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A. XV, n. 160, gennaio 2021
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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Viticoltura in Calabria: il marketing non esiste!
di Francesca Rinaldi
In un workshop della Camera di commercio di Crotone, però, emerge pure
la positiva eccezione di Librandi. Notata l’assenza del Consorzio di tutela


Nell’ambito della manifestazione regionale “Vincalabria”, la Camera di commercio di Crotone ha organizzato, lo scorso 6 giugno, nella città pitagorica, il “Gran galà del vino e dei gioielli - Gioie di vite”. Nel pomeriggio si è tenuto un workshop dal titolo “La qualità e la promozione dei vini locali”.

Il dibattito era moderato dal giornalista Fulvio Mazza. I relatori presenti, Giovanni Agosteo, docente di Patologia vegetale all’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria, Giampaolo Gravina, vicecuratore della Guida dei Vini d’Italia de L’Espresso, Roberto Laudato, funzionario della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo, Carmine Maio, funzionario del Dipartimento Agricoltura della Regione Calabria, Saveria Sesto, consigliere nazionale dell’Organizzazione nazionale assaggiatori vini e Guido Stecchi, giornalista specializzato in agroalimentare ed enogastronomia, hanno illustrato le peculiarità dei vini del comprensorio crotonese e in particolare del vitigno “Gaglioppo”.

 

Tutto sulla vite e il vino

Mazza ha introdotto il dibattito complimentandosi, anzitutto, con la Camera di commercio di Crotone per la pubblicazione dell’Atlante dei vini, un libro completo e attraente anche sotto il profilo estetico, redatto dall’Agenzia “Contatto” di Saverio Danese e per il testo Il Gaglioppo e i suoi fratelli promosso dall’Azienda vinicola “Librandi”. È poi passato alle domande precise e puntuali per ciascuno dei relatori.

Giovanni Agosteo, responsabile del programma di difesa fitosanitaria in viticoltura proprio per i vini Cirò e Melissa Doc per la Camera di commercio della provincia, ha compiuto un excursus storico, raccontando anche attraverso l’uso di slide esplicative, la storia della lotta alle più comuni malattie della vite dall’Ottocento ad oggi. L’evoluzione dei coltivatori dal soffietto con la famigerata poltiglia bordolese (calce e solfato di rame) alla grande gamma di principi attivi per il programma di difesa integrata attuale.

Subito dopo Giampaolo Gravina, giovane giornalista con esperienze da ristoratore, ha dato la sua spiegazione, corredata da molti esempi, del perché il vino calabrese non “decolla” fuori regione, benché siamo lontani dal gusto diffuso negli anni Novanta per i vini fruttati, quando il mercato non aveva alcun interesse verso qualità di vini differenti e quindi quelli calabresi “terrosi” e “tanninici” non venivano considerati al momento di stilare una carta dei vini, per esempio in un importante e quotato ristorante. Secondo Gravina, la situazione attuale è per fortuna diversa e i gusti non sono appiattiti, ma anzi vengono privilegiate le peculiarità locali, la stagione sembra matura per cogliere anche ciò che il mercato con i suoi parametri standard ci ha imposto.

Un punto di vista istituzionale ci è stato fornito da Roberto Laudato, che ha conferito (sia in qualità di funzionario della Commissione europea che come agronomo) circa l’interesse del Parlamento europeo proprio per il vino. L’approvazione di un nuovo e preciso regolamento per le produzioni vinicole è considerato infatti un successo per quanti si sono battuti contro alcune pratiche di “edulcorazione” come per esempio lo zuccheraggio.

Carmine Maio, da funzionario regionale ma anche da enologo, ha illustrato l’impegno della Regione Calabria per la promozione del vino nella regione, ricordando che su 8.000 ettari di terreno coltivati a vite nell’intera Calabria, 3.000 sono nella sola provincia di Crotone.

Illustrando le linee generali del Piano di sviluppo rurale, ha spiegato le due misure presenti nei Por 2007-2013 (132 e 133) che hanno come obiettivo principale quello di consentire alle imprese di aderire ai sistemi di qualità.

La domanda posta all’assaggiatrice Saveria Sesto ha fatto sì che si toccasse un argomento importante e spinoso allo stesso tempo. La Sesto, nel rispondere a che cosa significhi la qualità di un vino, ha precisato come ormai tutto inizia nella vigna per finire nella bottiglia, e che il termine appropriato da utilizzare è “qualità globale”.

 

Un’eccellenza poco valorizzata

Un punto di vista esterno, e proprio per questo forse più realistico ed efficace, è stato quello di Guido Stecchi. «Perché i vini calabresi non sono presenti né nella grande distribuzione né nei vari ristoranti italiani?», l’arguta e consapevole domanda di Mazza all’esperto ha trovato risposte precise e, se vogliamo, un po’ deprimenti. Secondo Stecchi, infatti, sebbene il vino calabrese piace molto perché è un prodotto riconoscibile, paga lo scotto degli errori della Calabria nel gestire il sistema-prodotto. Il mondo del vino calabrese è molto alto rispetto agli altri prodotti tipici calabresi che non vengono in alcun modo valorizzati. La Calabria sbaglia a “proporsi” con i “prodotti industriali” quando la sua vocazione sarebbe di leader del prodotto fatto in casa. Non bisogna dimenticare infatti che ragionando dal punto di vista “sistema”, un prodotto traina l’altro.

È dunque il marketing dell’intera filiera “prodotti tipici calabresi” a non essere valorizzato e le conseguenze maggiori vengono risentite dalle aziende vitivinicole che hanno fatto, come detto sopra, della “qualità globale” il loro marchio d’eccellenza.

 

Qualche considerazione conclusiva

Nella conclusione Mazza ha tirato le somme anche rispetto ai vari interventi del pubblico (i presenti erano per la gran parte diretti interessati, imprenditori vinicoli). Anche alla luce dell’esito del dibattito ha sottolineato come la generale buona qualità del vino calabrese non ha però un riscontro nella commercializzazione. Ciò a causa della quasi totale assenza di marketing e di una vera promozione pubblica. Ha però anche evidenziato le diverse positive eccezioni e, a titolo d’esempio, ha citato la “Librandi”, un’azienda, tra l’altro, assai attiva anche nella ricerca e nella sperimentazione. Su livelli quantitativi minori, ma con una vocazione ancor più spiccata nell’ambito della sperimentazione di qualità, quella biologica, ha poi sottolineato l’assai positivo impegno dell’Azienda “Dattilo” di Ceraudo. Ma non ha potuto far a meno di ricordare come nei supermercati della zona si notino ancora bottiglie di vino con tappi a corona [sic] e con tanto di etichetta Doc. Nulla di illegale, sembrerebbe, in quanto nella legislazione attuale, il “Doc” sta (purtroppo) solo a dimostrare la localizzazione del prodotto e non anche la qualità dello stesso. Anche se non illegale, il danno che si crea all’immagine del “Cirò” è comunque grande visto che un turista che trova un siffatto prodotto al supermercato potrebbe pensare che il vino crotonese sia “quello”.

Grande assente dal dibattito è stato il misconosciuto Consorzio di tutela del vino Cirò. Se non fosse stato citato, e solo di sfuggita, dal rappresentante di una delle aziende presenti, la “Caparra e Siciliani”, nessuno se ne sarebbe accorto. Come a dire: se ci sei batti un colpo, oppure chiudi i battenti e lascia lavorare chi – sul campo (e ritorniamo alla “Librandi”) – ha dimostrato di saper tutelare la qualità vitivinicola e lanciarla nei mercati di tutto il mondo.

La serata è proseguita nella mondanità, infatti, dopo un lauto buffet di prodotti tipici di gran gusto e gli assaggi della gran parte delle etichette vinicole più quotate della provincia crotonese, si è svolta una passerella di modelle che indossavano le creazioni del famoso orafo Gerardo Sacco, con un sottofondo di piacevole musica jazz.

 

Francesca Rinaldi

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n.11, luglio 2008)

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