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Home Page (a cura di La Redazione) . A. XV, n. 167, agosto 2021

Zoom immagine Tasselli essenziali per costruire
una città che concilia gli opposti

di Mario Saccomanno
Una silloge di Vincenzo Ceruso: il bisogno
di interrogarsi sul presente (Mohicani edizioni)


Nel corso dei secoli, svariati autori hanno sentito l’esigenza di proiettare le proprie visioni in un luogo “altro”, distante, in cui costruire città ideali. Così, in quei confini, al di là della conformazione politica scelta (monarchia, repubblica, impero, etc.), è stato possibile presentare e costruire facilmente i propri ideali. Questo spingersi costantemente al di fuori del vissuto, al di là degli angusti confini della quotidianità, a favore di un altro spazio (o un altro tempo), ha spesso riguardato anche la poesia, arte non affatto esente da ricostruzioni utopiche, da voli pindarici, da illogiche e spesso affascinanti fughe dal presente.
La silloge Dio vive nella città (Mohicani edizioni, pp. 64, €10,00) di Vincenzo Ceruso è una guida, un voler mostrare i contorni di quella che può essere considerata una città ideale, un luogo in cui fare approdare i risultati a cui è giunto lo sguardo attento del poeta. Eppure, a ben vedere, quanto proposto dall’autore è a tutti gli effetti un’utopia concreta. Infatti, Ceruso scava, costantemente e a mani nude, nella quotidianità e lo fa per quella fregola, quel bisogno impellente di spingersi non oltre ogni orizzonte per ricostruire, ma per modellare il presente attraverso l’aggiunta di tasselli di cui ogni uomo può disporre attraverso la cura di alcuni aspetti che riguardano sia la propria dimensione, sia il rapporto con l’altro.

Poesie d’amore, di speranza e d’attesa
Sin dalla scelta del titolo l’indirizzo della silloge appare chiaro. Infatti, il nome della raccolta – come tende a chiarire lo stesso autore nelle note – è estrapolato dal lavoro pubblicato dal teologo sudamericano Carlos Maria Galli, intitolato appunto Dio vive in città. Verso una nuova pastorale urbana (Libreria editrice Vaticana, Roma, 2014). In aggiunta, accostando quanto appena evidenziato alla scelta compiuta da Ceruso di utilizzare come epigrafe della raccolta la frase del teologo David Maria Turoldo (1916-1992), una sorta di apologia dell’amicizia, è ben chiarito, ancor prima di leggere le composizioni, il corretto modo di approcciarsi alla lettura del testo.
Infatti, la silloge presenta una forte struttura religiosa che si lega inscindibilmente alla speranza che traspare, a volte anche inconsapevolmente, dalla lettura. Inoltre, grazie alla frase di Turoldo è possibile sin da subito evidenziare il peso specifico ricoperto in Dio vive nella città da sentimenti nobili quali l’amicizia. Il ruolo è primario e consiste nell’accompagnare ogni individuo fino alla realizzazione dei propositi che vengono in un primo momento avanzati.
Volendo aggiungere un altro aspetto di primaria importanza, è opportuno far presente che nel percorso contenuto nella silloge Dio si trova sempre a stretto contatto con ogni uomo e si manifesta in tutti gli umori che sprigiona qualunque momento vissuto in società. Come sapientemente sottolineato da Davide Camarrone nell’Introduzione al testo, la poesie di Ceruso nascono dalla mancanza, dal buio,ֿ trovano consistenza «tutte in tempo di veglia» e sempre «tra la ragione e il sonno». In effetti, nella ricerca quotidiana che compie l’autore, quando un proposito non è raggiunto «ritorna sempre a ritmi incerti», si ripresenta sotto forma di traccia.
L’autore sembra dirci che un proposito è tale fino a quando non si concretizza e, nell’arco di tempo che intercorre tra una fase e l’altra, continua a ronzare incessantemente in mente. Nel fare i conti con la realizzazione dei propositi che tardano ad avere consistenza, nell’attesa, nella mancanza, trova vita la poesia che, inevitabilmente, oscilla tra il bisogno di discutere dell’attesa e la speranza dell’approdo.

La conformazione della Città
Nelle poesie che compongono la silloge c’è l’urgente bisogno di parlare finanche dei non luoghi, oltre che il forte desiderio di indicare sempre le caratteristiche della smania che caratterizza il presente. Così, il crescere repentino dell’ansia, lo sgretolarsi dei sogni sulle mille difficoltà quotidiane, il vivere nell’abbaglio delle troppe immagini che ognuno deve costantemente offrire di sé, tutto questo (e ancora mille altre sfaccettature), sembra dire Ceruso, forma una patina sempre più spessa, una nebbia fitta che ricopre le vite di chiunque si trova immerso in questa quotidianità frenetica.
Una delle caratteristiche peculiari che emergono dalla lettura della silloge è notare come l’autore non inviti affatto a rifuggire definitivamente dal presente. Al contrario, Ceruso protende verso una ricollocazione d’ogni cosa fino al punto da fare avere l’aspetto più consono e a far combaciare il posto nel mondo che chiunque occupa con l’essenza che presenta ogni essere. In breve: fino a dare a chiunque il posto che merita. L’autore invita a rifocillare continuamente la mente, a percorrere quelle labili tracce cui si faceva cenno poc’anzi che sole possono portare a edificare una città differente.
Di quale città parli Ceruso è presto detto fin dai primi componimenti della raccolta. In particolare, in Se verrai nella mia città mostra con chiarezza come la città a cui pensa non sia affatto un paradiso terrestre, esente da colpe, peccati e da turbamenti quotidiani. Infatti, è costituita d’ombra e luce. Inoltre, ogni cosa deve essere sempre raggiunta con merito, con un percorso sia singolo, sia collettivo. Da questo punto di vista risultano emblematici i versi: «Non esser precipitoso nei giudizi / e non cercare il mare quasi ti fosse cosa dovuta, / sarebbe arroganza». Di conseguenza, la città a cui pensa Ceruso, che conosce tanto il dolore quanto la gioia, mira a conciliare gli opposti poiché ogni aspetto risulta essere fondamentale e, per questo motivo, necessita d’essere inglobato nella realtà cittadina.
Da questo presupposto, sarà semplice comprende il motivo per cui molte poesie della raccolta parlano di realtà quotidiane, di donne e uomini che lottano e si trascinano dietro continuamente i loro fardelli. Succede perché sono la dimostrazione che questa propulsione, questa voglia di spingersi verso il meglio è a tutti gli effetti un costante e graduale tentativo di muoversi verso la città indicata dall’autore che, in una sorta di reminiscenza agostiniana, sembra a volte dilatarsi verso la città divina. Di sicuro, la città “terrena”, per così dire, di cui parla Ceruso e su cui si interroga non sembra impossibile da raggiungere, ma, al contrario, è alla portata degli uomini. L’utopia dell’autore è concreta e si ramifica continuamente a partire dagli eventi quotidiani.

L’urgenza dell’amore
La realizzazione della città passa dal lento e costante miglioramento della condizione attuale. In questo, esercita un ruolo decisivo l’impegno giornaliero. Del resto, l’autore ne mostra compiutamente un esempio col suo combattere costante della mafia, come testimoniano anche gli altri testi che hanno anticipato l’esordio poetico che si sta prendendo in considerazione. Nella silloge c’è un forte bisogno d’amore, in ogni manifestazione che può assumere. Su quest’aspetto si veda, solo come esempio, le poesie Al vento e all’ombra o In molti modi.
L’amore permette di scorgere nitidamente le mille particolarità del presente e di proiettarsi fino al sogno di costruire la città a cui si è fatto ampio cenno in precedenza. Il primo passo per la costruzione del sé adatto a vivere nella città sognata e sperata dal poeta necessita del ricordo, attraverso cui è possibile rivivere i tratti distintivi della propria esistenza che hanno portato a formare la propria unicità. In merito è possibile leggere Archivio o ancor di più I ricordi, dove Ceruso chiarisce come i ricordi presentino una natura anfibia e, di conseguenza, non si spingano solo a riportare a galla gli avvenimenti che più di tutti ci hanno contrassegnato in positivo, ma tocca allenarsi a convivere con quei «vecchi amici», i tratti di vita che vorremmo dimenticare. Eppure, s’è fatto già in qualche modo notare, sono anch’essi aspetti essenziali per giungere alla compiutezza del proprio sé che può manifestarsi anche nella società, fine ultimo, utopia a cui mirano i versi della silloge.

Accoglienza e perdono
La realizzazione della città passa inevitabilmente dall’accoglienza. La stanza dello straniero è un invito a riconoscersi continuamente nell’altro, nel prossimo, in quella figura dai tratti non delineati, nell’uomo «che non attendi». Ceruso invita a lasciare sempre una stanza vuota per i tempi tristi, una stanza per l’accoglienza. Quanto evidenziato è uno dei tanti aspetti inevitabilmente attuali che presenta la silloge. In effetti, la città di cui scrive si spinge oltre ogni orizzonte che caratterizza il pur sempre limitato sguardo umano. La città in cui vive davvero Dio non ha alcun confine.
Si respira un bisogno di fratellanza in questo continuo sentirsi responsabili di ogni vita. Il bisogno di giungere a «una umanità indivisa» passa soprattutto dalla denuncia delle brutture del mondo, dei continui richiami degli aspetti che fanno comprendere la necessità di invertire la rotta. Ecco perché il testo è costellato anche di poesie struggenti e di forte denuncia come Nella notte di Algeri o Pensando ad Aleppo.
A ben vedere, quanto descritto dall’autore nella silloge è un processo individuale che sembra quasi inevitabile. Infatti, spesso l’io poetico sembra essere già coscio delle possibilità del proprio traguardo, fin quasi a respirarne i tratti. Eppure, è forte il bisogno di un lascito d’inchiostro, della forza sprigionata dalle composizione, sintomo di quel lavorio (poetico e non) che deve necessariamente seguire a quanto prefigurato in un primo momento. Questo bisogno ha lo scopo di illustrare, di far conoscere, di indicare una rotta.

Mario Saccomanno

(www.bottegascriptamanent.it, anno XV, n. 167, agosto 2021)

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