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A. XV, n. 160, gennaio 2021
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Un esercizio di scrittura
rivolto a Eluana Englaro,
in una voce immaginata
un omaggio alla libertà

di Tiziana Selvaggi
Dopo tante speculazioni per non dimostrare nulla ma solo schierarsi
vogliamo ricordare la sofferenza di una donna malata e di suo padre


È passato ormai un mese dalla “vicenda Englaro”.

Noi allora non abbiamo voluto scrivere “sull’argomento”, è stato facile tenerci fuori, la nostra rivista si occupa prevalentemente di cultura, di recensioni, la cronaca non è argomento che noi trattiamo direttamente, però abbiamo anche volutamente evitato di cavalcare l’onda della notizia, soprattutto perché sentivamo che non c’era nessuna onda da cavalcare.

Anche noi, però, abbiamo seguito i giornali, i telegiornali, i dibattiti; abbiamo sentito i pareri, le opinioni, gli schieramenti.

Con un solo parere ci sentiamo di concordare, quello espresso dallo scrittore Roberto Saviano che ha notato come, nel dibattere, nello schierarsi da una parte o dall’altra, nessuno si sia accorto che non c’erano parti da difendere, ma un paese crudele «incapace di capire la sofferenza di un uomo e di una donna malata».

È per questo che non vogliamo proporvi un altro articolo, un’intervista o un riassunto di quella vicenda, ma soltanto un esercizio di scrittura dedicato ad Eluana Englaro.

 

Lasciatemi andare

Non abbiate paura, il passo è breve, e poi io non ho più voglia di restare.

Non è la vita che abbandono, non è per stanchezza che rinuncio, è soltanto finita, come succede da quando è vivo il mondo.

“Deve vivere, non deve vivere, bisogna mantenerla in vita, bisogna continuare con l’alimentazione forzata …”. Perché?

Sono passati più di dieci anni, state tenendo in vita un corpo che non mi appartiene più. Lo pulite, ma io non sono pulita perché non posso sentire l’acqua scorrere tra i miei capelli; lo nutrite, ma io non sono sazia perché non so più cos’è il sapore del pane; mi parlate, ma non ci sono più parole; mi sorridete e non c’è più allegria.

In nome dell’etica, della morale, della pietà, della religione, legate la vita ad una parodia di se stessa.

Lasciatemi andare.

Sono pronta, sono pronta da tanto, non offendetemi costringendomi a restare, solo perché mi volete lì con voi, io non so più chi siete voi.

La morte spaventa perché non la si conosce: nemmeno io la conosco, forse dopo non sarò nulla, o forse sarò vento o nuvola o il sasso di un sentiero, fate che io possa andare a scoprirlo.

Lasciatemi libera.

Non mi legate più a questa vita amorfa in nome di una cosa tanto vana quanto la speranza.

 

Tiziana Selvaggi

 

(www.bottegasciptamanent.it, anno III, n. 19, marzo 2009)

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