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A. XV, n. 160, gennaio 2021
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Altra batosta per il Pd:
sarà adesso, finalmente,
possibile andare oltre
questa terribile crisi?

di Mariangela Monaco
Dopo la sconfitta sarda e le dimissioni di Veltroni, si apre un’occasione
irripetibile per il Partito democratico: incarnare davvero un cambiamento


Ancora una sconfitta, la terza batosta in meno di un anno per il Partito democratico e, più in generale, per la sinistra italiana (o quel che ne resta): dopo il primo, forte, segnale d’allarme per la vittoria di Berlusconi e la perdita di Roma alle elezioni dell’aprile 2008 – non inaspettata in quanto fatto, ma inaspettata in termini di distacco percentuale – e il crollo in Abruzzo, quello in Sardegna.

Certo, ognuna delle tre batoste ha motivazioni particolari, relative al contesto politico. Alle politiche del 2008 il Partito democratico perse sostanzialmente per due motivi: l’incredibile immobilismo del governo Prodi – dovuto alla sua variegata composizione – su tematiche considerate importanti dagli elettori, collegato ad un’incredibile capacità di “nascondere” le cose buone fatte; e il presentarsi con un partito pieno di speranze ma praticamente vuoto, e sostanzialmente lo è tuttora, di contenuti. In sintesi, senza un credibile programma serio e alternativo di governo (troppo facile buttarla solo sulla vocazione maggioritaria, sulla necessità di andare da soli senza la “terribile” sinistra radicale e sulla presentazione di uno snello programma che non era di 280 pagine).

In Abruzzo, invece, il tracollo fu causato dallo scandalo che ha travolto il governatore Del Turco e il sindaco di Pescara, sebbene in quest’ultimo caso la questione sia ora molto più ridimensionata rispetto all’inizio.

In Sardegna, infine, per un crollo di fiducia nella sinistra: Soru, a prescindere dalle cose buone che ha fatto, specie in tema ambientale, si è dimesso perché tradito da parte della sua maggioranza che non gli ha fornito appoggio su un intervento legislativo che rientrava pienamente nel programma sottoscritto dagli alleati. La solita, drammaticamente reale, solfa: la sinistra non riesce a governare perché troppo divisa.

E in mezzo a tutto ciò, la perdita del Friuli Venezia Giulia e il “cappotto” siciliano.

Il comune denominatore di questi risultati assai negativi è, evidentemente, la crisi del Partito democratico. Basti pensare che Soru ha preso il 5% in più della coalizione che lo sosteneva, e il Pd, in meno di un anno, è precipitato dal 36% dell’aprile 2008 al 24%, e in generale il distacco tra centro-sinistra e centro-destra è passato dal 3% al 10%, a favore ovviamente del secondo.

Anzi, forse è complicato parlare di crisi, in quanto il Pd non sembra altro che essere una sigla, un’artificiosa fusione tra Ds e Margherita, una “fusione a freddo”, e non un partito unito. È vero, manca ancora il congresso, ma l’impressione generale che ha l’opinione pubblica è della sua “non esistenza”.

Su ogni questione, soprattutto su quelle eticamente rilevanti (si veda il caso Englaro, nel cui contesto si inserisce il siluramento di Marino per evitare ulteriori dissidi), non c’è un punto di vista condiviso. Ci sono sempre i distinguo, anche a livello di leader. Veltroni ha detto in merito che il Pd è un partito aperto alle opinioni, che bisogna scordarsi il centralismo democratico comunista. Slogan. Pare assurdo che i dirigenti democratici non s’accorgano che se il Pd nasce con l’idea di rappresentare, seriamente, una sinistra riformista, deve agire unito. Altrimenti la percezione è sempre la stessa: cambiano i nomi, cambiano le forme, ma la sostanza, in perfetta logica gattopardiana, no. Si litiga, si è incapaci di governare, si è divisi, è l’ennesima delusione.

E, attenzione, unità non significa uniformità di opinioni: il pluralismo all’interno di un partito è un valore democratico irrinunciabile. Mica in Forza Italia o, soprattutto, in Alleanza nazionale (Partito delle libertà...) tutti hanno la stessa opinione di Berlusconi o di Fini. Ma il centrodestra agisce, o perlomeno dà l’impressione di farlo, come un blocco unito. Qui sta il punto.

E la sinistra, guardando un attimo oltre il Pd, che fa dopo le batoste? Continua a dividersi: Mussi lascia il Pd e fonda il suo movimento, Vendola lascia Rifondazione e fonda il suo “Rifondare la sinistra”... Paradossalmente, dopo le elezioni del 2008 perse, a monte, per le divisioni della sinistra la sinistra è ancora più divisa. Le ragioni di coerenza, da tutti invocate – bisognerebbe vedere se a ragione o meno, comunque – sono certamente nobili, ma la politica necessita anche di una certa dose di pragmatismo.

 

Divisioni, sempre divisioni...

Il Pd nato per unire la sinistra riformista risulta diviso quanto l’intera sinistra. Lo spettro che si aggira sulla sinistra italiana persiste: la divisione. La parola è volutamente ripetuta diverse volte in poche righe perché il fulcro del problema è questo.

Ma dove sono le sue radici all’interno del Pd? Nel fatto che il Pd è stato soprattutto, ed è fondamentalmente tuttora, un’operazione elettorale (e plebiscitaria pro-Veltroni con primarie senza la presenza di reali avversari): non è definita la collocazione europea – è assurdo che una forza che si definisce riformista non stia nel Partito socialista europeo – ; sono stati inglobati velocemente i “teodem”; non sono stati indicati chiaramente i valori di riferimento per non scontentare troppo gli ex-margheritini, che se si arrabbiano se ne vanno da Casini o, peggio, nella tana di Arcore. Cacciari ha più volte evidenziato come elemento della totale debolezza del Pd sia proprio il mancare di una visione unitaria su alcune tematiche fondamentali, quali la revisione costituzionale (modificarla non significa stravolgerla), la bioetica, una nuova idea di welfare.

Il Pd sembra insomma essere un’eccessiva forzatura americaneggiante, nel senso di superamento, della comunque positiva esperienza dell’Ulivo, nata nel 1996, scricchiolata nel 2006 e accantonata poi. L’ideale sarebbe stato, forse, continuare con l’alleanza Ds-Margherita (analoga a quella Fi-An), o al limite portare un processo di cambiamento che attraversasse solo i Ds, accompagnato da una chiarissima dichiarazione di intenti e di valori, per avere un Partito cattolico a sinistra, ma anche e soprattutto, un vero, genuino, Partito socialdemocratico (manca il “social”, gli ex-margheritini non lo gradiscono) nel solco delle più illuminate esperienze europee (la Terza Via di Blair, ma anche Zapatero).

Sorge però il dubbio che era proprio la presenza dei cattolici – alleanza da sempre sopportata dai diessini meno moderati “turandosi il naso” – il problema da risolvere, nell’illusoria idea di creare così un Partito di sinistra che potesse rappresentare tutta la sinistra (a scapito quindi anche dell’ala estremista di Rifondazione e compagni vari). Magari con il partito unico veleggiava l’idea di far sì che i cattolici sarebbero, in un certo senso, “scomparsi”, trasformando il Pd in una sorta di emanazione dei Ds: beh, speriamo che nessuno l’abbia pensato perché sarebbe veramente deprecabile.

 

Che fare?

L’unica soluzione possibile è, fin che si è in tempo (cioè per evitare altre, peggiori, batoste), fermarsi a riflettere seriamente e affrontare il futuro con chiarezza, e se questo significa che qualcuno uscirà dal partito (non necessariamente la Binetti, che forse è più famosa che importante per gli equilibri interni, ma personalità ben più forti come Fioroni e, addirittura, lo stesso Rutelli), pazienza. Il Pd deve, insomma, darsi dei chiari obiettivi e una limpida visione della politica e dei valori-guida della sua attività.

Le dimissioni di Veltroni, rifiutate in un primo momento dal coordinamento del partito ma poi accettate in seguito alla loro conferma, rappresentano in tal senso un’occasione irrinunciabile, forse irripetibile, per fare finalmente questo passo, che è chiesto, gridato, urlato dal popolo della sinistra democratica. E l’ex-segretario ha richiamato, nel suo discorso d’addio, alla necessità di solidarietà (unità) che deve essere il fondamento della futura azione del Pd.

Del resto, indietro non si può tornare: appare, infatti, molto irrealistico uno “scioglimento” del Pd. I più importanti dirigenti diessini, anzi tutti (da D’Alema a Fassino fino a Bersani) ci hanno messo la faccia; “scioglierlo” significherebbe perlomeno farsi da parte (la coerenza...). Ed infatti già tutti si sono affrettati ad affermare che le esperienze dei Ds e della Margherita sono concluse.

E quest’occasione irrinunciabile passa anche per la necessità, altrettanto imprescindibile per dare alla Svolta una connotazione totale di realtà e serietà, dell’inizio di un avvicendamento nella leadership: il popolo democratico – e più in generale della sinistra – vuole facce nuove, sulla base del complessivo fallimento della classe dirigente attuale per i motivi suddetti, che si traducono nell’incapacità palese di governare e nell’incapacità di sconfiggere il sempreverde Berlusconi. La testimonianza più evidente è la vittoria di Renzi alle primarie per il sindaco di Firenze: il giovane Renzi (34 anni), nonostante non fosse sostenuto dalla nomenclatura, da nessun leader di peso, ha prevalso nettamente sugli altri candidati. E il Pd, che si spaccia (sì, al momento si spaccia solo...) per partito innovativo, moderno, presenta però gli stessi, identici leader di prima. Non che il cambiamento debba essere immediato, perché questo sarebbe sicuramente controproducente – l’esperienza politica è un bene prezioso –, ma il punto è che, sostanzialmente, nei quadri dirigenziali chiave (e visibili) non c’è traccia di tale cambiamento.

L’esempio più lampante: la candidatura a sindaco di Roma di Rutelli uomo “vecchio”, soprattutto in relazione a quella carica (com’è noto, aveva già guidato la città per due mandati). Tutti gli analisti politici sono stati concordi nel dire che se il Pd avesse candidato Zingaretti o un’altra personalità “nuova”, quasi sicuramente, perlomeno per la capitale, avrebbe vinto. Ma niente: da che mondo è mondo, fin dai tempi dei trasformisti postunitari per arrivare ai casi recenti di De Gregorio, Villari e Mastella (eh sì, sarà candidato Pdl alle europee, capolista...) la poltrona è sempre la poltrona.

 

Luigi Grisolia

 

P.s.: Volutamente non ci sono accenni alla crisi economica attuale e all’attività governativa del centro-destra – che gode al momento di un certo consenso nell’opinione pubblica, stando ai sondaggi – per un semplice fatto: il Pd (e la sinistra) deve risolvere la crisi di consenso dall’interno, e non aggrappandosi a motivazioni esterne, di qualunque tipo, altrimenti, per molto tempo ancora, si parlerà di sconfitte.

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno III, n. 19, marzo 2009)

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