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A. XIV, n. 151, aprile 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Cecilia Rutigliano)

Fausto Bertinotti ritorna
all’Unical per presentare
con Piperno e Catizone
il suo più recente saggio

di Agata Garofalo
Edito Ponte alle grazie, il nuovo libro dello storico leader di Rifondazione
è occasione di incontro e dibattito ad Arcavacata. Per ricordare e sperare


Giovedì 12 novembre 2009. Nell’aula magna dell’Università della Calabria l’atmosfera è allietata dal vociare di un pubblico giovane ed impaziente e dal sottofondo musicale dei Modena City Ramblers. Sono le 11:30 quando Fausto Bertinotti fa il suo ingresso in aula seguito da Franco Piperno (docente di fisica nell'ateneo calabrese ed attivista durante il Sessantotto) ed Eva Catizone (già sindaco di Cosenza e dirigente di Sinistra e libertà). La ragione dell’incontro di questa piccola ma eterogenea rappresentanza della sinistra italiana contemporanea è la presentazione dell’ultimo libro dell’ex segretario del Partito della rifondazione comunista nonché ex presidente della Camera dei deputati, dal titolo Devi augurarti che la strada sia lunga (Edizioni Ponte alle grazie, pp. 240, € 14,00), scritto in collaborazione con Ritanna Armeni (opinionista su Il Riformista) e Rina Gagliardi (ex direttore de Il manifesto e condirettore di Liberazione).

 

Commenti, stimoli e provocazioni dei relatori

Eva Catizone apre l’incontro con i ringraziamenti al «compagno» Fausto, sottolineando l’importanza della ripresa di certi termini caratteristici. Si affretta però ad aggiungere che la sinistra oggi deve essere dinamica ed innovativa, capace di svincolarsi da vecchi retaggi e dai tabù del passato. È proprio lei, inoltre, ad introdurre un aspetto importante dell’opera, cioè il ruolo delle donne nella vita sociale e politica italiana. A quelle lavoratrici e “lottatrici” che hanno avuto una parte fondamentale nel lento processo di emancipazione femminile, Bertinotti dedica un ricordo particolare nelle pagine del suo saggio. Il quale, è bene ricordarlo, è scritto a sei mani, di cui quattro sono femminili. Eva Catizone cita infine le ultime frasi del libro: «Abbiamo avuto due sinistre. Ora non ne abbiamo più nessuna. Dobbiamo provare a ricostruirne una».

Il dibattito comincia così fin da subito a prendere le sembianze di un funerale: si commemora la scomparsa di un’intera “parte” politica. È Franco Piperno a rimarcare l’aspetto positivo, in quanto liberatorio, della morte della sinistra: dall’ammissione delle colpe bisogna ripartire per la rinascita. Dopo i segnali positivi dei moti di rivolta operaia e studentesca del Sessantotto, afferma proprio uno dei leader della sinistra extraparlamentare di allora, si registra un totale «svuotamento» della sinistra. Egli rimprovera a Bertinotti di essere reticente, all’interno del libro, sulle questioni di politica odierna – e propone un’appendice che completi l’opera in tal senso – ma esprime poi parole di elogio per la vivacità e la freschezza con cui ricostruisce la sua giovinezza e la vita operaia di quel periodo.

 

Ricordi, chiarimenti ed omissioni dell’autore-protagonista

Fausto Bertinotti dà inizio alla presentazione partendo dal titolo dell’opera. Spiega che è preso in prestito dai primi versi della struggente poesia di Konstantinos Kavafis, Itaca: «Quando ti metterai in viaggio per Itaca/ devi augurarti che la strada sia lunga/ fertile in avventure e in esperienze». Perché è importante avere una meta, ma quello che conta veramente è il viaggio. Se la strada è lunga e stimolante, spiega, si ha l’opportunità di crescere intellettualmente e si affronta diversamente l’arrivo, che potrebbe anche essere deludente, ma avrà ormai perso d’interesse rispetto al cammino percorso per giungervi. Egli applica alla politica questa splendida metafora della vita umana.

Ne deriva, continua, l’importanza dell’educazione sentimentale. Questo libro è, infatti, oltre che un’accurata analisi storica, un vero e proprio racconto di formazione: «Non è un’autobiografia – precisa – bensì un ringraziamento per tutto ciò che ho imparato sulla strada». Perché l’apprendimento dipende molto dall’esperienza umana: «Ho imparato dagli operai quanto dai grandi intellettuali», sostiene. Il libro vuole quindi essere un “racconto con obbiettivo formativo”, una storia come insegnamento. A questo proposito Bertinotti fa riferimento al valore di quella che Walter Benjamin chiamava “rammemorazione”, intesa come una sorta di filo che ricuce gli strappi della storia ed allo stesso tempo libera gli uomini dalla paura del futuro.

Ricominciare vuol dire rompere col passato pur tenendolo ben presente. Ma è sbagliato tendere a lavorare sull’esistente, è necessaria una consapevolezza dell’«inesistenza della sinistra di fronte ai temi attuali. Una sinistra che appare solo durante le elezioni e poi scompare, si dissolve». Il problema, quindi, è che ancora non si vuole ammettere che tutta la sinistra europea e “le sinistre” italiane (le quali grossomodo si possono dividere, spiega, in due segmenti: quello riformista-moderato e quello rivoluzionario-radicale) siano morte. È necessario riconoscere che «la democrazia è stata colpita dalla globalizzazione e dalla tecnocrazia, che la sinistra è stata travolta dalla modernità». Perché la crisi attuale non è solo economica ma una crisi «di civiltà».

Di fronte a questa disfatta è ora giunto il momento di fermarsi a riflettere sul passato. Come del resto fa nel libro, Bertinotti comincia a ricostruire le tappe salienti dell’ultimo “ciclo” della sinistra, a partire dalla rinascita dopo la Comune di Parigi, attraverso le guerre mondiali, i fasti e gli errori del Sessantotto e fino alla sconfitta elettorale del 14 aprile 2008 che spazza via la sinistra radicale dal Parlamento italiano e porta lui stesso alla scelta – saggia e coraggiosa, come gli riconosce l’amico Franco Piperno – di ritirarsi dalla scena politica italiana.

Si parla però più del secolo scorso che del presente, ed è chiaro che Bertinotti evita accuratamente ogni commento sulla politica odierna, spiegando poi, ai margini dell’incontro: «Per fortuna oggi posso occuparmi di cultura politica senza dovermi occupare della politica quotidiana, che non è un bel vedere». Rimangono delusi dunque i tanti giovani accorsi all’evento per aggiungere un tassello importante al quadro della situazione politica attuale nel nostro paese e magari carpire qualche suggerimento sul da farsi. L’unica speranza, afferma Bertinotti, è quella che ci sia un «effetto Big Bang», proprio come ai tempi della Comune di Parigi. Circostanza che egli auspica anche nel libro: «C'è sempre la necessità, per chi vuole cambiare il mondo, dell'attesa dell'evento, di ciò che cambia la scena senza essere stato prevedibile. Un'attesa che per essere autentica deve essere partecipata, attiva: anche in politica c'è il tempo della semina, ed è proprio per questo che, come scrive Kavafis, “devi augurarti che la strada sia lunga”».

 

Agata Garofalo

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 27, novembre 2009)

Collaboratori di redazione:
Veronica Lombardi, Ilenia Marrapodi, Antonella Napoli, Maria Chiara Paone
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