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A. XIV, n. 151, aprile 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Cecilia Rutigliano)

Il filosofo Gianni Vattimo:
la sua giornata all’Unical
con la lectio magistralis
sul valore della verità

di Ada Berardi
Suggestioni filosofiche e digressioni letterarie: Addio alla verità, edito
da Meltemi; una nuova riflessione sul destino della cultura occidentale


Università della Calabria, ore 17:30, l’aula più prestigiosa dell’ateneo, la Caldora, gremita. Si attende l’illustre ospite in un’atmosfera calda e di trepidazione. Le luci si accendono, i microfoni sono pronti ad accogliere il filosofo Gianni Vattimo, con la sua ultima creatura editoriale: Addio alla verità (Meltemi, pp.144, € 13,00). «La verità non può e non deve essere appannaggio del pensiero dominante»: questa la sintesi della serata dedicata al filosofo torinese che annuncia magistralmente il tramonto della verità come risultato della cultura occidentale tout court, sempre più orientata al pluralismo. Con la volontà di battersi contro i dogmatismi, la violenza e le discriminazioni sociali, e con la prospettiva di un possibile dialogo interculturale, Vattimo con il suo saggio rappresenta la summa della sua verve intellettuale, della sua forza culturale e dell’impegno politico dello studioso di Nietzsche e Heidegger.

 

Gli interventi
«La forza dell’intellettuale»: queste le parole di Nuccio Ordine, ordinario di Letteratura italiana all’università stessa che, insieme al preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Raffaele Perrelli, presenta uno dei maggiori esponenti della cultura italiana degli ultimi decenni. Dopo i saluti di rito di Perrelli, è Ordine a dare inizio al dibattito. «Quello di Vattimo esordisce Ordine è il tentativo di persuadere il lettore a non affidarsi alla verità come derivata dalla corrispondenza oggettiva tra idee e fatti ma a ricercarla nella sua strutturale relatività, alla quale non si neghi la possibilità di essere comunicata e condivisa». «La verità è tale se è imprecisa», afferma Ordine citando un emblematico scritto di Borges, La mappa dell’impero; lavorare instancabilmente per creare una mappa sempre più precisa di una città, finisce per coincidere con la città stessa, ovvero con la realtà, tale da rendere quella ricerca di perfezione e quell’impegno, inutile e privo di fondamento scientifico. Il coraggio dell’intellettuale contemporaneo, elemento che forse si rintraccia nelle corde di Vattimo, sottolinea Ordine, citando stavolta Lessing, è la denuncia del falso: il valore della verità non sta nell’accettazione di essa come unica, assoluta, immutabile e perfetta, ma nella sua continua ricerca. Verità come divenire che c’induce alla scoperta e alla messa in discussione di ciò che è imposto. Verità imperfetta, dice Ordine, parafrasando ancora Lessing, come la mano sinistra di Dio, nella quale l’uomo saggio chiede umilmente di rifugiarsi. Dentro questa suggestione sembra celarsi il vero senso che racchiude questo testo, al quale si potrebbe attribuire il titolo “A Dio la verità".

 

Veritas facentem in caritatem
«Ma il cammino è arduo. La situazione umana dice Vattimo è data dalla capacità di progettare la propria vita e non semplicemente viverla come rispecchiamento del reale». Addio alla verità è la presa di distanza dall’oggettività, dall’ordine assoluto. La verità è storicità, soggettività acquisita come consapevolezza, divenire del reale. L’invito di Vattimo è di ripensare l’orizzonte entro cui non siamo osservatori, ma individui interessati a portare qualcosa di nuovo al mondo in cui viviamo. Tale è l’operazione del fondatore del pensiero debole, inteso come antitetico a quello scientifico, la cui oggettività è assunta come indiscutibile e forte. Questa posizione oggi si è trasformata in pensiero dei deboli, ovvero in una difesa di quelle minoranze che chiedono di esistere in quanto corpi, emozioni, valori. Allora la verità si dispiega nella dialettica hegeliana, nella quale il servo si affranca dal padrone per riemergere dalla sua condizione di subalternità e diventare soggetto di un sentire comunitario. La verità afferma Vattimo si costruisce nel dialogo che abbraccia la totalità degli uomini in una sorta di ecumenismo; veritas facentem in caritatem, verità che si trasforma in carità, nella quale l’altro non è più il diverso ma l’eguale; verità che contempla la minoranza diventata sentire dei molti; verità non necessariamente dimostrabile dalla corresponsione alle contingenze ma che riabilita il comunitarismo, in cui il pensiero debole, passando per pensiero dei deboli, ha in sé la forza di accogliere e restituire all’uomo quell’unica conditio di essere e pensarsi come soggetto agente: la libertà.

 

Ada Berardi

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 28, dicembre 2009)

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