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Home Page (a cura di Tiziana Selvaggi) . Anno II n° 13 - Settembre 2008

Zoom immagine Il caso Lombardo,
Leoluca Orlando
e Michele Santoro

di Margherita Amatruda
Città del Sole edita un libro d'inchiesta:
un enigma che coinvolge, tra gli altri,
pure Andreotti, Badalamenti e Buscetta


«Mi sono ucciso per non dare la soddisfazione a chi di competenza di farmi ammazzare e farmi passare per venduto e principalmente per non mettere in pericolo la vita di mia moglie e i miei figli che sono tutta la mia vita». Con queste parole inizia la lettera d’addio ritrovata accanto al corpo senza vita del maresciallo Antonino Lombardo, il 4 marzo 1995 a Palermo, nella sua auto all’interno del cortile della caserma  “Bonsignore”. E proprio Lombardo e la sua intricata vicenda sono il perno attorno al quale si muove il libro inchiesta Uno sparo in caserma. Il caso Lombardo (Città del Sole edizioni, pp. 192, € 12,00) di Daniela Pellicanò.

Nel testo la giornalista reggina ricostruisce gli ultimi dieci giorni di vita di Lombardo, riporta documenti e testimonianze, sollevando inquietanti interrogativi, tra cui, forse, il più importante: il maresciallo «si è suicidato o è stato suicidato»? Sono trascorsi tredici anni dalla morte di Lombardo ma ancora i misteri sulla sua tragica fine non sono stati svelati.

 

Un eroe dell’antimafia

Dalle pagine del libro emerge la figura di un uomo, un maresciallo dei carabinieri con alle spalle una prestigiosa carriera; 31 anni in cui è sempre stato «fedele all’arma», come dice lui stesso nella sua lettera. Per oltre un decennio è stato il comandante della stazione dei carabinieri di Terrasini collaborando con la Dia (Direzione investigativa antimafia) e il Ros (Raggruppamento operativo speciale), del quale entra a far parte ufficialmente dal 1994. È un investigatore d’altri tempi, costretto a muoversi «in quell’ampia zona grigia che permette di condurre indagini molto “delicate”». Si potrebbe definire “un eroe dell’antimafia”.

Sempre in prima linea nella lotta a Cosa Nostra, il protagonista è ritenuto dai suoi colleghi e superiori la «memoria storica del fenomeno mafioso». Fondamentale è il suo contributo all’arresto di Totò Riina, avvenuto nel 1993. Poco tempo prima della morte avrebbe dovuto recarsi negli Usa a prelevare il boss Tano Badalamenti. Con don Tano c’erano già stati due incontri durante i quali il mafioso aveva affermato «di aspirare fortemente a tornare in Italia per affrontare la legge italiana che lo incolpa di mafia» e si era dichiarato disponibile a sostenere «discorsi seri, in futuro, pur rifiutando l’atteggiamento dei pentiti». Addirittura il boss, durante il secondo incontro, fa capire chiaramente che Lombardo è l’unico interlocutore che accetta. E ancora, prima della morte, egli era sulle tracce di Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca.

 

L’ombra del sospetto

Il 23 febbraio 1995 va in onda la trasmissione televisiva Tempo reale, condotta dal giornalista Michele Santoro. È previsto un collegamento con Terrasini e sono presenti l’allora sindaco della città, Manlio Mele, e Leoluca Orlando, all’epoca sindaco di Palermo. Nel corso del programma Orlando afferma con forza: «la mafia usa anche pezzi dello stato. Io mi assumo la responsabilità quando dico che pezzi dello stato a Terrasini stanno dalla parte della mafia […] mi riferisco anche al comportamento equivoco di qualche esponente dell’Arma dei carabinieri […]».  E Mele tiene a «integrare» le parole del collega affermando che «Orlando non si riferiva all’Arma dei carabinieri attualmente presente a Terrasini […]. La gente che ora lavora è tutta brava, seria e onesta». Orlando conferma le affermazioni di Mele e continua nella sua invettiva «io sto formalmente chiedendo all’autorità giudiziaria di indagare sul comportamento del precedente responsabile della stazione dei carabinieri di Terrasini». «Perché sono state lanciate pubblicamente accuse infamanti senza prove certe verso chi, fine a prova contraria, era un servitore dello Stato?»

Lombardo ascolta sbalordito, davanti alla tv, quelle pesanti accuse che chiaramente sono rivolte alla sua persona. Sente l’ombra del sospetto calare su di lui. Nei giorni che seguono procede a querelare Orlando e Mele e si consulta con i suoi superiori cercando di comprendere il perché di quell’attacco. Vuole capire cosa si nasconde dietro a quel palese tentativo di delegittimazione nei suoi confronti.

A soli dieci giorni dalla trasmissione, Lombardo si toglie la vita.

Al colonnello Domenico Cagnazzo, ultima persona che lo ha visto vivo, dice: «il sospetto e la delegittimazione, in Sicilia, sono sempre stati l’anticamera della soppressione fisica». A quali sconvolgenti deduzioni era giunto il maresciallo per arrivare ad un gesto così estremo?

 

Un caso ancora aperto

Le contraddizioni e le domande senza risposta, che emergono dalla ricostruzione dei fatti effettuata dalla giornalista reggina, lasciano intuire che probabilmente questa vicenda fa parte di quei “misteri italiani” i quali, purtroppo, difficilmente troveranno una soluzione. Nella sua ultima lettera, il maresciallo afferma: «la chiave della mia delegittimazione sta nei viaggi americani». Nel tentativo di spiegare questa frase enigmatica, Pellicanò ipotizza che la volontà di screditare il maresciallo parta proprio dagli ambienti della Procura di Palermo, guidata da Giancarlo Caselli, dove si temeva che Badalamenti, una volta in Italia, potesse, con le sue dichiarazioni, smentire le confidenze di Tommaso Buscetta sull’omicidio di Mino Pecorelli, per il quale era imputato, tra gli altri, il senatore Giulio Andreotti.

A confermare questa interpretazione sarebbe una relazione “non ufficiale”, firmata da Lombardo e dal maggiore Mauro Obinu al rientro dalla seconda missione americana, – ritrovata dal figlio del maresciallo tra le carte paterne – dove è scritto che il pubblico ministero Gioacchino Natoli della Procura di Palermo «paventando atteggiamenti “inquinanti” da parte del Badalamenti, suggeriva di non prendere iniziative avventate circa l’impiego dello stesso in confronti [con Buscetta, Nda]». L’autrice rileva che la mancata intenzione del boss di confermare quanto detto da Buscetta metta a rischio «l’intero “impianto processuale” contro Andreotti». Ma dove sta la verità in questa drammatica vicenda? Non sarebbe, forse, opportuno da parte delle autorità preposte proseguire nelle indagini? Quanto ancora si dovrà aspettare per sapere cosa è realmente accaduto?

 

Margherita Amatruda

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 13, settembre 2008)

 


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