raccontato per mezzo di versi e analisi, che non ignorano la sua follia
Un’opera che ci introduce all’esperienza poetica di Campana, accuratamente descritta come un viaggio drammatico che si traduce in arte, attraverso la mediazione essenziale della visione e del simbolo. Il testo, che arricchisce la mole di testimonianze critiche su un personaggio da sempre molto considerato nel panorama letterario, si intitola Dino Campana. Tensioni Esistenziali e Conquiste d’Arte (Albus Edizioni, pp. 72, € 10,00) ed è stato scritto da Francesco Mensorio.
L’autore racconta la vita del poeta mettendo in rapporto il momento in cui egli nasce, nell’ultimo ventennio dell’800, con una crisi universale, una «vigilia tragica» della quale le poesie di Campana sono uno specchio, come ci testimonia la dedica dei suoi Canti Orfici, l’opera principale, «a Guglielmo II imperatore dei Germani».
Una crisi che il poeta visse in modo del tutto personale, per via della malattia mentale che lo colpì quando aveva solo quindici anni e che non lo avrebbe mai abbandonato, costringendolo a trasferirsi da un manicomio ad un altro fino alla morte. Psicopatia dissociativa ebefrenica, diagnosticò Carlo Pariani, lo psichiatra che si occupò per molto tempo del suo caso nel manicomio di Castel Pulci e che scrisse un volume con le sue testimonianze, rifiutandosi di indagare però sull’atto creativo del poeta, momento in cui il genio non coincide nemmeno lontanamente con la pazzia.
Il presente saggio ripercorre l’intera vita di Campana, costellata di avvenimenti particolari, colpi di scena, arresti e soprattutto viaggi, nient’altro che fughe in varie città d’Italia e poi in Olanda, Svizzera, Francia, Sudamerica, intraprese dal poeta per ritrovare quel panismo primordiale, quel contatto dell’uomo con il tutto e con la natura, che poi avrebbe ispirato la forte istanza simbolica delle sue liriche, dove, secondo l’analisi di Montale, le parole si dissolvono in colori e musicalità.
L’originalità dell’esperienza artistica di Campana è riconosciuta universalmente da tutti i critici: egli è un elemento isolato nel panorama della letteratura italiana, un «esiliato», come Mensorio ama definirlo nel presente scritto, un «poeta solitario», o «l’ultimo poeta maledetto», come leggiamo nei vari volumi di Storia della letteratura, un «anarchico» e un «visivo», come ce lo presenta Gianfranco Contini. Si tratta, in effetti, di una poesia non definibile, non etichettabile all’interno delle molteplici correnti del nostro Novecento.
Campana proviene da un sostrato decadente, di quel decadentismo italiano che vive di connessioni fra le cose, da un dannunzianesimo che supererà nelle forme e nei contenuti, rifiutando la pomposa retorica a favore di una maggiore profondità del pensiero. Guarderà al nuovo secolo come un innovatore, soprattutto per via del suo lessico “orfico”, al punto da essere proiettato addirittura oltre il futurismo di maniera, come suggerisce lo stesso autore. Spesso associato ad Arthur Rimbaud, Campana se ne distacca per la spontaneità dei suoi versi e per un atteggiamento più riflessivo, lontano da espedienti artificiali usati per raggiungere il tanto agognato stato di alienazione. E persino nell’ambito de
Un cielo fatto solo d’amore
Ma l’esperienza che segnò più profondamente delle altre la vita di Campana è di certo la storia d’amore con Sibilla Aleramo, un “viaggio chiamato amore” (come ci ricorda il titolo del film di Michele Placido che, qualche anno fa, ha raccontato sul grande schermo la storia dei due), complesso e travagliato, che vede i due uniti in un sodalizio intellettuale e sentimentale pervaso di passione giovanile.
La scrittrice e giornalista Rina Faccio (vero nome di Sibilla), poco più grande di Campana, incarnava, infatti, il personaggio “alternativo” nell’Italia del nuovo secolo. La sua esperienza di vita, caratterizzata da una violenza subita quando era poco più che una bambina, aveva segnato tutta la sua visione dell’amore e dei rapporti sentimentali, finché il suo romanzo Una donna non fece di lei la prima voce femminista in Italia, che, con la sua fuga dal ruolo familiare, nel piccolo spazio della sua femminilità, avrebbe spianato la strada a successive rivendicazioni di diritti.
Due anime, quindi, destinate a incontrarsi proprio perché vaganti, solitarie, “strane” e “fuori luogo” rispetto alla cultura del tempo, entrambe disposte a sacrificare la vita in favore della propria libertà creativa, della comune sensibilità artistica. Si tratta di una passione travolgente e deleteria nello stesso tempo, attraversata dalle crisi del poeta e da violenze improvvise nei confronti della compagna, passione che si concluderà in un addio nel manicomio di Castel Pulci e della quale Mensorio riporta le suggestive lettere e gli scambi di versi, grovigli di sensazioni passate, di attese, di impazienza adolescenziale, spesso sconnesse quelle di Campana, rassicuranti quelle di Aleramo.
Una poesia lacerante, scritta con «il sangue alle dita»
La poetica di Dino Campana si colora di orfismo, inteso nel senso mitologico più pregnante: leggendo le liriche si riscopre un nuovo Orfeo, incapace di fermare il suo canto, che rievoca strade antiche e antiche credenze e che vuole scoprire ciò che soggiace all’esperienza sensoriale umana. L’elemento dionisiaco è perfettamente avvertibile in tutto il percorso lirico del poeta, in Pampa, Viaggio a Montevideo e in particolare ne La chimera, dove il personaggio mitico si ricopre di notevoli e misteriosi significati, da «suora della Gioconda» a «musica fanciulla esangue», passando per l’epiteto di «regina adolescente». L’atteggiamento da satiro errante, che cerca di penetrare l’essenza vera delle cose, si traduce qui nella ricerca di colori e vibrazioni intense, semanticamente associate a sensazioni come «voluttà e dolore». Le immagini che si stagliano davanti agli occhi del lettore sembrano come svanire in lontananza, figure corrotte da una dissolvenza che non riesce mai a dar loro il vero connotato di esistenti.
L’influenza nietzscheana è poi riconoscibile nei versi de
Troviamo nel saggio tutti gli elementi essenziali per giudicare, oltre la poesia, il personaggio Campana, «tragico e morale».
Angela Galloro
(www.bottegascriptamanent.it, anno IV, n. 31, marzo 2010)
Agata Garofalo, Francesca Rinaldi, Antonietta Zaccaro
Giulia Adamo, Maria Elisa Albanese, Mirko Altimari, Simona Antonelli, Claudia Barbarino, Maddalena Beretta, Micol Bertolazzi, Marina Bisogno, Anna Borrelli, Valentina Burchianti, Elisa Calabrò, Valentina Cangemi, Maria Assunta Carlucci, Camilla Manuela Caruso, Alberto Cazzoli, Paola Cicardi, Guglielmo Colombero, Irene Crea, Monica De Francesco, Marina Del Duca, Maria Rosaria Ferrara, Elisabetta Feruglio, Vilma Formigoni, Maria Franzé, Angela Galloro, Manuela Gatta, Barbara Gimigliano, Eliana Grande, Giuseppe Licandro, Antonella Loffredo, Rosina Madotta, Daniela Malagnino, Stefania Marchitelli, Paola Mazza, Valentina Miduri, Elena Montemaggi, Sara Moretti, Valentina Pagano, Chiara Pennacchi, Anna Picci, Serena Poppi, Irene Pratesi, Giuseppe Pulvirenti, Mariastella Rango, Alessia Rocco, Roberta Santoro, Maria Saporito, Annalisa Scifo, Francesca Stella, Valentina Stocchi, Sara Storione, Pasquina Tassone, Alba Terranova, Laura Tullio, Monica Viganò, Andrea Vulpitta, Carmine Zaccaro, Paola Zagami, Ida Zicari
Maria Franzé, Angela Potente, Francesca Rinaldi, Marilena Rodi, Giovanna Russo, Fulvia Scopelliti, Antonietta Zaccaro
Giovanna Russo












