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A. XV, n. 160, gennaio 2021
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Muore Rocco Carbone: uno scrittore impegnato
di Marco Gatto
Il 18 luglio, in un tragico incidente stradale, perdeva la vita il narratore
calabrese, che credeva nel romanzo come strumento di cambiamento


Rocco Carbone non amava di certo la leggerezza dei salotti letterari italiani. Lo si capiva dai suoi libri, sempre rivolti a una cura ossessiva dell’elemento reale nel suo travestimento romanzesco e sempre attenti a mostrarci l’esistenza cruda, nuda, essenziale degli individui che andavano delineando.  Nessun autocompiacimento formale e contenutistico, nessuna fluidità postmoderna: eppure consapevoli, i suoi libri, come il loro autore, di vivere in un tempo che quasi nulla concede alla letteratura che vuole farsi impegno, denuncia, comprensione della realtà.

La sua tragica scomparsa, avvenuta lo scorso venerdì sulle strade di Roma, è passata quasi del tutto inosservata dai soliti gazzettini culturali. Con giusto tono polemico Vito Teti lo ha messo in evidenza sulle colonne de il Quotidiano della Calabria del 23 luglio: nemmeno la critica si è accorta del destino tragico toccato a Carbone, che pure la Calabria aveva eletto a terra prediletta.

Era nato difatti a Reggio Calabria nel 1962. Studiò a Roma e a Parigi, per poi esordire, nel 1993, con un romanzo breve, Agosto, ricco di suggestioni reggine, edito da Theoria. Era successivamente passato alla Feltrinelli e alla Mondadori; nel 2009 è attesa l’uscita del suo ultimo romanzo.

L’estensore di questa brevissima nota – che vuole essere solo un ricordo di semplice lettore – può dire di essersi occupato di Carbone e dei suoi romanzi in un articolo che risale ormai al novembre 2005. Si parlava di Libera i miei nemici, romanzo che più dei precedenti esemplifica la tendenza di Carbone a trasferire su un piano sociale, per non dire storico, la sua personale esperienza (in quel caso l’attività di docenza in un penitenziario), ricavandone in tal modo uno studio corretto e puntuale del particolare intreccio tra passato e presente, tra vita individuale e corso generale degli eventi. Lorenzo Camagna – il suo alter ego, in quel romanzo – insegna alle detenute come rievocare il loro passato, per comprenderne le conseguenze sul presente; e in tal modo pare suggerirci l’operazione più semplice, ma sempre meno sperimentata oggi, di leggere gli anni ormai alle nostre spalle come intreccio di cause e motivazioni della nostra contingenza storica. Il microcosmo della prigione – che è a tutti gli effetti un mondo stravolto, con le sue regole – diviene un punto d’osservazione privilegiato e, nello stesso tempo, il luogo di un inconscio storico ormai represso dal presente: Camagna scoprirà, difatti, che fra quelle detenute ve n’è una a cui il suo passato è legato, una terrorista che ha ucciso un suo antico amore studentesco. Risarcire quella vita fra le sbarre significherà dunque, per Lorenzo, portarla alla necessaria comprensione di quegli eventi e redimerla, recuperarla.

Dal libro di Carbone emergono altre urgenze sociali. Segno che lo scrittore era alla ricerca di quell’equilibrio tra disegno individuale e collettivo che solo il romanzo, nella sua totalità, riesce a creare. Chissà quali reazioni, dunque, i libri di Carbone potranno creare, in futuro, quando tanta narrativa italiana di successo dei nostri tempi, vacua e del tutto disinteressata a quella realtà che oggi sembra riproporsi agguerrita al nostro orizzonte, potrà dirsi estinta. Di sicuro troveranno posto fra le produzioni di quegli scrittori che non si sono arresi di fronte alla sfida di cercare un modello letterario adeguato, e civile, per comprendere lo strano tempo che è toccato loro di vivere. Scrittori, come Carbone, che la critica deve ancora accuratamente leggere e valutare, magari sottraendo tempo agli ormai logori ragionamenti sulla sua crisi e la sua presunta futura morte.  

 

Marco Gatto

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 11, luglio 2008)

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