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Dibattiti ed eventi (a cura di Natalia Bloise)

Conoscere il passato per vivere il presente
di Annalice Furfari
L’associazione culturale “Apodiafazzi” ha promosso un dibattito sul tema:
la presenza di frammenti di socialismo nel mondo e nella cultura antichi


Schegge socialiste nella cultura antica (Sosialistikè askle stin palèa kultùra). Questo è il tema discusso durante l’incontro promosso dall’“Apodiafazzi”, l’associazione culturale per la difesa e la valorizzazione della lingua e della cultura greco-calabra. La conversazione a tema si è svolta presso la Biblioteca comunale “De Nava” di Reggio Calabria, giovedì 20 dicembre, e gli interventi sono stati curati dal dott. Carmelo Giuseppe Nucera, presidente del Circolo “Apodiafazzi”, e dal prof. Franco Mosino, noto grecista. A conclusione del dibattito, si sono registrati anche i contributi del dott. Giuseppe Viola, presidente della Cassazione, del giornalista Raffaele Malito, dei presidi Carmelina Sicari e Franco Catalano e, infine, dell’avvocato Giuseppe Pellegrino, studioso di Zaleuco, primo legislatore del mondo occidentale nativo di Locri Epizefiri.

Il convegno è stato avviato dal dott. Nucera, il quale si è soffermato sull’importanza di conoscere la nostra storia, le nostre tradizioni e le nostre origini culturali, in modo tale da poter affrontare con maggiore consapevolezza il presente e anche il futuro. Ecco perché è fondamentale andare alla riscoperta dei proverbi antichi, che ci offrono uno spaccato dei governi, delle usanze, dei costumi, delle abitudini, degli stili di vita e di pensiero dei nostri antenati. Si tratta di vere e proprie perle di saggezza, strumenti preziosissimi, indispensabili per una lettura attenta e smaliziata del nostro tempo. La lezione forse più importante che gli uomini dei secoli passati ci hanno lasciato è che «la politica è l’arte del governare», come affermato da Numera. Tuttavia, al giorno d’oggi, troppo spesso le istituzioni e gli enti preposti a questo difficile e delicato compito sembrano dimenticare tale insegnamento, dominati, come sono, dalla corruzione, dall’interesse personale, dalla volontà di far prevalere le ragioni private piuttosto che quelle pubbliche e comuni.

Così come ci ricorda Aristotele, «l’uomo è un animale sociale»: è nato per vivere in società, è fatto per condurre la sua esistenza in mezzo agli altri, per trovare consolazione dal dolore e dalle sofferenze quotidiane nelle parole affettuose e solidali dei propri simili, per condividere con essi gioie e afflizioni. Ma l’essere parte integrante di una collettività comporta obblighi e doveri, oltre che piaceri e vantaggi. Il primo fra questi è sicuramente tutelare il bene comune e anteporlo ad ogni altro interesse o esigenza. Proverbi antichi, come «i desideri privati danneggiano il bene comune» o «si devono punire i trasgressori delle leggi perché l’impunità incoraggia nuovi reati», mantengono un’attualità inalterata nel tempo, costituendo un monito pregnante per i governanti odierni. È evidente, a nostro avviso, che tali aforismi sono animati da una morale che ci ricorda molto da vicino l’ideologia socialista (ecco spiegato il tema dell’incontro).

Inoltre, le epigrafi e le massime rinvenute nell’area calabrese, ricca di tracce della storia e della cultura greca, ci parlano di una Reggio felice, di una Locri, che, grazie alle leggi di Zaleuco, fu una delle città antiche più corrette e rispettose della legalità, contrassegnata da un senso estremo della giustizia. Niente di più lontano dalla realtà attuale, con la Calabria territorio di ingiustizie, sopraffazioni, favoritismi, discriminazioni, corruzione, violenza, falsa democrazia e crimini che restano eternamente impuniti: una regione che non riesce a evolvere, a premiare i meritevoli e a superare le sue annose questioni e i suoi mali perenni. Per il presidente Nucera, il dramma più profondo e angoscioso del nostro Sud è che «coloro che sanno non parlano, non denunciano, o per paura o perché non vogliono perdere i favori di cui hanno sempre beneficiato». Così «passiamo di delusione in delusione», senza mai essere in grado di imprimere una svolta autentica alla nostra esistenza rassegnata. Ma, fortunatamente, «gli antidoti a questo oscurantismo esistono: l’istruzione e la cultura». Per riuscire a vincere questa difficile battaglia è, però, necessario guardare indietro, alle nostre tradizioni, alla nostra storia, di modo da trarne insegnamento ed esempio. Ecco perché il Circolo “Apodiafazzi” si impegna a difendere, tutelare e valorizzare la cultura e la lingua greco-calabra: l’obiettivo è quello di riscoprire il passato, per affrontare meglio il presente.

 

Il socialismo di Demostene e dei proverbi latini

Il secondo intervento è stato curato dal prof. Franco Mosino, il quale ha, innanzi tutto, concentrato la sua attenzione sul nucleo tematico della conversazione, ovvero l’esistenza di frammenti di ideologia socialista nella cultura antica, dandone una definizione accurata: «il socialismo è la dottrina economica che propone l’abolizione della proprietà privata e l’avvento di una società senza classi». In seconda battuta, Mosino ha illustrato le fonti da lui utilizzate per poter trattare l’argomento dell’incontro: Demostene e alcuni proverbi latini.

Demostene è stato uno dei più grandi politici e oratori greci, focoso avversario di Filippo II di Macedonia. La sua vita fu molto travagliata e si concluse tragicamente, con il suicidio impostogli dai suoi nemici. Nato intorno al 384 a.C. ad Atene, Demostene era figlio di un agiato armaiolo, che, però, morì ben presto, lasciandolo in balia di tutori disonesti, i quali gli sottrassero il patrimonio. Orfano e ridotto in miseria, iniziò a covare dentro di sé il desiderio ardente di farsi giustizia, così decise di diventare giurista. Dobbiamo ricordare che, a quel tempo, non esistevano ancora gli avvocati, come li intendiamo noi oggi: gli accusati, o gli accusatori, infatti, dovevano difendersi da soli, ma, non avendo conoscenza delle leggi, si facevano aiutare dai cosiddetti “logografi”, che scrivevano loro il discorso da pronunciare davanti alla giuria. Fu questo il mestiere scelto da Demostene. La sua attività gli consentì di farsi conoscere e stimare in città: fu così che iniziò anche la carriera di politico, aderendo al partito antimacedone ed entrando in competizione con Eschine, il principale leader filomacedone. Demostene, infatti, occupandosi di governo nel difficile momento della Guerra Sociale del 357/355 (in cui gli alleati si ribellarono ad Atene), comprese subito la pericolosità, in mezzo a queste discordie, dell’azione di Filippo II di Macedonia, contro il quale incitò Atene ad intervenire, prima a favore dei Rodii, cacciati dalla loro isola nel 352, successivamente pronunciando la I Filippica contro il sovrano omonimo, percepito come il principale nemico della libertà greca. Nel 349, con l’assedio di Olinto, Filippo sembrò confermare i presagi nefasti di Demostene, il quale, per l’occasione, pronunciò le tre orazioni Olintiache, nel tentativo di convincere gli Ateniesi a salvare la città loro alleata. Nonostante il vigore e la maestria del grande giurista, la forza delle armi prevalse: Olinto cadde nel 348 e gli Ateniesi dovettero accettare le condizioni della cosiddetta “Pace di Filocrate”, che si rivelò notevolmente svantaggiosa per la città greca. Nel 340, in seguito all’attacco macedone alla penisola della Calcidica, alleata di Atene, la capitale del Peloponneso si sentì svincolata dalla “Pace di Filocrate” e il partito di Demostene riprese vigore. La guerra giunse ad una tragica conclusione nel 338, con la Battaglia di Cheronea, a cui Demostene partecipò come semplice soldato oplita, assistendo alla vittoria di Filippo. Nel 324 si scoprì che mancava una grossa parte della somma che Arpalo, tesoriere di Alessandro Magno (che, nel frattempo, era subentrato a Filippo alla guida della Macedonia), aveva portato con sé fuggendo dall’Asia e che era stata appositamente custodita da una commissione speciale, di cui faceva parte anche Demostene. Quest’ultimo fu accusato, anche dai suoi stessi compagni di partito, della complicità nel furto. Non potendo pagare l’ingente multa cui era stato condannato, l’oratore fuggì a Trezene. Alla morte di Alessandro, nel 323, l’arringatore fu richiamato in patria a capeggiare la resistenza antimacedone ad Antipatro, che sfociò nella cosiddetta Guerra Lamiaca. La rapida e catastrofica conclusione del conflitto, nell’agosto del 322, portò al rovesciamento del governo: i filomacedoni condannarono Demostene a morte e l’oratore ed i suoi dovettero fuggire. Raggiunto dai Macedoni a Calauria, nel Tempio di Poseidone, dovette avvelenarsi, per non cadere vivo nelle mani del nemico, nell’ottobre del 322.

Molto importante appare un passo della III Olintiaca, in cui l’oratore greco prospettò di usare il theoriòn (un fondo di denaro da cui si attingeva per disporre di biglietti teatrali gratuiti), per equipaggiare le truppe in lotta a Olinto, ma gli altri governanti non accettarono il suggerimento e ciò si rivelò un grave errore tattico, che fece perdere la guerra.

Demostene ci propone l’esempio degli antichi, che utilizzavano le ricchezze dello stato per il bene comune e non per accumulare denaro e potere in forma privata ed esclusiva. Si tratta di uno straordinario esempio di socialismo, di grande attualità. Il retore ci dice che non bisogna agire nel proprio interesse, ma in quello della comunità (che, allora, era simboleggiata dalla polis).

La seconda fonte del grecista Mosino è rappresentata da un folto nucleo di proverbi latini (che saranno presto pubblicati da Rubbettino editore, con il titolo di Proverbi latini da Plauto a Erasmo). «Il proverbio – ha spiegato il professore – è un breve detto popolare che contiene un insegnamento desunto dall’esperienza». Gli aforismi «sono figli di tutti e di nessuno», rappresentano la summa della sapienza popolare. L’antiproverbio (ovvero una massima che inviti gli uomini a compiere azioni moralmente sbagliate o ingiuste) non esiste. Pertanto, secondo il professore, il carattere fondamentale di tali detti è la loro coerenza, determinata dalla comune appartenenza alla moralità condivisa dalla collettività, che va da Plauto a Erasmo da Rotterdam (ecco spiegato il titolo dell’antologia), nell’arco di mille anni.

Anche i proverbi (alcuni di questi rinvenuti nell’area calabrese) contengono vere e proprie “schegge” socialiste, costituendo «una mina messa sotto il seggio dei comandanti». E, nonostante ciò, non venivano banditi o censurati, chiunque poteva pronunciarli, senza incorrere in punizioni o repressioni, dato che l’autore rimaneva ignoto e diventavano figli della tradizione (in quanto tale, intoccabile). Basti considerare, a titolo esemplificativo, il detto che recita: «Le affermazioni dei superiori non sempre corrispondono a verità». Oppure: «Quanto è misero servire quando non sei abituato a essere dominato», «L’inferiore viene a sapere qualunque peccato commetta il superiore», «Il guadagno senza danno altrui non può accadere», «È cosa miserrima vivere sotto il volere di altri». O anche: «Tutti ubbidiscono con animo giusto quando le persone degne comandano», «È bello venire uccisi quando si serve sotto un uomo privo di leggi». Sono veri e propri moniti rivolti ai governanti: insistono sulla sovranità del popolo, l’unico autore reale delle leggi, e il loro insegnamento fondamentale è che coloro che amministrano lo stato devono essere degni di farlo.

Insomma, i proverbi antichi costituiscono un’arma straordinariamente potente nelle mani dei cittadini, fonti di una saggezza tradizionale inesauribile e slancio verso la realizzazione di una comunità contrassegnata dall’unità, dal senso di giustizia, della moralità e dell’eguaglianza. In una società individualistica ed egoistica come la nostra, dovremmo certo raccogliere tali esortazioni al bene comune, che Demostene definisce koinòn.

 

Annalice Furfari   

 

(www.bottegascriptamanent.it, anno II, n. 8, aprile 2008)

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