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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Bicefalia presidenziale
pericolosa in Honduras.
Difficili ma praticabili
alcune exit strategies

di Giuseppe Gentiloni
A 100 giorni dal colpo di stato non si è ancora trovata un’uscita
negoziata al conflitto interno. A rischio le elezioni di novembre


Il ritorno del deposto presidente Manuel Zelaya Rosales in Honduras ha creato una situazione di bicefalia estremamente delicata per la stabilità sociopolitica del paese. Dopo essere rientrato nello stato centroamericano attraverso canali clandestini, il 21 di settembre, il presidente Zelaya si è rifugiato all’interno dell’Ambasciata del Brasile a Tegucigalpa e da lì ha tentato di riallacciare il dialogo con il governo de facto di Roberto Micheletti Bain.

La presenza di Zelaya ha infuso nuove speranze e energie al Fronte nazionale di Resistenza, movimento che riunisce diversi settori della società che si oppongono al governo de facto. La Resistenza ha organizzato manifestazioni, in sostegno del presidente deposto, a Tegucigalpa e a San Pedro Sula. Parallelamente si sono verificati episodi di sollevazione in diversi quartieri della capitale che hanno fatto conoscere all’Honduras un clima di tensione simile a quello determinatosi nei giorni successivi al colpo di stato, avvenuto il 28 di giugno.

Durante le ultime due settimane il paese ha attraversato un periodo di intensa frizione sociale a cui si è risposto con una stretta repressiva esercita dal nuovo regime.

Considerando la potenzialità destabilizzante della presenza del presidente Zelaya a Tegucigalpa, il governo de facto ha decretato un coprifuoco che è durato per più di trentasei ore. Ha sgomberato con la forza la zona limitrofa all’Ambasciata brasiliana, occupata dai simpatizzanti del presidente deposto. Ha realizzato rastrellamenti nei quartieri insorti. Attraverso un decreto esecutivo del 26 settembre, ha soppresso alcune delle garanzie individuali previste dalla costituzione, tra le quali: la libera circolazione, la libertà di riunione in luoghi pubblici, la libertà d’espressione e il diritto all’habeas corpus.

 

Due “presidenti” reticenti al dialogo

Dopo la sua deposizione forzosa, Manuel Zelaya Rosales, presidente eletto e riconosciuto dalla comunità internazionale, si è lanciato in una campagna volta alla ricerca del sostegno degli organismi multilaterali e della diplomazia internazionale. Per quasi tre mesi il presidente costituzionale ha viaggiato attraverso i paesi dell’America Latina, riuscendo a ottenere il sostegno dell’Organizzazione degli stati americani, dell’Assemblea e del Segretario delle Nazioni unite, e dell’Unione Europea.

Forte dell’appoggio esterno, Manuel Zelaya è rientrato in Honduras, probabilmente con l’obiettivo di creare una zona liberata nel cuore della capitale nella quale organizzare un governo parallelo e consolidare una piattaforma che gli permettesse di negoziare, in una posizione di forza, la sua restituzione al potere. La frustrazione dei suoi piani iniziali e il fallimento delle sue incitazioni all’insurrezione popolare, lo hanno costretto però a rivedere le proprie ambizioni e a muoversi in un terreno isolato, di vulnerabilità e con scarso margine di manovra.

Manuel Zelaya ha basato la sua negoziazione sul corollario che solo la restituzione del potere al governo deposto permetterebbe la riaffermazione della pace in Honduras. Roberto Micheletti Bain e il suo entourage sostengono invece che, sebbene siano disposti al dialogo, il ritorno del presidente defenestrato non costituisce oggetto di dibattito. Non esiste dunque la possibilità tra le parti di trovare un punto di equilibrio che garantisca l’inizio di una nuova fase di confronto e concertazione.

Dal ritorno di Manuel Zelaya in Honduras, e dopo aver valutato le rispettive forze, i contendenti hanno assunto una posizione di silenzio e di sospensione delle dichiarazioni pubbliche. Per la prima volta dal 28 di giugno, sembra ora che le trattative siano in corso. Gli errori e l’impasse dello scontro potrebbero aver condotto le parti a considerare nuove opzioni nello spettro di una negoziazione anteriormente troppo polarizzata.

 

Lotta di potere

Il messianismo politico e la personificazione del potere è fortemente radicata nella cultura politica dell’America Latina e i governi che si ascrivono all’ideologia del Socialismo del secolo XXI – Hugo Chavez in Venezuela, Rafael Correa in Ecuador, Evo Morales in Bolivia – hanno rinforzato la tesi secondo cui la democrazia, attraverso il voto, conferisce il potere a leader le cui decisioni non possono essere messe in discussione. Pur diametralmente opposta sul piano politico, anche la condotta di Uribe Vélez in Colombia non esce dallo schema di monopolio presidenziale del potere esecutivo e di una pericolosa asimmetria tra le istituzioni dello stato. Il nuovo paradigma considera, di fatto, il potere giudiziale e legislativo come appendici subordinate alle decisioni dell’esecutivo.

Proprio questa immatura cultura politica e democratica, che sfocia spesso in derive di tipo populista e autoritario, rende difficile il dibattito in Honduras. A scapito di un’analisi più profonda, che permetterebbe l’avvicinamento di settori sociali attualmente lacerati, l’estrema identificazione del potere con la figura del presidente riduce il ventaglio delle opzioni all’appoggio incondizionato a Micheletti o alla restituzione del potere al presidente eletto Zelaya.

L’autismo analitico dei mezzi di comunicazione, e della classe politica del paese, lascia in secondo piano il conflitto sociale soggiacente. In Honduras oggi non si confrontano due personaggi politici. Ciò che realmente anima la frizione sociale sono due diverse visioni relazionate con il futuro del paese e una lotta di potere tra la classe politica tradizionale e un’opzione di cambio che esige l’apertura dei canali di partecipazione democratica.

 

L’origine del conflitto

Il presidente Manuel Zelaya è un leader contraddittorio, eletto grazie ai voti del Partito liberale, uno dei due partiti tradizionali e maggioritari dell’Honduras.

A partire dal terzo anno di mandato ha virato fortemente verso un modus operandi proprio della nuova ondata dei governi socialisti dell’America Latina. L’entrata nell’Alba (Alternativa bolivariana para los pueblos de nuestra America), la promozione del continuismo presidenziale, il progetto di una riforma costituzionale, sono solo alcuni segnali di un uomo politico che sembra aver optato a metà corsa per un cammino non convenzionale.

Erratico nella conduzione dell’Honduras, il governo di Manuel Zelaya non è esente da gravi critiche di corruzione, demagogia e abuso di potere. Ciò che è certo è che, nonostante la scarsa strutturazione programmatica delle politiche lanciate, Manuel Zelaya, attraverso l’uso di un discorso populista, ha infuso in alcuni settori della società la speranza del cambio. Asse centrale di questa proposta disarticolata era la promozione di un’assemblea costituente che rifondasse i principi della democrazia nel paese, probabilmente con il desiderio di aprire il cammino a una maggior partecipazione cittadina nei processi decisionali.

In Honduras più del 60% della popolazione vive in uno stato socioeconomico di povertà e di acuta esclusione. L’esercizio della cittadinanza è estremamente limitato, l’accesso ai servizi di educazione e salute è drammaticamente segmentato tra chi può pagare istituzioni private e chi deve rivolgersi agli enti pubblici. La maggior parte della popolazione non accede all’utilizzo dell’acqua trattata e ampie zone del paese non possono beneficiare del processo di sviluppo economico. Non è difficile comprendere dunque che è nei settori popolari, nei sindacati e nelle organizzazioni rurali che il discorso messianico del presidente Manuel Zelaya abbia trovato un terreno fertile per la vendita del suo ambizioso, quanto povero di contenuti, progetto di cambio.

Il colpo di stato, realizzato il 28 giugno, è la risposta di un animale ferito e impaurito. Tale animale, in Honduras, si chiama classe politica tradizionale, oligarchia economica, esercito e settori reazionari della società. La vicinanza di Zelaya al presidente del Venezuela, Hugo Chavez, ha generato timore tra le classi sociali che pensavano di venire influenzate negativamente dal cammino di riforma costituzionale promosso dal suo governo.

 

Scenari per il futuro dell’Honduras

Mentre il presidente Zelaya continua a lottare affinché che gli venga restituito il potere, il governo de facto resta inamovibile nella posizione di guidare l’Honduras verso le elezioni politiche che, secondo la data stabilita dal Tribunale supremo elettorale, dovrebbero svolgersi il 29 di novembre.

Ciò che cerca il governo di Roberto Micheletti è un voto purificatore, un’elezione che faccia tabula rasa del passato e incammini il paese verso un nuovo governo ampiamente riconosciuto.

Entrambe le posizioni però sembrano oggi poco realiste. Il ritorno al potere del presidente Zelaya e del suo gabinetto è alquanto improbabile. Un’elezione socialmente riconosciuta, frutto di un ampio consenso sociale e che consegni il potere a un candidato con sufficiente legittimità per governare, difficilmente realizzabile.

Le elezioni inoltre non sono a rischio solo per l’instabilità interna, ma anche perché al realizzarsi, il candidato che dovesse vincere, potrebbe non godere del riconoscimento di una parte della comunità internazionale e, per un paese come l’Honduras – fortemente dipendente dai fondi elargiti dal sistema della cooperazione internazionale – significherebbe una ristrettezza budgetaria che condannerebbe il governo eletto alla quasi inattività.

Esiste un’opzione che si fonda sulla costituzione di un governo di transizione, composto da rappresentanti delle diverse fazioni politiche e di alcuni settori della società civile. Questa entità dovrebbe governare, presidiata da una figura di consenso, durante il tempo che si consideri necessario per il riassetto del sistema dei partiti.

Dopo il colpo di stato il Partito liberale si è frammentato e il candidato proposto non gode dell’appoggio di una parte della base.

Un governo di riconciliazione nazionale permetterebbe la riapertura delle elezioni primarie, la candidatura di figure maggiormente consensuali e l’allargamento dell’attualmente atrofizzato panorama politico dell’Honduras. Se i candidati non risponderanno alle necessità di cambio che esige il paese, l’esercizio del voto non sarà altro che un atto formale privo di alcuna essenza democratica.

L’ultima via è quella di un’assemblea costituente che elabori una nuova Carta magna e che riapra il cammino a un processo elettorale. Entrambi gli scenari sono però alquanto improbabili. La cosa più certa invece è che l’Honduras si trascini in un clima di instabilità sociale fino a novembre e che le elezioni sfocino in una presidenza che dovrà governare un paese frammentato e internazionalmente isolato.

Nonostante la difficoltà di prevedere l’evoluzione della situazione politica, al momento attuale vi sono in Honduras le condizioni per un cambio storico. Se esiste un’esternalità positiva della crisi politica e del colpo di stato questa può essere rintracciata nello scossone e nel risorgimento dei movimenti progressisti. Per la prima volta infatti le forze di sinistra contano su una base mobilizzata che si è coesa attraverso un movimento di resistenza.

Nel caso in cui venisse rispettata la data prevista per la realizzazione delle elezioni, stringendo le fila attorno a un candidato unico – quale Carlos H. Reyes o César Ham – e costituendo un fronte ampio, la sinistra honduregna potrebbe ottenere un numero sostanziale dei seggi del Congresso. Un nuovo polo, d’opposizione alle correnti tradizionali, potrebbe allargare lo spettro politico conferendo all’Honduras una possibilità di cambio democratico, della quale potrebbe rivelarsi un errore non approfittare.

 

Giuseppe Gentiloni

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 26, 5 ottobre 2009)

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