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A. XIV, n.155, agosto 2020
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Il caos dell’Honduras
fra governo de facto
e speranze di libertà.
Fra violenze e auspici

di Giuseppe Gentiloni
Si teme che il governo golpista prenda come alibi il ritorno clandestino
del presidente Zelaya per avviare una nuova repressione sanguinosa


Il colpo di stato, realizzato il 28 giugno 2009 a discapito del presidente José Manuel Zelaya Rosales, ha fatto entrare l’Honduras in una crisi politica e istituzionale che si è acutizzata ieri con il suo ritorno sul territorio nazionale. Dopo due tentativi falliti, il presidente Zelaya è penetrato in Honduras e si è rifugiato nell’ambasciata del Brasile della capitale.

La presenza di Zelaya a Tegucigalpa ha generato un clima di tensione che ha accentuato la già grave polarizzazione sociale. Rispondendo a una chiamata del presidente deposto, centinaia di manifestanti del Blocco popolare e del Fronte popolare contro il colpo di stato si sono recati davanti all’ambasciata brasiliana e hanno organizzato delle barricate per proteggere il presidente. Scarsamente strutturati, i movimenti popolari, integrati da organizzazioni sociali, sindacati e settori nazionali affini alla politica del governo deposto, stanno lottando da quasi tre mesi in favore della restituzione del potere al presidente defenestrato e si trovano ora in una posizione di resistenza che ha generato diversi episodi di scontri e tensione a Tegucigalpa.

 

Le misure repressive

Il governo de facto presidiato da Roberto Micheletti Bain ha risposto alla destabilizzazione con forti misure repressive. Alle 15:40 di lunedì è stato decretato un coprifuoco esteso all’intero territorio nazionale, che è tuttora in vigore. Il coprifuoco non ha come unico fine quello di proibire i movimenti delle persone all’interno di Tegucigalpa, ma è orientato anche a evitare che la popolazione che risiede in zone rurali si rechi in città per appoggiare la mobilitazione in favore del presidente deposto.

Alle 4:00 del mattino, l’intervento dell’esercito ha disperso i manifestanti che si erano riuniti nei dintorni dell’ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Il bilancio dell’operazione è, secondo l’ospedale-scuola, luogo in cui si sono recati i contusi, di duecento feriti e non è stata ancora esclusa la possibilità che ci siano state vittime civili.

Attualmente ci sono più di cento persone detenute nello stadio Chochi Sosa, all’interno della Città olimpica. I detenuti sono stati fermati per aver violato il coprifuoco nella capitale o per aver partecipato a manifestazioni di resistenza popolare, fatti che rievocano con forza i momenti più duri delle dittature che hanno afflitto l’America Latina negli anni ’70 e ’80.

Oggi, nuclei di resistenza hanno bloccato alle forze dell’ordine l’accesso ad alcune aree della città. In quartieri quali Kennedy, El Hato e nelle zona limitrofe allo stadio e all’Università nazionale, si sono registrati scontri e arresti. Questi episodi sono sintomatici delle difficoltà che il Blocco popolare ha nell’aggregarsi e pianificare un’azione di resistenza solida.

La fornitura di acqua, luce e telefono all’ambasciata brasiliana è stata soppressa e il governo de facto ha aumentato la pressione sugli isolati circostanti per costringere Zelaya a uscire e consegnarsi alle autorità.

 

La carenza di fonti attendibili

Data la loro affiliazione ideologica, i bollettini e le accuse della maggior parte delle organizzazioni di difesa dei diritti umani non costituiscono una fonte attendibile per conoscere la reale scala degli abusi che si stanno registrando in questi giorni. L’accesso a un’informazione affidabile è estremamente difficile, i principali mezzi di comunicazione del paese si sono schierati in modo deciso al fianco del governo de facto e Radio Globo, l’unica stazione contraria al regime, funge da mezzo di propaganda del Blocco popolare. Questo impedisce alla popolazione di crearsi un’idea chiara sugli eventi. La polarizzazione e l’allarmismo mediatico, unito al clima di paura creato attraverso il coprifuoco e il sorvolamento costante della capitale da parte di elicotteri, hanno generato un’atmosfera di paura che, similmente ai giorni successivi al golpe, ha reso Tegucigalpa una città desolata e surreale.

Le misure repressive del governo de facto sono difese da Roberto Micheletti adducendo un rischio di guerra civile. Lo scenario non sembra essere realistico dati i modi pacifici che hanno dimostrato di utilizzare le organizzazioni che si definiscono “in resistenza” dal giorno successivo al colpo di stato. Esiste però un rischio reale per il governo de facto: la strategia di Manuel Zelaya Rosales era probabilmente quella di installare una zona liberata nel centro della capitale a partire dalla quale organizzare un governo parallelo. Questo avrebbe permesso al presidente deposto di contare su una piattaforma da cui intavolare una negoziazione con il governo de facto, indirizzata alla restituzione del potere o all’istallazione di un governo di transizione.

Un’uscita negoziata dalla crisi è, per il momento, ancora poco probabile. L’asimmetria di potere tra le due fazioni non obbliga il presidente de facto, Roberto Micheletti, a sedersi al tavolo del dialogo. Il contenuto del suo discorso non si è modificato: nonostante la presenza di Zelaya a Tegucigalpa, Micheletti difende il suo gabinetto definendolo “un governo di transizione” che garantirà la realizzazione delle elezioni previste per il mese di novembre.

Il presidente Manuel Zelaya ha dichiarato in prima battuta che il fine ultimo del suo ritorno in Honduras è quello di riprendere personalmente il dialogo e le negoziazioni che erano rimaste frustrate dal mancato raggiungimento di un’intesa tra le parti per l’accettazione dell’accordo di San José. Poche ore più tardi, dalla terrazza dell’ambasciata brasiliana dichiarava: “A partire da adesso, nessuno ci muove di qui, per questo la nostra posizione è patria, restituzione [del potere, Nda] o morte.” Una formula poco conciliante in un momento che richiederebbe una maggiore ponderazione.

 

Elezioni politiche: quali prospettive?

Data la tensione politica e l’acutizzazione del clima di scontro sociale che si vive nella capitale, le consultazioni elettorali di novembre, tanto auspicate dai candidati alla presidenza e dal governo de facto, sono a rischio. Attualmente è molto difficile che si possano svolgere in Honduras elezioni politiche in un ambiente di serenità e che il vincitore possa contare sulla legittimità politica e sociale per governare il paese per i quattro anni previsti dal mandato. D’altra parte, la chiusura dimostrata dal governo de facto non sembra lasciare spazio alla possibilità di trovare una formula politica che garantisca all’Honduras una riconciliazione.

Questo paese vive oggi la più forte crisi di instabilità politica dal giorno del colpo di stato e non esistono ancora opzioni chiare che permettano una soluzione concertata al conflitto.

 

Giuseppe Gentiloni

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 25, 23 settembre 2009)

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