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A. XV, n. 169, ottobre 2021
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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 169, ottobre 2021

Zoom immagine Grazie ma io disobbedisco!
Lotta per l’eutanasia legale

di Alessandro Milito
Marco Cappato e la sua politica
nonviolenta. Edito da Rizzoli


Che siano lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale attivo in Italia dal 2016, e la firma digitale gli strumenti della rivoluzione democratica del XXI secolo? Potrà sembrare eccessivo ai più, ma già iniziare a chiederselo è un piccolo grande passo da non sottovalutare e che ha iniziato a far riflettere tanti. Il principio di equivalenza tra firma digitale e firma autografa ha prodotto i suoi primi frutti concreti: ha rivitalizzato e rilanciato lo strumento di democrazia diretta per eccellenza, il referendum popolare. Alla macchinosa e costosa raccolta delle 500.000 firme necessarie per la sua richiesta si è aggiunto il più semplice e immediato click. Ne hanno immediatamente beneficiato le campagne referendarie per “Eutanasia legale” e “Cannabis legale” che in breve tempo hanno raggiunto decine di migliaia di adesioni.
In particolare, la prima proposta referendaria intende abrogare parzialmente l’art. 579 del codice penale in tema di omicidio del consenziente. La norma, nata con il Codice Rocco del 1930, di fatto impedisce l’eutanasia legale in Italia, punendo con la reclusione da sei a quindici anni chi cagiona la morte altrui anche in presenza di consenso informato o di testamento biologico. La campagna referendaria, promossa dall’Associazione “Luca Coscioni”, già in agosto aveva raggiunto la quota minima necessaria di 500.000 firme per indire la consultazione; obiettivo ampiamente superato nei mesi successivi anche grazie alle firme online, aggiuntesi alla più classica e capillare raccolta nelle piazze a mezzo banchetti e volenterosi attivisti.
Bottega Scriptamanent è un mensile online di dibattito culturale ma non ha mai mancato di sostenere, e interpretare, tutte le battaglie etiche, civili e democratiche che si sono presentate in questi anni. E non potrebbe fare altrimenti di fronte a quest’ultima importante battaglia, atta a garantire una fine dignitosa, scevra da inaccettabili sofferenze, nel pieno rispetto dell’individuo e della sua libertà di autodeterminazione. Eutanasia legale significa riempire di dignità gli spazi lasciati liberi da una legislazione penale superata e, ormai, inaccettabile.
Tuttavia, questa testata è pur sempre specializzata nel raccontare i libri. E Credere, disobbedire, combattere: come liberarci dalle proibizioni per migliorare la nostra vita (Rizzoli, pp. 252, € 13,00 ) di Marco Cappato, politico radicale e promotore di “Eutanasia legale”, è la lettura consigliata prima di firmare per i prossimi referendum.

La forza propulsiva della disobbedienza civile
Cappato stravolge il bieco imperativo categorico fascista modificandone proprio la parte centrale: l’obbedienza. Attraverso una serie di vari e ben raccontati aneddoti politici e personali, disseminati in una lunga vita di attivismo tra le fila dei radicali italiani, Cappato rivela la centralità della disobbedienza civile; una disobbedienza che, coniugata con l’assunzione di responsabilità e l’autodenuncia, assume il ruolo di vero e proprio strumento di lotta politica: «disobbedire (civilmente) è lo strumento indispensabile per chi vuole migliorare il sistema senza distruggere tutto, per chi vuole andare alla radice dei problemi senza sradicare la pianta della democrazia, per chi vuole impegnarsi per una causa ma senza rinunciare al proprio personalissimo mondo».
Credere, disobbedire, combattere è un manuale di nonviolenza e disobbedienza applicate a favore di alcuni dei temi più importanti del nostro tempo: eutanasia, droghe, sessualità, internet, genetica, scienza e conoscenza. L’autore alterna sapientemente esperienze personali e riflessione politica, critica e proposta: il testo ne beneficia per chiarezza e per freschezza, senza mai tediare o confondere il lettore. In questo si vede la capacità e la provenienza politica di Cappato, bravo nel far trasparire la sua passione e nell’appassionare a sua volta. È la biografia dell’autore a rendere il libro non una semplice elegia o teoria della disobbedienza ma una testimonianza basata su fatti realmente accaduti. Cappato racconta la sua esperienza “disobbediente”, manifestatasi in campi diversi ma sempre legata da un filo conduttore, uno schema comune: violazione della norma che si ritiene sbagliata, assunzione di responsabilità e autodenuncia, battaglia in sede giudiziaria e politica.
Ed è proprio questo il cuore del manifesto di Cappato: «disobbedire civilmente non significa “solo” ribellarsi. Significa assumersi la responsabilità delle proprie azioni, sperimentare alternative, creare conoscenza. Il termine “civile” aggiunge alla disobbedienza un elemento di responsabilità: accettare di pagare per le conseguenze dei propri atti. L’obiettivo non è violare le regole, ma cambiare le regole. Esporre pubblicamente le proprie azioni e autodenunciarsi è un modo per portare rispetto alla norma che si vuole modificare: non si chiede di chiudere un occhio, ma di spalancare gli occhi».

Per un’eutanasia legale, contro l’indifferenza
La testimonianza di Cappato tocca tante materie sensibili e più che mai vitali: dalla legalizzazione delle droghe ai diritti degli omosessuali e intrasessuali, dagli Ogm alla fecondazione assistita e altro ancora. Sono tutti campi in cui l’autore ha agito personalmente con il suo corpo e non solo con le sue parole: facendosi arrestare o autodenunciandosi alle autorità oppure passando alcuni giorni in una cella di Manchester. Su tutti svetta, per impegno e per coinvolgimento emotivo, il tema dell’eutanasia o meglio: dare un aiuto concreto a chi chiede di morire con dignità. Cappato riesce a raccontare gli ultimi attimi di malati terminali che mai avrebbero voluto essere conosciuti solo per i loro ultimi giorni ma che, tristemente, sono ormai diventatati noti al grande pubblico: su tutti Piergiorgio Welby e Fabiano Antoniani “Dj Fabo”; l’autore riesce a farlo senza mai cadere nella retorica, garantendo al lettore un racconto sincero e mai melenso. Il lettore viene messo di fronte a una ingiustizia che lo Stato ha volutamente deciso di non considerare, perseverando in una ipocrita neutralità ormai insostenibile. Uomini e donne che chiedono di disporre del loro corpo e della loro vita come meglio credono, stremati da una esistenza ormai estrema, fonte di sofferenze insostenibili. Uomini e donne che in un ultimo atto di resistenza decidono di rivolgersi a medici, attivisti e politici coraggiosi per ottenere una via di salvezza. Spesso quell’unica via si trova oltre il confine, in Svizzera: paese in cui l’eutanasia è legale e che non perseguita penalmente chi accompagna i propri cari al triste e definitivo saluto.
Cappato descrive con lucidità l’ingiustizia del sistema, dal punto di vista etico, sociale e giuridico; con altrettanta schiettezza e precisione è in grado di spiegare al lettore quali norme ha volutamente deciso di violare per sottolineare la loro intrinseca ingiustizia. Tra queste rientra anche quell’art. 579 del codice penale che il referendum intende abrogare parzialmente, per renderlo più affine alla sensibilità – che si spera sia – comune.
«Anche a questo servirebbe l’eutanasia legale: a distinguere tra una richiesta frutto di un momento di disperazione o di una condizione di abbandono medico, assistenziale e relazionale, e una richiesta davvero consapevole e irremovibile, determinata da una sofferenza non più reversibile». Sono parole valide che raggiungono il loro obiettivo, spingere il lettore a interrogarsi, cercare una risposta alla domanda più difficile: a chi appartiene la mia vita? E ancora: lo Stato può costringermi a soffrire?

Nuove frontiere di rivoluzione civile
Largo spazio viene dedicato alla riflessione sulla centralità della democrazia e al suo rapporto con internet e la rivoluzione digitale. La disobbedienza civile ha senso se saldamente ancorata ai principi democratici e se è in grado di capire l’importanza della politica, anche quando questa fatica a rispondere alle esigenze della società. Proprio su questo punto Cappato vede il limite dell’azione di un grande, e importante, “sovversivo” e disobbediente: Edward Snowden, l’ex agente Cia responsabile della più grande azione di whistlewblowing di sempre. Snowden infatti, sarebbe «emblema della disobbedienza civile come arma chiave non solo per alcune grandi conquiste della storia politica passata, ma anche per il futuro, grazie alle nuove possibilità fornite dalla rivoluzione digitale. La nonviolenza può rivoluzionare la politica, ma a patto di non perdere di vista l’importanza della politica stessa. Forse è proprio questo il limite dell’azione di Snowden. All’efficacia senza precedenti della denuncia, non è seguito un pari effetto in termini di riforma». Un punto di vista di rilievo che permette di mettere ulteriormente a fuoco il pensiero dell’autore e il suo perimetro di azione politica.
Proprio nel capitolo dedicato all’incrocio tra tecnologia e politica, Cappato si lascia andare a una critica frutto della frustrazione di chi, dopo tante campagne referendarie non andate a buon segno per la difficoltà di raccogliere le firme, crede che il sistema debba essere radicalmente rivisto per favorire la partecipazione popolare in modo sano e non populistico. In particolare, l’autore nel 2018 si chiedeva come mai l’esercizio della democrazia fosse l’unica attività preclusa al cittadino da remoto, pur essendo il nostro quotidiano dominato da centinaia di app multifunzionali. Perché non permettere ai cittadini di firmare digitalmente per i referendum abrogativi? Il pregio di leggere questo libro adesso sta proprio qui: vedere come la caparbietà – e la disobbedienza civile – abbiano portato a un nuovo risultato concreto.

Alessandro Milito

(www.bottegascriptamanent.it, anno XIV, n. 169, ottobre 2021)

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