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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

L’inquietudine giovanile e la potenza dell’amore
di Annalice Furfari
La libreria “Mondadori” di Reggio Calabria ha ospitato Federico Moccia,
autore di libri cult che raccontano le emozioni intense dell’adolescenza


«Una storia è come un sassolino gettato in un corso d’acqua: non sai mai con precisione dove andrà a finire». Le sue storie, però, sono certamente andate lontano, se si pensa che stanno coinvolgendo, emozionando e appassionando un’intera generazione di giovani. Per chi non l’avesse ancora capito, stiamo parlando di Federico Moccia, l’autore di romanzi considerati veri e propri cult dagli adolescenti italiani. Giovedì 19 giugno, lo scrittore romano ha incontrato i suoi lettori presso la libreria “Mondadori” di Reggio Calabria. Un’occasione pensata per inaugurare la serie di appuntamenti letterari promossi dal punto vendita di recente apertura, oltre che per consentire alle numerose fan reggine di conoscere più da vicino il loro autore preferito, sbarcato nella città dello Stretto per la terza volta, dopo la partecipazione alle ultime due edizioni del “Reggio Calabria Filmfest”.

 

Frammenti di ricordi di una carriera ricca di soddisfazioni

In una sala gremita di ragazzine festanti, Moccia ha ripercorso i momenti salienti della sua non lunghissima ma intensa carriera di scrittore, avviata con l’avventura accidentata del suo primo romanzo, Tre metri sopra il cielo. Siamo nel 1992 quando il giovane, non ancora trentenne, con il vizio della letteratura decide di raccontare una storia tormentata, la storia di Step e Babi, due adolescenti che appartengono a mondi totalmente diversi, contrapposti e il cui incontro-scontro è destinato a trasformarsi nel grande amore, quello dai risvolti tragici ma che rimane scolpito nell’anima. La loro difficile relazione offre all’aspirante scrittore lo spunto per intraprendere un viaggio nell’universo dei giovani italiani degli anni Novanta, che vivono tra adrenaliniche corse in moto, feste, speranze, sogni, amori teneri e convulsi, grandi amicizie, delusioni e rabbia repressa. Il problema è che in un primo momento Moccia non riesce a trovare un editore disposto a investire nella sua opera. Nonostante la battuta di arresto iniziale, l’autore crede nelle sue possibilità di riuscita: ama quella storia e desidera condividerla con chi, come lui, si lascia trasportare volentieri dalle emozioni e dalle passioni. Sceglie, così, di pubblicarla a sue spese presso l’editore Ventaglio, immettendo sul mercato 3000 copie che in breve vanno a ruba. Esaurita la prima edizione, Tre metri sopra il cielo continuerà a circolare per anni in versione fotocopiata, forte del passaparola entusiasta tra i giovani romani, che ne fanno un vero e proprio libro cult. Circa dieci anni dopo, il romanzo viene ripreso e pubblicato da Feltrinelli: il successo è immediato, trascinato anche dall’omonimo film che ne è stato tratto nel 2004, sotto la direzione di Luca Lucini. A partire da quel momento, Moccia entra in una favola – la sua – dalla quale non è ancora uscito. Lo scrittore romano diventa, infatti, il punto di riferimento di un’intera generazione, che vede per la prima volta (almeno nel nostro paese) i propri sogni e sentimenti trasformati in parole e immagini che toccano il cuore. Così, ragazzi che non prendono mai di buon grado un libro tra le mani decidono improvvisamente di dedicare una parte della loro giornata indaffarata alla lettura di pagine in cui si riconoscono e si rispecchiano. Probabilmente il miracolo sta già tutto qui. Moccia, allora, decide furbescamente di cavalcare l’onda dello sterminato successo, pubblicando il seguito del suo primo romanzo, intitolato Ho voglia di te (Feltrinelli, pp. 415, € 16,00). È il prosieguo della storia fra Step e Babi alcuni anni dopo e ne viene tratto l’immancabile film, che genera lo scontato nuovo successo. Trascorre appena un anno ed ecco che lo scrittore esce nuovamente in libreria con Scusa ma ti chiamo amore (Rizzoli, pp. 667, € 18,00), storia della passione “proibita” tra una diciassettenne e un quarantenne, altri due mondi contrapposti che si scontrano (nel senso letterale del termine, dato che il loro primo incontro avviene grazie a un incidente stradale!) e finiscono per innamorarsi. Ancora una volta, il romanzo ispira l’omonima pellicola cinematografica, stavolta diretta dallo stesso autore, che aveva già lavorato come regista (la serie televisiva College e Classe mista III A) e sceneggiatore (Palla al centro, Natura contro, Tre metri sopra il cielo e Ho voglia di te). Il terzo grande successo spinge Moccia a scrivere Cercasi Niki disperatamente (Rizzoli, pp. 125, € 6,00) – messaggio lanciato dall’autore alla ragazza incontrata per caso in via del Corso a Roma, la quale ha ispirato il personaggio di Niki in Scusa ma ti chiamo amore –,  La passeggiata (racconti a cura del “Corriere della Sera”, 2007) – ricordo intenso e commovente di un padre che non c’è più – e Diario di un sogno. Immagini, appunti ed emozioni dal set di“Scusa ma ti chiamo amore” (Rizzoli, pp. 259, € 21,90) – pensieri, fotografie, riflessioni e ricordi direttamente dal set del film e ricostruzione del percorso intrapreso dagli attori per vivere le scene e tirare fuori le emozioni corrispondenti.

 

I segreti di Moccia: lo sguardo all’anima e l’amore come motore del mondo

La rievocazione delle tappe fondamentali della sua carriera sospinge Moccia a soffermarsi sulle caratteristiche salienti dei personaggi dei suoi romanzi, come la cosiddetta “ragazza dei gelsomini” (Niki) di Scusa ma ti chiamo amore, la quale rappresenta «la difficoltà e il pudore che tutti noi proviamo nel rivelare agli altri una storia importante che abbiamo vissuto o che vorremmo vivere». Attraverso la figura della giovanissima Niki, lo scrittore ci racconta tutto ciò che accade a due persone animate dalla forza dell’amore, nonostante la profonda diversità. Inoltre, Scusa ma ti chiamo amore costituisce anche un tentativo di ricostruzione dello spaccato giovanile odierno, notevolmente difforme da quello di venti o persino dieci anni fa. Il personaggio di Step in Tre metri sopra il cielo, invece, consente all’autore di narrare le difficoltà del vivere di un ragazzo all’apparenza violento e disadattato, ma che cela dietro l’arroganza prepotente un animo tenero e generoso, capace di grandi slanci affettivi, e un cuore ferito dal tradimento della madre. Così, il romanzo costituisce anche un’esortazione a non fermarsi alle apparenze, ad «andare oltre» e a non giudicare mai le persone guardandole semplicemente in superficie. A tal proposito, Moccia ci rivela il suo piccolo “vizio”: immaginare la vita, i pensieri, i sentimenti e le emozioni degli individui incontrati casualmente, per strada, e tentare di leggere nella loro anima scrutando in profondità i loro occhi. È proprio così che lo scrittore individua gli spunti necessari per la caratterizzazione psicologica e fisica dei suoi personaggi.

Punzecchiato sulla differenza esistente tra letteratura e romanzi di genere, l’autore romano si è difeso affermando che «ci sono molti modi diversi di raccontare e ogni scrittore trova il suo carattere personale, al di là della collocazione della sua opera in generi precostituiti». «Il mio stile – ha proseguito Moccia – si basa su una scrittura cinematografica, che procede per immagini vivide e nitide, influenza diretta del mio lavoro di sceneggiatore. È questa la mia cifra distintiva».

In merito alle critiche relative al fatto che i suoi sarebbero romanzi destinati esclusivamente a un pubblico di adolescenti, l’autore ha sostenuto con forza che i suoi «non sono libri per adolescenti, bensì per sognatori, in una società avvezza a distruggere i sogni, quelli legati a un profumo buono, alla magia di un istante, alla sensazione di un incontro che segnerà per sempre la nostra vita». Non a caso, si tratta di romanzi che raccontano storie di uomini comuni alle prese con l’amore, sentimento che «rende straordinaria la gente normale, facendola volare in alto con la sua poesia».

Non è mancato neppure il ricordo del padre Giuseppe, scomparso da due anni, il celebre Pipolo, uno dei più noti sceneggiatori e registi italiani degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, direttore di alcuni tra i maggiori successi commerciali della commedia all’italiana. Moccia ha rivelato di avere assorbito molto dal padre, soprattutto durante la fase iniziale dell’adolescenza, e ha rievocato, non senza una punta di emozione, la sua «continua trasmissione di saperi, nella vita come nel lavoro». Ma, come spesso accade in questo caso, la scoperta di quanto il padre abbia segnato la sua esistenza è avvenuta solo dopo la sua scomparsa, proprio come emerge nel breve racconto de La passeggiata, omaggio a una delle figure più importanti della sua vita.

L’autore ha, infine, salutato i suoi fan dedicando l’istantanea finale dell’incontro alla terra che lo ha calorosamente ospitato, la Calabria, «una bella ragazza bruna, orgogliosa, a volte silenziosa», sulla quale sarebbe onorato scrivere.

 

Annalice Furfari    

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 11, luglio 2008)

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