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A. XIV, n.150, marzo 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Cecilia Rutigliano)

Le navi dei veleni e oltre:
appare sempre più netta
l’idea che ci sia sotto un
mistero internazionale

di Angela Potente
Presentato il libro-inchiesta, edito da Rubbettino, sulla complicata
vicenda delle navi inabissate nel Tirreno: un danno di tipo epocale


«Scrivere un instant book è un rischio. Si può essere sul pezzo ma non si sa come va a finire». Così Massimo Clausi ha esordito nel suo intervento durante la presentazione de Le navi dei veleni (Rubbettino editore, pp. 126, € 12,00), il libro-inchiesta scritto insieme al suo collega de il Quotidiano della Calabria, Roberto Grandinetti.

Al tavolo dei relatori erano presenti, oltre ai due autori, l’assessore alla Cultura del comune di Cosenza, Salvatore Dionesalvi, che ha moderato l’incontro, e l’esponente del Pdl Giacomo Mancini. Benché annunciato non era presente, invece, il sostituto procuratore della Repubblica Francesco Neri.

L’idea di scrivere un libro sull’intricatissima storia relativa alle cosiddette navi dei veleni, che pare siano state inabissate nel Tirreno, nasce principalmente come segno tangibile dell’«indignazione civile e dell’amore per la nostra terra» ha sottolineato Clausi, facendo eco a quanto detto dal collega Grandinetti.

Ma il merito dell’inchiesta, sfociata in libro, dei due giornalisti è sicuramente quello di aver cercato di offrire una lettura organica di una vicenda degna del miglior film d’azione e spionaggio.

Un caso che affonda le sue radici negli anni ’90 e che, tra false piste, indizi e mancanza di prove, si sta trascinando da oltre quindici anni. Una storia dunque che è passata di procura in procura, da La Spezia a Paola a Reggio Calabria a Potenza: un garbuglio di fatti e misfatti purtroppo ancora ben lontano dalla verità.

 

Un accenno all’intrigo

Nel libro viene ricostruita la storia a partire dall’aprile scorso quando l’Arpacal, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale in Calabria, segnala la presenza di una strana impronta lunga 100 metri nei fondali circostanti il porto della cittadina tirrenica di Cetraro, dove la procura aveva aperto un’inchiesta sempre per inquinamento ambientale. Il procuratore della cittadina di Paola, Bruno Giordano, cui era giunta la segnalazione, avverte l’assessore regionale Silvio Greco sia per mostrargli i risultati sullo studio inerente l’aumento delle neoplasie in una zona ben precisa quale la vallata del fiume Oliva, sia per mostrargli i risultati del tracciato di un sea cansoner.

Vengono allertati dall’assessore Greco gli enti governativi che, a quanto pare, nicchiano fino al 10 settembre, tanto da costringere lo stesso assessore ad intraprendere un’azione di controllo senza l’aiuto del governo. Con l’ausilio di un sofisticato robot, il Remotely operated vehicle, si parte dunque alla volta del monitoraggio della zona di mare indicata ad aprile dall’Arpacal.

La conferma che ci sia in effetti un’impronta misteriosa e che potrebbe trattarsi di una nave viene riportata dai media rimbalzando da un capo all’altro del paese.

Ed è a questo punto che la storia si trasforma in una trama da film e che rispuntano le confidenze fatte dal pentito Francesco Fonti, il quale già nel 2004 aveva raccontato – in un’intervista rilasciata a Riccardo Bocca de L’espresso – di aver partecipato all’inabissamento di almeno tre navi al largo delle coste della cittadina tirrenica di Cetraro. Il pentito infatti conferma adesso che l’ombra intravista altro non è se non la nave “Cunski” affondata dolosamente nel 1992.

La vicenda delle navi assume così un contorno ancora più nebuloso: tra un “si dice” e un “non si conferma”, ciò che adesso appare chiaro è che il caso non può più essere considerato solo ed esclusivamente un problema calabrese.

Il giornale il Quotidiano della Calabria indice una campagna di raccolta firme affinché si possa fare piena luce sull’avvenimento; ed il 24 ottobre la popolazione calabrese si ritrova in un’altra cittadina tirrenica, Amantea, per partecipare ad una manifestazione in cui l’esigenza che venga fuori la verità è gridata a gran voce. Da sottolineare che Amantea è di centrale importanza in questa storia, visto che sulle sue spiagge arenò la nave “Jolly Rosso” tuttora al centro di indagini circa il suo carico, che secondo alcune voci – prima smentite poi confermate per essere nuovamente smentite, nella solita girandola di verità e offuscamenti – fu nottetempo scaricato e interrato nella briglia del fiume Oliva.

 

Verità e false piste

Il 30 ottobre sembra che luce venga finalmente fatta sul mistero della nave: in una conferenza stampa il ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo e il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso annunciano al mondo che la nave inabissata nel porto di Cetraro è in realtà un piroscafo passeggeri, la “Catania”, lungo 103 metri e affondato da un sommergibile tedesco nel 1917 durante il suo viaggio di ritorno da Bombay a Napoli.

La conclusione ovvia è che non vi è pericolo per la salute pubblica e il caso è chiuso: le affermazioni del pentito Fonti non sono ritenute attendibili, perché quella nave non è la “Cunski” dal pericoloso carico.

Ma il caso non è chiuso affatto: secondo quanto scrive Riccardo Bocca sempre su L’espresso (Cfr. anche Una nave e mille misteri, L’espresso, 4 novembre 2009), le misure riportate del “Catania” non corrispondono alle misure rilevate in prima istanza sul relitto scoperto il 12 settembre. In poche ore vengono fuori le prime smentite a partire dal fatto che fino a quel momento erano state eseguite solo esplorazioni acustiche; pertanto non si può affermare con certezza che quella nave sia effettivamente il piroscafo “Catania”.

Come hanno ben sottolineato sia Grandinetti che Clausi, pare si tratti di un vero affare di Stato, visti anche i pessimi rapporti tra governo centrale e regionale denunciati pure dall’assessore Greco: la regione è stata in effetti tagliata fuori dall’indagine governativa. Non solo: la richiesta, fatta dall’assessore, di quattro campionature di rilievi è stata peraltro ignorata.

 

Un mistero che viene da lontano

Ciò che annuncia e denuncia il libro dei due giornalisti è in realtà un intrigo che viene da lontano: l’ombra dei servizi segreti, deviati e non, appare molto lunga su tutta la vicenda:

a partire dall’omicidio di Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin, uccisi nel 1994 in Somalia, subito dopo aver parlato con il sultano del Bosaso Abdullah Mussa Bogor, il quale, negli stralci di conversazione rinvenuti nelle uniche registrazioni che sono rimaste integre, faceva cenno a navi particolari nel porto di Bosaso (Cfr. anche Passione reporter, Daniele Biacchesi, Chiarelettere 2009). Tra insabbiamenti e false dichiarazioni, pare chiaro solo adesso, dopo quindici anni, il nesso tra la morte della giornalista e del suo cameraman e quanto probabilmente avessero scoperto circa i traffici di rifiuti radioattivi tra Italia e Somalia.

Il caso, dunque, si profila come uno scandalo internazionale che rimbalza dall’Italia alla Somalia per ritornare dopo anni in Italia ed in Calabria, come una pallina impazzita.

 

Il vivace dibattito e la polemica

Secondo quanto affermano dunque i due autori, nulla è chiaro anche e soprattutto per la presenza sullo sfondo, come già detto, dei servizi segreti. Pare addirittura che il pentito Fonti ne abbia spesso parlato e abbia riferito di aver ricevuto persino pagamenti in dollari su conti cifrati.

La presentazione ha dato adito ad un vero dibattito anche tra quanti vi hanno partecipato in qualità di pubblico.

Non tutti infatti si sono rivelati concordi con la teoria del complotto; anzi, secondo quanto sostenuto da Mancini, l’unico dato certo è stato il comportamento allarmistico e, a parer suo, dannoso per l’immagine della Calabria, dell’assessore Greco.

Aver dato fiducia infatti, ha dichiarato Mancini, alle affermazioni di un pentito da tempo screditato, non ha portato altro che danni all’economia del turismo e all’economia ittica della nostra regione già fortemente penalizzata dalla consueta “cattiva immagine” data dai media. In un attacco all’assessore ha peraltro fatto presente come la nave incaricata dei rilievi sia di proprietà della “Nautilus” – azienda altamente qualificata, va sottolineato – società appartenente ad un congiunto dell’assessore.

In seguito a tale asserzione è stata poi diffusa la notizia circa l’intenzione dell’assessore Greco di intendere querela a Mancini per le affermazioni espresse durante il dibattito e in altre sedi (Cfr. il Quotidiano della Calabria, 9 novembre 2009).

Al contrario di Mancini, però, noi ci auguriamo che possano esserci altri come l’assessore Greco, che non sia lasciato solo, perché il vero danno, come anche i due autori hanno evidenziato, è alla salute pubblica: se è vero e come appare purtroppo sempre più tristemente vero, la Calabria è stata per anni considerata una discarica dove seppellire rifiuti radioattivi ovunque fosse possibile.

È triste pensare che un tempo dai mari meridionali affioravano tesori d’arte come i Bronzi di Riace, e adesso fusti con il simbolo della morte impresso sopra.

 

Angela Potente

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n.27 novembre 2009)


 

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