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Home Page (a cura di Tiziana Selvaggi) . Anno I, n° 2 - Ottobre 2007

Zoom immagine Storie di violenza familiare
e scolastica: una denuncia

di Simona Gerace
Un invito a contrastare ogni tipo di abuso di potere
oltre il silenzio (complice). In un volume Solfanelli


Tre storie parallele e strettamente collegate l’una all’altra raccontate sullo sfondo di una Calabria mitica e speciale di cui vengono esaltate, con sapiente maestria, le peculiarità. L’autrice è Maria Barresi (Non dire niente, Edizioni Solfanelli, pp. 192, € 12.00), giornalista, redattrice di Rai International e vincitrice del premio “Ilaria Alpi”.

L’opera segna il suo grande debutto col genere romanzo e potrebbe essere definita metaletteraria vista la commistione di riferimenti che si estendono dalle citazioni introduttive di Corrado Alvaro e Teresa di San Luca (scelti come numi tutelari del racconto), all’individuazione di una componente poetica e all’ambito narrativo in cui viene repentinamente svelato l’intreccio. Particolare importanza assume l’attività giornalistica condotta con onestà, sensibilità e intelligenza.

Le tre storie sono caratterizzate dal protagonismo femminile di cui viene minuziosamente descritta la psicologia, mentre l’unico personaggio maschile risulta utile sia per inserire nell’intreccio la vicenda amorosa sia per legare il filone giornalistico all’ambito giuridico.

Clara, protagonista e alter ego dell’autrice, è una venticinquenne di Cosenza con la passione per la fotografia, che viene nominata supplente a Crotone in un istituto tecnico e si trova a compiere un’indagine personale. L’inizio dell’attività di docente è seguita dall’arrivo, nella sua nuova casa, di telefonate, telegrammi e lettere anonime che suscitano in lei preoccupazione. I primi sospetti sono limitati all’ambito scolastico, ma la ragazza non riesce ad individuare un possibile mittente. Riceve anche un sonetto, simile a quello scritto da un uomo alla propria amata e la cosa la rende inquieta. Decide pertanto di rivolgersi a Piero, un magistrato conosciuto per caso una mattina sulla corriera, il quale promette di aiutarla e inizia le indagini.

 

Violenza su creature indifese

Clara è più che una semplice insegnante, porta a termine l’incarico con passione, non limitandosi ai programmi didattici e facendosi carico dei gravi problemi di due alunne. Una di queste, di nome Nicla, svela di essere stata violentata per anni dal padre, insegnante di Biologia, di volerlo denunciare per gli abusi subiti e di aver trovato sollievo al suo malessere creandosi una realtà ideale e personale nel contatto con la natura. Afferma anche di aver provato ribrezzo e nausea per tutti gli esseri umani e in particolare per il sesso maschile, considerato una razza diversa, a se stante.

Per molto tempo ha taciuto le violenze subite ma ora decide di raccontare il suo dramma: «Solo dopo diversi anni riesci a parlarne senza procurarti ferite profonde, tagli laceranti anche se le cicatrici ti restano dentro e senti la tua pelle consumata durante una vita che avresti voluto vivere in maniera diversa o che non avresti voluto vivere per niente».

La sua adolescenza è intrisa di violenza e la personalità ancora in costruens ne risente in modo negativo. Viene profondamente delusa dal mondo dei grandi e si verifica il crollo della figura paterna, che diventa espressione di un vergognoso egoismo da parte di un essere alienato, incapace di alcuna considerazione e rispetto per i suoi simili.

Esiste un’evidente antitesi tra le figure paterne di cui nel romanzo viene fatta esplicita menzione: il padre di Clara è sempre stato presente, affettuoso e, verso di lui, la figlia prova totale dedizione; il padre di Nicla è un essere ignobile, che viene inizialmente idealizzato, poi allontanato. Indirettamente egli, che l’ha generata, la spinge a odiare la vita e tentare il suicidio; pertanto quello che da bambina considerava un eroe, si trasforma bruscamente e, nel peggiore dei modi, in antieroe.

 

La difficoltà di chiedere aiuto

Paola, l’altra alunna, indossa vestiti uguali a quelli dell’insegnante nonostante siano fuori moda e inadatti ad una ragazza della sua età. Anche lei ha subito abusi da parte del suo professore di Biologia, il padre di Nicla, e per questo manda dei segnali alla nuova docente che nascondono velate richieste di aiuto. Indirizza a Clara messaggi anonimi ma, al momento di confessare la verità, profonde crisi di pianto e, forse un po’ di vergogna, non le permettono di parlare. Per impedire al violentatore di procurare sofferenze anche ad altre persone, sempre Paola consiglia a Nicla di raccontare la sua storia, nel timore di non riuscire mai a parlare e riscattarsi dalla violenza subita.

L’abuso ha profondamente segnato le ragazze. Tuttavia nell’opera è possibile individuare un barlume di speranza e fiducia nel futuro evidenziato dalla componente amorosa e dall’amicizia-solidarietà che si instaura tra le due. E l’amore è l’unica via di fuga da ogni forma di maltrattamento, capace di offrire la speranza e la possibilità di credere in un domani migliore.

 

La scrittura come atto liberatorio

Nicla esprime la volontà di scrivere un romanzo sulla propria vita. Le parole di Clara testimoniano a questo proposito il totale attaccamento dell’autrice alla letteratura: «ognuno di noi racconta quello che vorrebbe col bagaglio della sua esperienza, del suo contesto sociale, della sua vita e di tutto quello che lo circonda cercando di trasmettere emozioni e sensazioni. Tocca a noi saper uscire dal guscio, saper guardare fuori e arricchire ciò che si scrive di altri elementi che non turbino la storia ma che la rendano appetibile e più appetitosa possibile». Lo scrivere appare quindi come una liberazione, una testimonianza diretta che si estende anche alla sfera dei rapporti sociali. Ed è la Calabria a fare da sfondo alla storia e ai ricordi dell’autrice, la regione da lei tanto amata perché, come esplicita nella dedica introduttiva: «mi sento a casa ogni volta che le pietre sotto i piedi mi riscaldano e nell’aria sento un pulviscolo leggero che mi avvolge e mi fa sorridere».

È una terra incantata, ricca di corrispondenze mitologiche oltre che il luogo delle tradizioni e della buona cucina. Il richiamo alla leggenda delle sirene nel mare che bagna la regione e il ricordo dei crostoli al miele, i biscotti cucinati dalla zia di Clara, ne sono testimonianza.

 

Analisi narratologica, lingua e stile

Il romanzo è caratterizzato da un grande equilibrio compositivo, visibile nel tipo di narrazione imparziale e proporzionata dotata di una precisione minuziosa capace di fornire i particolari più rilevanti ai fini di una profonda comprensione del testo.

Lo studio dell’inconscio forma il nucleo strutturale dell’opera e si inserisce nella sintassi narrativa in modo naturale, grazie anche alla spontaneità dello stile. I capitoli, di varia lunghezza, hanno come titolo semplici sintagmi, anche se alcuni di essi, nel loro carattere melodrammatico, presentano un sapore ironico e si ricollegano ad una presunta ambiguità della narratrice divisa, nella sua rievocazione, tra adesione nostalgica ed ironia che scaturisce dal vedere le cose passate da una diversa prospettiva e con una maggiore consapevolezza.

Il linguaggio è semplice, scorrevole, privo di affettazione. Dal punto di vista sintattico prevalgono enunciati coordinati, tendenti ad esprimere un ritmo narrativo rapido, lineare e non robustamente architettato. Predomina il discorso indiretto nei momenti descrittivi mentre quello diretto è volutamente utilizzato per sottolineare sia la nascita dell’amore tra Clara e Piero, sia il contrasto tra intus ed extra presente nelle vittime di violenza: all’esterno si percepisce una normalità apparente mentre in realtà la vera essenza della persona è profondamente lacerata.

L’opera richiama l’attenzione su un problema grave e talvolta celato: la violenza consumata in famiglia e nelle scuole. Il titolo Non dire niente presenta una precisa valenza antinomica: è un invito a parlare, a non subire in silenzio e a pretendere una vita priva di rassegnazione, omertà, indifferenza. Bisogna avere il coraggio di mettere a nudo la mentalità e il costume che rendono impuniti certi misfatti consumati nel silenzio.

 

Simona Gerace

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno I, n. 2, ottobre 2007)

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